Sistemi elettorali

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L’ azienda dei suicidi che sconvolge la Francia

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L’ azienda dei suicidi che sconvolge la Francia

Repubblica

Son ormai ventiquattro i suicidi a France Télécom. Ventiquattro in diciotto mesi, l’ ultimo dei quali il 28 settembre. Un macabro bilancio per un’ azienda che, appena una decina di anni fa, prometteva mare e monti ai propri lavoratori. Ma anche un vero e proprio trauma per tutto un Paese che non riesce a capire come sia possibile morire a causa del proprio lavoro. Tanto più che il dramma di France Télécom non affatto è un caso isolato.
Anche se le statistiche non sono ufficiali, sarebbero in media 400 l’anno i lavoratori che, in Francia, si danno la morte sul luogo di lavoro.
Perché suicidarsi? E perché farlo proprio sul luogo di lavoro?
Le dichiarazioni rilasciate dagli amministratori delegati delle aziende colpite da questo flagello non soddisfano più nessuno. Come pensare ancora che si tratti solo di persone particolarmente fragili e piene di problemi personali, la cui morte non ha un legame diretto con quello che possono vivere al lavoro?
Non è più un segreto per nessuno: coloro che soffrono a causa del proprio lavoro sono sempre più numerosi. Anche se le condizioni lavorative non hanno niente a che vedere con quelle del Diciannovesimo secolo, il nuovo management crea un malessere psicofisico (dal semplice stress al burning out, passando per la depressione) che svuota progressivamente gli individui. Perché non interrogarsi allora una buona volta sulle reali conseguenze di questo management contemporaneo che, arrivato in Europa negli anni Ottanta, esorta gli individui a credere che esista un legame di causa-effetto tra la realizzazione professionale e il benessere personale, come affermano i codici etici di alcune aziende? Tra la fine degli anni Ottanta e l’ inizio degli anni Novanta, i metodi di management adottati per il buon funzionamento delle aziende si irrigidiscono.
Le decisioni di riassetto, declassamento, accantonamento o licenziamento si moltiplicano, mentre coloro che conservano il posto di lavoro vengono sottoposti a oneri sempre più impegnativi. Le scadenze si ravvicinano. Le valutazioni si moltiplicano. Le analisi dei risultati si intensificano. Al tempo stesso, il linguaggio evolve e spinge i lavoratori a un coinvolgimento personale sempre più grande. Qualunque sia il settore di attività, si sente sempre più parlare di «autonomia» e «responsabilità».  L’ azienda cambia look e ostenta la volontà di farsi carico della piena realizzazione dei suoi dipendenti: ognuno deve sentirsi libero di agire come vuole, di portare alla propria azienda idee nuove e di trovare al suo interno il proprio benessere. Consegnati alla loro creatività e alla loro inventiva, i lavoratori- si sostiene- devono saper creare le condizioni del loro successo. Prendendo atto delle competenze di cui dispongono, devono essere polivalenti e flessibili. Mostrando di avere fiducia in se stessi, devono essere in grado di superare ogni difficoltà. Al tempo stesso, però, gli obiettivi da raggiungere restano fissati dalla direzione, e i margini di manovra di cui dispone il lavoratore sono sempre più ristretti. La competizione e la globalizzazione non transigono: chi non si adatta non sopravvive. Come illustra l’ americano Stephen Covey, autorevole consulente aziendale, «la nuova era esige la grandeur, pretende che ognuno abbia la certezza di realizzarsi lavorando con passione e che sia pronto a pagare in prima persona ». Per dirla più semplicemente, ognuno di noi deve ormai credere alla propria mission. Tutto dipende da noi. Basta volerlo. Anche se, in questa corsa forsennata verso il successo, si deve essere pronti al sacrificio estremo: pagare in prima persona. Non è forse quello che sta accadendo proprio oggi? Se tutto dipende dalla propria volontà, quando qualcosa va storto o si commette un errore si pensa di trovarsi di fronte alla prova irrefutabile che non si è stati all’altezza delle aspettative. In un universo in cui ognuno può (e deve) diventare «imprenditore della propria vita», la mutazione forzata viene vissuta come una sanzione alla propria mancanza di impegno.A forza di pretendere che i lavoratori siano «autonomi» e «responsabili» senza dar loro i mezzi per diventarlo realmente, il risultato più efficace che si ottiene è quello di colpevolizzarli. È il loro «saper essere» che è direttamente in causa e non più solo il caro e vecchio «saper fare». Errori, sviste, stanchezza… tutto diventa inaccettabile; tutto rinvia all’incapacità del singolo di adattarsi alle esigenze del Mercato.
È allora che il senso di colpa aumenta e, talvolta, diventa insopportabile. Per non parlare poi di quanto sta succedendo in questi ultimi mesi, a causa della crisi economica. Ormai i licenziamenti e le mutazioni forzate sono il pane quotidiano di molte aziende. Per alcune si tratta di una necessità.
Ma, per i lavoratori, questa necessità si trasforma in un incubo. Come sopportare una mutazione forzata o un licenziamento quando ci si è dati corpo e anima alla propria azienda? Come accettare il fatto di non essere più «utili» all’ azienda, quando si è sempre stati pronti a lavorare con «passione», fino al limite estremo della propria resistenza fisica e psichica? Le inchieste in corso mostrano che molte delle persone che si sono suicidate in questi ultimi mesi erano lavoratori particolarmente impegnati e meticolosi e non individui depressi, fragili e incapaci di adattarsi alle trasformazioni delle aziende. Tutto il contrario, quindi, di quello che si sarebbe potuto pensare. Tutto il contrario, soprattutto, di quello che alcuni dirigenti non smettono di ripetere. Ma i fatti parlano chiaro: le vittime erano impiegati modello, che avevano assunto un certo numero di responsabilità, che non avevano mai esitato a lavorare più del dovuto, senza riposarsi e senza prendere tutte le ferie a loro disposizione. Erano persone che avevano talmente aderito alla «cultura manageriale» delle proprie aziende da non rendersi nemmeno più conto che la propria vita dipendeva dal proprio lavoro e dalle soddisfazioni che potevano trarne. Ma, a partire dal momento in cui tutto dipende dal lavoro, le difficoltà lavorative che si possono incontrare (e che tutti, prima o poi, incontriamo) diventano ostacoli insormontabili.
Dopo essersi dati a fondo sul lavoro, come uscire indenni da un declassamento o un licenziamento? Il management contemporaneo ha fatto di tutto perché l’uomo diventasse la principale fonte degli utili della produttività.
È forse venuto il momento di riconoscere che mettere l’ uomo al centro delle preoccupazioni dell’ azienda non significa ridurlo a una semplice «risorsa umana».

MICHELA MARZANO

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31 dicembre 2009 at 11:02

Elezioni legislative in Uzbekistan

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Tra pochi giorni in Uzbekistan si terranno le elezioni parlamentari per il rinnovo di Camera e Senato.

La legge elettorale stabilisce che un candidato viene eletto se ottiene la maggioranza assoluta dei voti (se i votanti sono stati almeno il 33% degli aventi diritto). Altrimenti, si passa al ballottaggio tra i due candidati più votati.

Le elezioni parlamentari 2004

Le ultime elezioni in Uzbekistan sono state quelle parlamentari del dicembre 2004 e gennaio 2005.

Il primo turno si è tenuto il 26 dicembre e il ballottaggio il 9 gennaio.

Il parlamento uzbeko, chiamato Oliy Majlis, è costituito da Camera e Senato. La Camera ha 120 membri eletti a livello nazionale per un periodo di cinque anni. Il Senato conta 100 membri, 84 dei quali sono eletti indirettamente a livello regionale e 16 direttamente nominati dal Presidente.

Le elezioni del 2004/2005 sono state le terze elezioni parlamentari dopo l’indipendenza del paese, e le prime

con il sistema bicamerale introdotto nel 2002.

Tutti i cinque partiti che hanno partecipato le elezioni hanno sostenuto il presidente. Alcuni partiti di opposizione hanno cercato di registrarsi per le elezioni, ma le domande sono state per vari motivi rifiutate. Quindi diversi gruppi di opposizione hanno deciso di boicottare le elezioni.

Alle elezioni hanno partecipato 12.197.159 elettori (85,1%). In 94 distretti, ovvero il 78 per cento del totale, in un unico luogo i candidati MP du

Dopo aver esaminato i protocolli delle commissioni elettorali quartiere fino alle elezioni di dicembre 26, 2004, la Commissione elettorale centrale della Repubblica di Uzbekistan ha stabilito che l’esito del voto in 58 circoscrizioni elettorali, nessun candidato ha vinto il numero necessario di voti per l’elezione.

Questi i collegi nei quali si è svolto il ballottaggio:

Tashkent City

Circoscrizione Train  3

Circoscrizione Kuylyuksky  5

Circoscrizione Dombrabadsky  7

Elettorale Hadrinsky distretto  8

Circoscrizione Astrabadsky  10

Circoscrizione Tukimachinsky  11

Andijan

Circoscrizione Balykchy  14

Circoscrizione Asaka  16

Circoscrizione Bulakbashi  18

Circoscrizione Dzhalalkuduksky  19

Circoscrizione Kurgantepinsky  20

Circoscrizione Izbaskan  21

Bukhara

Circoscrizione Varahshinsky  26

Jizzax regione

Circoscrizione Dustliksky  31

Navoi

Circoscrizione Navoi  34

Circoscrizione Kiziltepinsky  35

Circoscrizione Hatyrchinsky  37

Namangan

Circoscrizione Pontificio  38

Circoscrizione Chust  39

Circoscrizione Yangikurghon  42

Circoscrizione Uicbi  43

Samarcanda

Sogdiano circoscrizione  48

Circoscrizione Bulungursky  49

Circoscrizione Ishtikhan  50

Circoscrizione Karadarinsky  52

Circoscrizione Narpay  53

Circoscrizione Akdarinsky  54

Circoscrizione Pastdargomsky  55

Syrdarya

Circoscrizione Sayhunsky  61

Circoscrizione Yangiersky  62

Surkhandarya

Circoscrizione Sherabad  63

Circoscrizione Angora  64

Circoscrizione Termez  65

Circoscrizione Dzharkurgansky  66

Circoscrizione Kumkurgan  67

Circoscrizione Shurchinsky  68

Tashkent

Circoscrizione Angren  71

Circoscrizione Buka  73

Circoscrizione Zangiatin  75

Circoscrizione Parkent  77

Circoscrizione Toytepinsky  78

Circoscrizione Chinaz  79

Circoscrizione Chirchik  80

Ferghana

Circoscrizione Beshariq  83

Circoscrizione Danghara  84

Circoscrizione Yaypansky  85

Circoscrizione Kokand  86

Circoscrizione Rishtan  89

Circoscrizione Qkhunboboev  91

Circoscrizione Ferghana  93

Circoscrizione Vodilsky  94

Circoscrizione Tashlaksky  95

Kashkadarya

Circoscrizione Karshi  104

Circoscrizione Kamashinsky  106

Circoscrizione Kitab  110

Karakalpakstan

Circoscrizione Nukus  114

Circoscrizione Hojeily  118

Circoscrizione Chimbay  119

Al ballottaggio hanno partecipato più di 5.400.000 persone, ovvero circa l’80% degli elettori che sono stati ammessi a partecipare al secondo turno. Il risultato ha visto la vittoria del Partito Liberal Democratico dell’Uzbekistan, con il 34,2% dei deputati eletti, seguito dal Partito democratico del popolo dell’Uzbekistan, che ha ottenuto il 23,3% dei deputati. Inoltre sono stati eletti 18 membri del partito Fidokorlar, 11 membri del partito Milliy Tiklanish, 10 membri del partito Adolat.

Le elezioni si sono svolte in un clima di accesa concorrenza tra i partiti politici per i seggi alla Camera legislativa. 

Tra i deputati eletti di quasi il 91% sono uzbeki, e più del 9% – karakalpaki, kazaki, tagiki, turkmeni, russo, tartari e ucraini.

Con ciò, al primo turno sono stati eletti 62 deputati, mentre i restanti 58, come detto, hanno vinto al ballottaggio.

Questo l’esito (non abbiamo il numero dei voti):

Liberal Democratic Party  – 34,2% (41 members)

People’s Democratic Party – 23,3% (28 members)

“Fidokorlar” National Democratic Party – 15% (18 members)

“Milliy Tiklanish” Democratic Party – 9,2% (11 members)

“Adolat” Social Democratic Party – 8,3% (10 members)

Initiative Groups  – 10% (12 members)

Per le prossime elezioni di fine dicembre, concorreranno 517 candidati per 135 seggi della Camera Bassa (123 candidati di “Adolat” (Justice) Social Democratic Party of Uzbekistan, 125 di Milliy Tiklanish (National Revival) Democratic Party of Uzbekistan, 135 di UzLiDeP, Businessmen Movement – Liberal Democratic Party of Uzbekistan e 134 di People’s Democratic Party.

Più di 250 rappresentanti provenienti da 36 paesi e una serie di autorevoli organizzazioni internazionali come CSI, SCO, OIC, tra cui l’OSCE / ODIHR hanno confermato la loro partecipazione nel monitoraggio delle elezioni. La designazione dei candidati per il Parlamento si è chiusa l’11 novembre 2009, e l’esito delle elezioni e l’elenco dei rappresentanti del popolo dovrebbero essere pubblicati non prima del 7 gennaio 2010. L’elezione sarà dichiarata valida se avrà votato almeno il 33% degli elettori. Si noti che la campagna elettorale in corso in Uzbekistan ha alcune differenze rispetto alle elezioni precedenti. In primo luogo, la rappresentanza dei partiti politici nella Camera Bassa è portata da 120 a 135 membri (in totale 150 deputati). Questi 135 deputati saranno eletti su base multipartitica. Non meno del 30% dei candidati devono essere donne. Vince le elezioni il candidato che ha ottenuto più della metà dei voti del distretto.

Indipendentemente dal risultato delle elezioni, 15 seggi in Parlamento sono riservati per il movimento “Ambientalisti in Uzbekistan”.

In terzo luogo, i partiti politici hanno ora la possibilità di partecipare al conteggio dei voti nei seggi elettorali e controllare le liste, attraverso il proprio commissario.

I partiti presenti alle elezioni

Uzbekistan conosce cinque ufficiali dei partiti politici. Tutti offrono pieno sostegno al presidente Karimov e non presentano differenze significative per ciò che riguarda i programmi politici.

People’s Democratic Party (Halq Demokratik Partiyasi)

Iscrizioni: 580.000 (2004)

Primo Segretario: Asliddin Rustamov

Precedente Presidente: Abdulhafiz Jalolov (1993-2003)

Fondato: 15 novembre 1991

Il HDP è sempre stato il partito al governo in parlamento fino al Watan Taraqqiyoti Partito si è fusa con Fidokorlar nel mese di aprile

2000. La maggior parte dei membri di alto livello del governo sono membri del HDP.

Fidokorlar (Demokratik Partiyasi, Self-immolatori)

Iscrizioni: 61.000 (2004)

Chairman: Akhtam Tursunov

Fondato: 28 dicembre 1998

Adolat – Partito Social Democratico (Adolat Sotsyal Demokratik Partiyasi)

Iscrizioni: 50.000 (2004)

Chairman: Turgunpulat Daminov

Fondato: 18 febbraio 1995

UzLiDeP – Partito Liberal-Democratico

Iscrizioni: 135.000 (2004)

Chairman: Turgunpulat Daminov

Precedente presidente: Kabiljon Toshmatov (novembre 2003-maggio 2004)

Fondato: 15 novembre 2003

Milli Tiklanish – Partito Democratico dell’Uzbekistan

Iscrizioni: 50.000 (2004)

Presidente: Ibrahim Gafurov

Fondato: 9 giugno 1995

Partiti dell’opposizione

I partiti di opposizione sono vietati, quindi ufficialmente dobbiamo parlare di organizzazioni di opposizione. Questi partiti di opposizione hanno come principale obiettivo l’instaurazione della democrazia in Uzbekistan. Nessuno di loro parteciperà alle prossime elezioni.

Sia il partito Birlik che la lista Erk, infatti, non potranno partecipare alla corsa elettorale.

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23 dicembre 2009 at 16:16

Nucleare: ok del governo a criteri

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Nel 2o13 inizierà la costruzione della prima centrale atomica italiana. Lo ha assicurato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, dopo il via libera del Consiglio dei ministri al decreto legislativo che prevede la localizzazione e l’esercizio di impianti di produzione di energia elettrica e nucleare, di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, di misure compensative e campagne informative. Un secondo decreto approvato riguarda il «riassetto della normativa su ricerca e coltivazione delle risorse geotermiche». I decreti andranno ora al vaglio delle commissioni parlamentari competenti prima di tornare al Consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva.

SCAJOLA E LA RUSSA – «Con questo provvedimento abbiamo fissato i criteri per la localizzazione dei siti. L’obiettivo prioritario non è soltanto la sicurezza, ma anche la tutela della salute della popolazione e di protezione dell’ambiente», ha commentato Scajola. «Sulla base di tali criteri saranno poi le imprese interessate a proporre in quali zone intendono realizzare gli impianti nucleari». Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha invece assicurato che nel decreto «non c’è alcun riferimento ai siti militari. Non vuol dire che sono esclusi, nessun sito è escluso», ha precisato il ministro. «Ma non c’è un riferimento diretto ai siti militari».

SOLDI – Il decreto legislativo sull’energia nucleare prevede benefici, a carico delle imprese coinvolte nella costruzione e nell’esercizio delle centrali, pari a 3 mila euro al megaWatt sino a 1.600 megaWatt realizzati nel sito, maggiorati del 20% per potenze superiori. Inoltre «un beneficio su base trimestrale commisurato all’energia prodotta e immessa in rete e pari a 0,40 euro al megawattora». I soldi sono destinati per il 10% alle province interessate, per il 55% ai Comuni ospitanti, per il 35% ai Comuni nel raggio di 20 chilometri dalla centrale, o di 10 dall’impianto nel caso di sola produzione di combustibile. I benefici legati alla produzione di energia elettrica vanno per il 40% agli enti locali e per il 60% ai residenti e alle imprese circostanti la centrale nucleare «mediante la riduzione della spesa energetica, della Tarsu (tassa sui rifiuti, ndr), delle addizionali Irpef, Irpeg e dell’Ici». Il decreto prevede infine la realizzazione di un deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi.

PD – Molti i dubbi del Pd. «Il decreto prevede che, se una diversa maggioranza politica decidesse di abbandonare il programma nucleare, gli utenti pagherebbero comunque nelle bollette i costi sostenuti per avviare la realizzazione degli impianti», hanno chiarito i senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.

LEGAMBIENTE – Contrarie al decreto le associazioni ambientaliste, tra queste Legambiente. «Da dove arriverà questa montagna di soldi?», chiede il responsabile scientifico dell’organizzazione, Stefano Ciafani. «Il governo scopre le carte e svela la maxi stangata per il ritorno dell’atomo in Italia, con buona pace dell’alleggerimento delle bollette elettriche sbandierato finora. Spendendo non meno di 50 miliardi di euro per produrre il 25% dell’elettricità, distoglieremo tutte le risorse che potrebbero essere investite subito nell’efficienza energetica e nelle energie rinnovabili». Secondo Scajola, invece, il programma nucleare consentirà di produrre «energia elettrica a prezzi inferiori almeno del 30%».

VERDI – Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, sostiene che «il governo va avanti con la truffa del nucleare e non dice due verità. Primo non dice dove verranno costruite le centrali per paura di un boomerang elettorale alle prossime elezioni regionali», mentre «la seconda verità taciuta – secondo il presidente dei Verdi – è il costo di questa folle avventura antieconomica ed antiambientale e che verrà pagata tutta dai contribuenti». Per Bonelli, infatti, «il ritorno al nucleare costerà almeno 1000 euro ad ogni famiglia italiana».

IDV – «Questo deccreto è il regalo di Natale del governo agli italiani di Monfalcone, della provincia di Gorizia, di Scanzano Jonico in Basilicata, di Palma in provincia di Agrigento, di Oristano, di Chioggia, di Caorso, di Trino Vercellese, di Montalto di Castro, di Termini Imerese e di Termoli», ha detto Paolo Brutti, responsabile Ambiente per Italia dei valori. «Quattro di queste località ospiteranno subito un impianto nucleare e un sito di stoccaggio. Le altre lo avranno dopo».

REFERENDUM – Paolo Cento, del coordinamento nazionale di Sinistra ecologia e libertà, ha detto che il partito «è pronto a promuovere un referendum per abrogare queste norme antieconomiche che producono danni ambientali al Paese». Secondo Claudio Saroufim, responsabile ambiente dei Comunisti italiani, «non potendo fare i nomi dei siti scelti, pena l’impopolarità a soli tre mesi dalle regionali, il governo fa finta di partorire i criteri di selezione».

Consiglio dei Ministri n.77 del 22/12/2009

22 Dicembre 2009

La Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica:

il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi, alle ore 15,30 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Ministro Altero Matteoli, a norma dell’art.8 della legge n.400 del 1988, quale Ministro più anziano.

Segretario, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, Gianni Letta.
Il Consiglio ha approvato i seguenti provvedimenti:

su proposta del Ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, e del Ministro per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli:

– uno schema di decreto legislativo, sul quale verrà acquisito il parere del Consiglio di Stato, della Conferenza unificata e delle Commissioni parlamentari, che in attuazione della specifica delega conferita al Governo opera il riassetto della disciplina dei criteri per la localizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi. Lo schema regola le procedure per l’autorizzazione unica per la localizzazione, la costruzione, l’esercizio e la disattivazione degli impianti nucleari, con le relative misure compensative e disciplina altresì le procedure per la localizzazione, costruzione ed esercizio di un Parco tecnologico comprensivo di un Deposito nazionale destinato allo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi, con le relative misure compensative;

– uno schema di decreto legislativo, sul quale verrà richiesta l’intesa della Conferenza unificata ed il parere del Consiglio di Stato, che opera il riassetto della disciplina in materia di ricerca e coltivazione delle risorse al fine di garantire, in un contesto di sviluppo sostenibile del settore e assicurando adeguata protezione ambientale, un regime concorrenziale per l’utilizzo delle risorse geotermiche ad alta temperatura e la semplificazione dei procedimenti amministrativi. Sono obiettivi del provvedimento garantire l’allineamento delle concessioni esistenti facendo salvi gli accordi intercorsi tra regioni ed operatori, gli investimenti programmati e i diritti acquisiti; stabilire i requisiti organizzativi e finanziari per lo svolgimento, da parte delle regioni, delle procedure concorrenziali ad evidenza pubblica per l’assegnazione di nuovi permessi di ricerca e per il rilascio di nuove concessioni; individuare i criteri per determinare l’indennizzo del concessionario uscente nel caso di subentro di un nuovo soggetto imprenditoriale; definire procedure semplificate per lo sfruttamento del gradiente geotermico o di fluidi geotermici a bassa e media temperatura.
 
Il Consiglio ha inoltre deliberato lo stato d’emergenza per i gravi eventi sismici che hanno colpito il territorio della regione Umbria il 15 dicembre scorso. Per consentire il completamento degli interventi di protezione civile in atto, è stato deciso di prorogare lo stato d’emergenza già dichiarato a Messina e Napoli per problemi legati a traffico e mobilità, in Piemonte e Valle d’Aosta per eventi meteorologici, a Lampedusa e Linosa per le criticità del sistema portuale, nelle Isole Eolie per danni causati dai fenomeni vulcanici.

Infine il Consiglio ha deliberato:

– su proposta del Presidente del Consiglio e del Ministro per i beni e le attività culturali, il professor Giorgio ASSUMMA è stato confermato Presidente della Società italiana degli autori e degli editori- SIAE;

– su proposta del Ministro della difesa, sono stati promossi generali di Corpo d’armata i generali di divisione dell’Arma dei carabinieri Lucio NOBILI, Arturo ESPOSITO e Maurizio SCOPPA ed i generali di divisione delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria, genio, trasmissioni dell’Esercito Alessandro MONTUORI, Enzo STEFANINI e Claudio GRAZIANO.

La seduta ha avuto termine alle ore 16,20

Written by sistemielettorali

22 dicembre 2009 at 21:29

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Nucleare: costo dell’energia prodotta

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Abbiamo visto alcuni criteri relativi ai costi di una centrale nucleare: i tempi di realizzazione e il costo nominale di costruzione.
Un altro criterio importante è relativo ai costi dell’energia prodotta.
Da questo punto di vista ci vengono incontro alcuni articoli presenti sul web.
Iniziamo con il già citato, “I veri costi dell’energia nucleare” pubblicato dall’Università di Pisa da parte di Romanello, Lomonaco, Cerullo.
Ci sono alcune voci che concorrono a stabilire quanto ci costa produrre energia col nucleare: i costi di impianto, del ciclo di combustibile, di esercizio e manutenzione, di smantelamento e recupero del sito.

Costi di impianto
In questo studio si riportano i costi di impianto, che è dato dal costo Ka dello stesso attualizzato all’inizio dell’esercizio commerciale, moltiplicato per il fattore di annualità x e fratto la quantità di energia prodotta in un anno Ep:
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18 dicembre 2009 at 09:14

Costi di costruzione di una centrale nucleare

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Dopo aver parlato dei tempi di costruzione di una centrale nucleare, veniamo ora a parlare di costi. Fatto salvo il dato derivante dalle rigide leggi della domanda e dell’offerta e trascurando in questa occasione il concetto di margine di contribuzione, si può sommariamente dire che il prezzo è sostanzialmente formato da costi diretti, costi indiretti, spese generali, o costi fissi, utile.
Il discorso è sempre molto aleatorio, in quanto vedremo che anche per il budget da preventivare, è complicato stabilire quanto capitale occorre per la costruzione di un impianto.
Dal sito di Aspoitalia, possiamo mutuare ciò che viene affermato in questo documento: “
http://www.aspoitalia.it/images/stories/coiante/coiantecostonucleare.pdf”.
“Risulta particolarmente difficile stabilire il costo attuale degli impianti, perché sui prezzi aleggiano sempre elementi di ambiguità, come in tutte le cose che riguardano il nucleare. Non è possibile far riferimento ad un preciso listino dei prezzi, perché esso non esiste. Il prezzo di ogni impianto risulta sempre da una trattativa riservata tra il fornitore e l’acquirente, in cui giocano sovente aspetti di carattere politico e la cui conclusione non è mai resa di pubblico dominio. Esiste poi una ulteriore aleatorietà nel fatto che il prezzo finale della centrale chiavi in mano è sempre molto diverso da quello dell’ordine a causa del costo aggiunto dal fattore tempo. Dall’ordine di acquisto all’entrata in esercizio il tempo si misura in circa 10 anni e in tale lasso temporale molte cifre possono cambiare. […] Nel 1995 è entrata in esercizio la sezione B della centrale inglese di Sizewell. I dati di spesa a consuntivo, rivalutati al 2003, sono stati di 3800 euro/kW (The Times del 27/7/1993). Nel 2003 è iniziata la costruzione della centrale finlandese di Oikiluoto da 1600 MWe il cui costo è stato annunciato in 3 miliardi di euro (A. Clerici, 2005). Pertanto, a meno del solito lievitare dei prezzi durante i 6 anni di previsione per l’entrata in esercizio, il prezzo dell’impianto sarebbe di 1875 euro/kW. Il primo è un costo a consuntivo, mentre il secondo è un costo a preventivo. In definitiva potremo assumere come ragionevole un prezzo intermedio tra i due e cioè: Inucl = 2800 euro/kW Pressappoco allo stesso valore (2500 euro/kW) è pervenuta anche la ricerca effettuata da Massimo Ippolito, inviata come email nel sito del Forum sul Petrolio del 29/4/06”.

Al di là appunto di un calcolo che non può che essere eseguito spannometricamente, dobbiamo però rilevare che i costi delle nuove centrali sono più che raddoppiati dal 2000, dato che possiamo ricavare dal recente indice IHS CERA Power Capital Cost Index (PCCI, vedi il grafico successivo).
L’indice ora registra 231 punti, ciò significa che una centrale che costava nel 2000 1 miliardo di dollari, ora costa in media 2,31 miliardi. La maggior parte dell’incremento di questi costi è avvenuto dal 2005, con un aumento dell’indice del 69%. Il PCCI senza il nucleare è aumentato anch’esso, ma in misura minore, raggiungendo 181 punti, con ciò indicando che l’importo maggiore per materiale e lavoro sono stati richiesti per unità nucleari.

Dal sito dell’associazione “Ambiente Scienze” (www.xall.net/worldwewant/?p=690) si cita un interessante studio del MIT.
“[…] del ma
ggio 2009, sempre dal citato Studio del MIT di Boston, a proposito del costo di costruzione di una centrale nucleare apprendiamo che, il trend delle spese di costruzione delle centrali nucleari, come tutte le tipologie di grandi progetti di ingegneria, ha avuto un tasso di incremento annuo attorno al 15%: in soli 4 anni (dal 2003 al 2007) esso è raddoppiato, da 2000$ a 4000$ al KW! Parlando delle centrali di nostro interesse che sono da 1600MW, prime al mondo, con reattore di IIIª generazione plus a tecnologia EPR della Areva, non possiamo che ricorrere alla esperienza della finlandese Olkiluoto 3, la più avanzata in costruzione e che sarà pronta, forse, nel 2012. In forte ritardo nella consegna (doveva avvenire nel 2009) per i tanti problemi incontrati, ha già superato i 6 miliardi di € a fronte di un costo preventivato di 3,2mld. A questo proposito, le previsione di costo presentate di recente dall’Enel (ottobre 2009) hanno lasciato molto perplessi coloro che scientificamente seguono la vicenda del nucleare in Italia. Si parla, infatti, di un costo per le prime quattro centrali EPR da 1,60GW di 4/4,5 miliardi di euro per ogni centrale. Un dato che si scontra clamorosamente non soltanto con i costi di Olkiluoto 3 da consegnare tra tre anni e già oltre i 6 miliardi di €, ma anche con le ultime quotazioni internazionali. La stessa Areva, la società francese dalla quale Enel compererà le centrali, ha predisposto un’offerta in Canada di 23,6 miliardi di dollari per due impianti dello stesso tipo. Cioè circa 7,8 miliardi di € ciascuna, esclusa la garanzia della copertura di eventuali innalzamenti dei prezzi, quella mancanza di garanzia che ha messo in ginocchio la compagnia francese nella realizzazione della già citata centrale finlandese di Olkiluoto 3. Altro dato che mette in mora quelli dell’Enel. In Turchia la russa Atomstroyexport ha perso una gara per avere proposto la produzione di elettricità nucleare all’esorbitante costo di 21,16€ cents per kWh, contro un prezzo medio di vendita nel Paese di 7,9€ cents per kWh.”

Andiamo a vedere cosa è successo per altre centrali. Le previsioni 2007 hanno riportato notevoli incertezze per ciò che riguarda i costi, e variano notevolmente da 2.950$/kWe (costo overnight) a una stima conservativa di Moody’s tra $5.000 e $6.000 / kWe (costo finale o “all-in”).
Tuttavia, i prezzi delle materie prime sono aumentate nel 2008 (vedi grafico), e così tutti i tipi di centrali si sono rivelate più costose

di quelle progettate in precedenza. Nel giugno 2008 Moody’s stimava che il costo di installazione di nuove centrali nucleari negli Stati Uniti avrebbe potuto superare i $7,000/kWe.
I prezzi riportati per sei nuovi reattori ad acqua pressurizzata sono indicativi dei costi per questo tipo di impianto:
1 –
Febbraio 2008 – Per due nuovi reattori AP1000 in Turchia della Power & Light il calcolo del costo del capitale overnight oscillava da 2.444$ a 3.582$ per kW, prevedendo l’inclusione delle torri di raffreddamento, il funzionamento del sito, il costo dei terreni, i costi di trasmissione e gestione del rischio per un totale che variava da 3.108 a 4.540 dollari per kilowatt. L’aggiunta di oneri finanziari ha fatto crescere le cifre complessive da 5.780$ a 8.071 $ per kW.
2 –
Marzo 2008 – Per due nuovi reattori AP1000 in Florida la Progress Energy ha annunciato che, se costruiti entro 18 mesi l’uno dall’altro, il costo per il primo sarebbe stato di 5.144 dollari per kilowatt e per il secondo di 3.376$/kW: totale 9,4 miliardi dollari. Compresi i terreni, i componenti degli impianti, le torri di raffreddamento, i costi di finanziamento, la domanda di licenza, i diritti di regolamentazione, il carburante iniziale per le due unità, le assicurazioni e le tasse, il totale sarebbe stato di circa 14 miliardi di dollari.
3 –
Maggio 2008 – Per due nuovi reattori AP1000 in South Carolina, la South Carolina Electric and Gas Co. e Santee Cooper prevedevano di pagare 9,8 miliardi dollari (che include previsioni di inflazione e le spese dei proprietari per la preparazione del sito, imprevisti e project financing).
4 –
Novembre 2008 – Per due nuovi reattori AP1000 sul suo sito di Lee, la Carolina Duke Energy ha incrementato la stima dei costi a $11 miliardi, esclusa l’inflazione, ma a quanto pare includendo anche altri costi.
5 –
Novembre 2008 – Per due nuovi reattori AP1000 del sito di Bellefonte, la TVA ha aggiornato le proprie stime dei costi di capitale overnight che andavano da $2.516 a $4649/kW per un costo complessivo di costruzione che variava da 5,6 a 10.4 miliardi (costo totale di 9,9 dollari a 17,5 miliardi).
Il 9 aprile 2008, la Georgia Power Company ha raggiunto un accordo per il contratto di due reattori AP1000 che dovevano essere costruiti a Vögtle, per un costo stimato finale di 14 miliardi dollari, più 3 miliardi di dollari per gli aggiornamenti necessari.

Nel già citato studio del MIT di maggio 2009, abbiamo anche un aggiornamento sul costo delle materie prime. Si afferma infatti che “dal 2003 i costi di costruzione per tutti i tipi di grandi progetti di ingegneria sono aumentati drammaticamente. Il costo stimato per la costruzione di una centrale nucleare è aumentato ad un tasso del 15% all’anno”. Questo si basa sia per il costo delle effettive costruzioni in Giappone e Corea sia per il costo previsto di nuovi impianti negli Stati Uniti.
I costi di capitale sia per il carbone che per il gas naturale sono aumentati.
Considerati entrambi, questi costi crescenti lasciano la situazione (di costi relativi) vicina ai dati del 2003. Il costo del capitale overnight è stato calcolato da $ 4.000/kW, in dollari del 2007. Applicando lo stesso costo del capitale del nucleare al carbone e al gas, l’energia nucleare viene prodotta a 6,6c / kWh, il carbone a 8,3 centesimi e il gas a 7,4 centesimi.
 Per quanto riguarda i costi di costruzione delle centrali, abbiamo alcuni altri dati recenti per il costo del capitale overnight (o Engineering, Procurement and Construction – costo EPC ):

EdF Flamanville EPR: EUR 4 miliardi/$5.6 miliardi, EUR 2434/kW or $3400/kW
Bruce Power Alberta 2×1100 MWe ACR, $6.2 miliardi, $2800/kW
CGNPC Hongyanhe 4×1080 CPR-1000 $6.6 miliardi, $1530/kW
AEO Novovronezh 6&7 2136 MWe net for $5 miliardi, $2340/kW
KHNP Shin Kori 3&4 1350 MWe APR-1400 for $5 miliardi, $1850/kW
FPL Turkey Point 2 x 1100 MWe AP1000 $2444 a $3582/kW
Progress Energy Levy county 2 x 1105 MWe AP1000 $3462/kW
NEK Belene 2×1000 MWe AES-92 EUR 3.9 miliardi, EUR 1950 or $3050/kW
UK composite projection $2400/kW
NRG South Texas 2 x 1350 MWe ABWR $8 miliardi, $2900/kW
CPI Haiyang 2 x 1100 MWe AP1000 $3.25 miliardi, $1477/kW
CGNPC Ningde 4 x 1000 MWe CPR-1000 $7.145 miliardi, $1786/kW
CNNC Fuqing 2 x 1000 MWe CPR-1000 (?)
$2.8 miliardi, $1400/kW
CGNPC Bailong/Fangchengang 2 x 1000 MWe CPR-1000 $3.1 bilion, $1550/kW
CNNC Tianwan 3&4, 2 x 1060 MWe AES-91 $3.8 miliardi, $1790/kW
AEP Volgodonsk 3 & 4, 2 x 1200 MWe VVER $4.8 miliardi, $2000/kW


Ci sono diverse possibili cause di variazione, che escludono il confronto dei costi overnight e i costi di capitale EPC – ad esempio se il carico iniziale di carburante è incluso. Molto più evidente è se il prezzo è per l’isola nucleare da sola (Nuclear Steam Supply System) o per l’intera centrale, comprese le turbine e i generatori – tutti le informazioni sopra riportate comprendono tali dati. Ulteriori differenze riguardano il fatto che il sito funzioni con torri di raffreddamento, in questo caso di solito le spese sono tutte a carico dei proprietari. I costi di finanziamento sono aggiuntivi, in genere l’aggiunta è di circa il 30%, e infine c’è la questione relativa al fatto che le cifre vengono calcolate in base al valore corrente del dollaro o a quello dell’anno in cui la spesa è stata deliberata.

Alla fine del 2008, EdF ha aggiornato la stima dei costi overnight della centrale EPR di Flamanville (la prima EPR francese, ma con contratto di fornitura bloccato prima dell’escalation) a 4 miliardi di euro nel 2008 (EUR 2434/kW), e il costo dell’energia elettrica a 5,4 centesimi / kWh (rispetto ai 6,8c / kWh per le centrali a ciclo combinato e di 7,0 c / kWh per il carbone “). Tali costi sono stati confermati a metà del 2009, quando EdF aveva speso quasi 2 miliardi di euro. Una seconda unità sarebbe più costosa, e potrebbe produrre energia a 5,5-6,0 cent / kWh.
In generale, la scelta dell’impianto dipende anche dalla situazione economica ed internazionale del paese. L’energia nucleare richiede un’alta intensità di capitale, mentre i costi del carburante sono molto più significativi per i sistemi basati sui combustibili fossili.

Ci sono molti altri studi disponibili, compresa la relazione di giugno 2007 del “The Keystone Center”, intitolata “Nuclear Power Joint Fact-Finding”. Questo studio, che è stato finanziato da vari operatori di impianti nucleari, nonché dalle altre parti interessate, tra cui General Electric e NEI, stima i costi overnight a $2.950/kWe (dollari 2007). Con gli interessi, questa cifra si traduce in 3.600-4.000/kWe.
È interessante notare che, quando è stato pubblicato questo documento, la stampa industriale nucleare ha scelto di concentrarsi su due altri aspetti – in particolare la conclusione che il nucleare è una valida opzione per affrontare i cambiamenti climatici – o ignorare la relazione del tutto.
Tuttavia, per quanto le cifre possano apparire a prima vista proibitive, anche queste stime del rapporto Keystone Center sono considerate troppo basse da alcuni osservatori.
Un c
onsulente energetico indipendente ed ex direttore dell’azienda energetica Seattle City Light Jim Harding ha detto che considerava la cifra più bassa della relazione, vale a dire $3.600/kWe, non più credibile e il limite massimo di $4.000/kWe come “probabilmente bassa. ”

Un documento di Harding, pubblicato dalla Policy Education Center, nel giugno 2007 e intitolato “Economia nucleare di nuova generazione e rischi di proliferazione”, afferma: “i costi di costruzione finale in tempo reale (dollari 2007) vanno da $4.300 a 4.550/kWe. Questa cifra non è lontana da una stima di maggio 2007 di $ 4.000/kWe pubblicata da Standard & Poor’s, ma è anche probabilmente troppo bassa, dati i tempi di costruzione e le incertezze sulla reale dei prezzi in corso “.
Ancora più di recente, segnalo un commento speciale rilasciato da Moody’s Investors Service, il 10 ottobre di quest’anno, intitolato “nuovi impianti nucleari di generazione negli Stati Uniti”: esso ha stimato i costi “all-in” di una centrale nucleare tra $5.000 e $6.000/kWe. La relazione ha tuttavia fornito una nota di cautela, affermando: “Pur riconoscendo che la nostra stima è solo di poco più attendibile di una supposizione, è anche una stima più prudente rispetto ai dati correnti di mercato.”

Spiegando le carenze delle stime dei costi in modo più approfondito, la relazione afferma: “l’assunto che i costi di capitale potrebbero essere significativamente superiore a $ 3.500/kWe dovrebbe essere sostenuto da alcune analisi”. Detto questo, Moody’s non può confermare la stima definitiva per i nuovi costi nucleare in questo momento. Moody’s può affermare con certezza che vi è una notevole incertezza per quanto riguarda il costo del capitale del nuovo nucleare, e che le imprese interessate possono decidere di non procedere con il finanziamento e la costruzione a meno che, e fino a quando, non sono sono in grado di giustificare l’investimento, in modo che l’impianto possa produrre energia elettrica e recuperare i costi ad un prezzo che non sarà eccessivamente oneroso per i consumatori. ”
Secondo Moody’s, le aziende che costruiscono nuove centrali nucleari vedranno un marcato aumento del loro business e dei rischi operativi a causa delle dimensioni e della complessità di questi progetti, i vari ritardi che avvengono durante la costruzione, e l’incertezza sui costi finali e sui recuperi della spesa.

Due dei sostenitori dell’utilità dello studio di Keystone Center erano American Electric Power (AEP) e Florida Power & Light (FPL). Fin dalla sua pubblicazione, i capi di queste utility hanno pubblicamente dichiarato che ritengono che il costo di un nuovo impianto potrà essere in linea con la previsione della relazione. Alla fine di agosto, Tulsa World ha riferito che Michael Morris, CEO di AEP, ha detto AEP non ha intenzione di costruire nuovi impianti nucleari probabilmente a causa dei ritardi, e dei vincoli della catena di approvvigionamento, e che una stima “realistica” dei costi sarebbe di circa $ 4000/kWe.
Gli stessi problemi sono stati descritti in dettaglio da Lew Hay, presidente e CEO di FPL, nell’Assemblea generale della World Association of Nuclear Operators (Wano), svoltasi a Chicago, Illinois, il 23-25 settembre. Hay ha raccontato durante l’incontro: “Anche se i fornitori affermano di poter tenere i costi overnight da 2.500 dollari a 3.500 dollari per kilowatt, credo che i costi all-in saranno molto più elevati – probabilmente il doppio di una volta a causa di fattori come le torri di raffreddamento , lo switchyard, etc, l’interesse durante la costruzione e l’escalation dei costi a causa dell’inflazione e di superamento dei costi. E, naturalmente, dobbiamo avere una contingenza come bene “.
Ha continuato: “Se le nostre stime dei costi sono vicine al giusto, il costo di un impianto di due unità sarà nell’ordine di grandezza di 13-14 miliardi di dollari. Che è più della capitalizzazione totale di mercato di molte aziende del settore utility Stati Uniti e il 50% o più della capitalizzazione di mercato di tutte le imprese del nostro settore, con l’eccezione di Exelon. ”
Questo, ha detto “è una scommessa enorme per qualsiasi amministratore delegato”.

Finora abbiamo parlato di cifre, parecchie cifre. Tuttavia, non è così facile verificarle perché il settore è spesso avverso a rivelare tali informazioni. Ad esempio, il valore del contratto per la fornitura di quattro unità AP1000 in due siti in Cina potrebbe fornire una buona indicazione su cosa ci si debba aspettare da un impianto AP1000 negli Stati Uniti. Ma questo sembra essere un segreto gelosamente custodito. D’altra parte, in una conferenza stampa all’inizio di settembre 2007, al presidente e amministratore delegato di Westinghouse Steve Tritch è stato chiesto se la sua azienda sarebbe in grado di dire quanto sarebbe costato un AP1000. Ha risposto che Westinghouse avrebbe dato un prezzo entro i successivi due mesi, una volta che si fosse giunti nella fasi più avanzate del progetto. Uno degli errori del passato, ha detto, era di permettere alle utilities di avere mano libera sulla progettazione e che oggi la tendenza è di uniformarle, per quanto possibile.
Insomma, parlando cifre, tutto è possibile. In particolare, sarebbe necessario scongiurare eventuali ritardi in fase di costruzione. E, inoltre, affidarsi a partner molto esperti per impianti con una progettazione già sperimentata. Sulla spesa è quindi impossibile essere precisi, ma è probabile che le cifre citate autorizzano a credere che la spesa per la costruzione degli impianti dovrebbe alla fine risultare molto più elevata rispetto a ciò che si pensa.

 

Written by sistemielettorali

15 dicembre 2009 at 21:01

Il sistema elettorale maggioritario

with one comment

Nelle discussioni precedenti abbiamo trattato i sistemi elettorali in base alle elezioni attuali. Abbiamo descritto anche in maniera più ampia i sistemi proporzionali e il voto singolo trasferibile. Ora parliamo in maniera più organica dei sistemi maggioritari.

Il principio dei sistemi maggioritari è semplice. Dopo che i voti sono stati espressi e sommati, i candidati o partiti con il maggior numero di voti sono dichiarati vincitori (possono esserci anche condizioni aggiuntive, anzi, spesso ve ne sono). Tuttavia, il modo in cui questo risultato viene ottenuto varia ampiamente. Possiamo identificare cinque varietà di sistemi maggioritari: il maggioritario semplice (FPTP), il voto bloccato (BV), il voto bloccato di lista (PBV), il voto alternativo (AV), e il doppio turno (TRS).

Il First Past The Post (FPTP)

Il maggioritario semplice, anche detto First Past the Post o plurality, è il più semplice sistema maggioritario che conosciamo, dal momento che utilizza distretti uninominali e un voto centrato sul singolo candidato.
All’elettore sono presentati i nomi dei candidati e dovrà sceglierne uno, e solo uno, di loro. Il candidato vincente è molto banalmente la persona che ottiene il maggior numero di voti; in teoria potrebbe essere eletto con due voti, se ogni altro candidato ottiene un solo voto. Viene quindi richiesta la maggioranza relativa.
Fino ad oggi, i sistemi FPTP puri si trovano principalmente nel Regno Unito e in quei paesi storicamente influenzati dalla Gran Bretagna. Insieme con il Regno Unito, i casi più importanti di paesi che utilizzano il maggioritario “plurality” riguardano il Canada, l’India e gli Stati Uniti. Il FPTP è utilizzato anche da un certo numero di paesi caraibici; in America Latina dal Belize, in Asia da cinque paesi, Bangladesh, Birmania, India, Malesia e Nepal, e da molte piccole isole del Sud Pacifico. In Africa esso viene utilizzato in 15 paesi, per lo più ex colonie britanniche. In totale, circa il 22% degli stati utilizzano il sistema maggioritario semplice.

Vantaggi
Il FPTP, come la maggior parte dei sistemi elettorali maggioritari, è difeso in primo luogo per motivi di semplicità e per la sua tendenza a produrre vincitori che sono rappresentanti di ben definite aree geografiche. La maggior parte dei vantaggi citati sono i seguenti:
A – Esso fornisce una scelta molto chiara per gli elettori tra i due principali partiti. Gli svantaggi incontrati dai partiti di minoranza o terzi partiti sotto il FPTP in molti casi fa sì che il sistema dei partiti graviti verso un partito di sinistra e uno di destra, al potere in alternanza. I terzi partiti spesso si indeboliscono e quasi mai raggiungono un livello di sostegno popolare sufficiente da garantire loro una minima percentuale di seggi in parlamento.
B – Questo sistema tende ad originare governi a partito unico. Il bonus in termini di seggi per il partito più votato in un sistema FPTP (ad esempio, quando una parte ottiene il 45% dei voti nazionali e il 55% dei seggi), significa che i governi di coalizione sono l’eccezione piuttosto che la regola. Questo stato di cose viene lodato perché garantisce governi che non sono bloccati da restrizioni dovute alle contrattazioni con un partner di coalizione. In realtà, noi ora stiamo semplificando molto. In realtà, non è detto che il maggioritario crei un governo monocolore né tantomeno un sistema bipartitico (vedi l’esperienza di casa nostra).
C – Esso dà luogo ad una opposizione coerente per tutta la legislatura. In teoria, il rovescio della medaglia di un forte partito unico al governo è che anche all’opposizione vengono assegnati abbastanza seggi per svolgere un ruolo fondamentale di controllo e per presentarsi come un’alternativa realistica al governo.

D – Esso avvantaggia i partiti presenti a livello nazionale. In società divise in maniera netta a livello etnico o regionale, il FPTP viene apprezzato per il fatto che incoraggia i partiti politici ad essere il più possibile inclusivi, comprendendo molti elementi della società, in particolare quando ci sono solo due grandi partiti e diversi gruppi sociali. Tali soggetti possono quindi mettere in campo diverse candidature per le elezioni. In Malesia, per esempio, il governo Barisan Nasional è costituito da un movimento con un’ampia base di candidati malesi, cinesi e indiani nelle zone maggiormente difficili dal punto di vista etnico.
E – Esso esclude i partiti estremisti da una rappresentanza nella legislatura. A meno che un partito estremista di minoranza sia geograficamente concentrato, è improbabile che vinca alcun seggio in un sistema FPTP. Al contrario, nell’ambito di un sistema proporzionale con una circoscrizione unica nazionale, una percentuale anche solo dell’1% dei voti a livello nazionale è in grado di garantire la rappresentanza in parlamento.
F – Esso promuove un legame tra elettori e i loro rappresentanti, in quanto produce una legislatura composta da rappresentanti delle aree geografiche. I membri eletti rappresentano definite zone di città, paesi o regioni. Alcuni analisti hanno sostenuto che questa ”responsabilità geografica” è particolarmente importante nelle società contadine e nei paesi in via di sviluppo.
G – Esso consente agli elettori di scegliere tra persone e non solo tra partiti. Gli elettori sono in grado di valutare le prestazioni dei singoli candidati piuttosto che dover accettare un elenco di candidati presentati da una lista, come può accadere in alcuni sistemi elettorali proporzionali.
H – Il FPTP dà la possibilità a candidati indipendenti popolari di essere eletti. Questo può essere particolarmente importante nei sistemi di partito in fase di sviluppo, dove la politica ruota ancora attorno ai legami familiari, di clan o di parentela e non si basa su forti organizzazioni politiche.
I – Infine, i sistemi FPTP sono particolarmente apprezzati per essere semplici da usare e capire. Un voto valido richiede solo un segno accanto al nome o il simbolo di un candidato. Anche se il numero dei candidati sulla scheda elettorale è grande, il conteggio è semplice.

Svantaggi
Tuttavia, FPTP è spesso criticato per una serie di motivi. Questi sono:
A – Esso esclude i partiti minori da una giusta rappresentanza, nel senso che un partito che ottiene, ad esempio, il 10% dei voti dovrebbe ottenere circa il 10% dei seggi. Nelle elezioni federali del 1993 in Canada i Conservatori progressisti conquistarono il 16% dei voti, ma solo lo 0,7% dei seggi, e nel 1998 nelle elezioni generali nel Lesotho il Basotho National Party ottenne il 24% dei voti, ma solo l’1% dei seggi. Questo è uno schema che si ripete sempre nel sistema maggioritario semplice. E, sopratutto, nei casi di partiti che raccolgono i loro suffragi in maniera omogenea sul territorio.
B – Esso esclude le minoranze da una rappresentanza equa. Come di norma, nel sistema FPTP, i partiti presentano il candidato più accettabile in un particolare distretto, in modo da evitare di alienarsi la maggioranza degli elettori. Così è raro, ad esempio, per un candidato nero essere presentato da un principale partito in un quartiere a maggioranza bianca in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, e vi è forte evidenza che le minoranze etniche e razziali in tutto il mondo sono di gran lunga meno rappresentate nei parlamenti eletti con sistema maggioritario. Di conseguenza, se il comportamento di voto si intreccia con le divisioni etniche, allora l’esclusione dalla rappresentanza dei membri
dei gruppi di minoranza etnica può essere destabilizzante per il sistema politico nel suo insieme.
C – Esclude le donne dalla legislatura. La sindrome del “candidato maggiormente accettabile” colpisce anche la capacità delle donne di essere elette, perché hanno meno probabilità di essere scelte come candidate da partiti con una struttura dominata dal sesso maschile. Evidenti prove in tutto il mondo suggeriscono che le donne hanno meno probabilità di essere elette nei sistemi maggioritari che in quelli proporzionali. Uno studio dell’Unione Inter-Parlamentare delle donne ha rilevato che, in media, il 15,6 per cento dei rappresentanti nelle camere basse erano donne. Confrontando le democrazie stabili nel 2004, quelle che utilizzano sistemi maggioritari hanno in media il 14,4% di donne in Parlamento, ma la cifra è quasi la metà rispetto al 27,6% in quei paesi che utilizzano varie forme di proporzionale. Questo modello si ripete nelle nuove democrazie, soprattutto in Africa.
D – Esso può favorire lo sviluppo di partiti politici sulla base di clan, etnia o regione, che possono basare le loro campagne e le piattaforme politiche su programmi che sono condivisi dalla maggior parte delle persone nella loro provincia o regione, ma escludere od essere ostili nei confronti di altri. Questo è un problema molto serio nei paesi africani come il Malawi e il Kenya, dove grandi gruppi locali tendono ad essere molto concentrati. Il paese è così suddiviso geograficamente in roccaforti separate, con uno scarso incentivo per i partiti di cercare alleanze al di fuori della loro regione d’origine.
E – il sistema enfatizza il fenomeno dei “feudi regionali” in cui un partito vince tutti i seggi in una determinata provincia. Se un partito ha un forte sostegno in una parte specifica del paese, ottenendo la maggioranza dei voti, conquisterà tutti o quasi tutti i seggi in quella determinata zona. Questo esclude dalla rappresentanza le minoranze in quella zona e rafforza la percezione che la politica è un campo di battaglia definito da chi sei e da dove vivi piuttosto che da quello che proponi. Questo è stato a lungo presentato come un argomentazione contro il FPTP in Canada.
F – produce un gran numero di voti sprecati che non vengono utilizzati per l’elezione di un qualsiasi candidato. Ciò può essere particolarmente pericoloso se combinato con feudi regionali, perché simpatizzanti del partito di minoranza in quella regione potrebbero cominciare a percepire che non hanno una realistica speranza di eleggere un candidato di loro scelta. Può anche essere pericoloso laddove l’alienazione dal sistema politico aumenta la probabilità che gli estremisti siano in grado di mobilitare gruppi anti-sistema.
G – può causare panachage. Nei casi in cui due partiti o candidati simili concorrano in un sistema FPTP, il voto dei loro potenziali sostenitori risulta spesso diviso tra di loro, permettendo così ad un candidato meno votato di vincere il seggio. Papua Nuova Guinea fornisce un esempio particolarmente chiaro in tal senso.
H – Esso può essere insensibile ai cambiamenti dell’opinione pubblica. Un modello di sostegno elettorale geograficamente concentrato in un paese significa che una parte può mantenere in esclusiva il controllo dell’esecutivo a fronte di una notevole diminuzione complessiva del sostegno popolare. In alcune democrazie con sistema FPTP, con un calo dal 60% al 40% dei voti, un partito a livello nazionale può vedere una caduta dall’80% al 60% nel numero di seggi, che non pregiudica la sua posizione globale dominante. A meno che molti seggi non siano altamente competitivi, il sistema può essere insensibile alle oscillazioni della pubblica opinione ed assegnare quindi la vittoria sempre alla stessa forza politica.
I – Infine, i sistemi FPTP dipendono dal disegno delle circoscrizioni elettorali. Come ho già spiegato in un post precedenti, tutti i confini dei collegi elettorali hanno conseguenze politiche: non c’è un processo tecnico per produrre una sola risposta “corretta” indipendentemente dalle considerazioni politiche. Le delimitazioni di confine possono richiedere tempo e risorse se i risultati devono essere accettati come legittimi. Ci può essere anche una pressione per manipolare i confini con metodi poco puliti (leggasi gerrymandering). Ciò è stato particolarmente evidente nelle elezioni in Kenya del 1993, quando enormi disparità esistenti tra le diverse dimensioni delle circoscrizioni elettorali, il più grande aveva 23 volte il numero dei votanti del più piccolo, contribuì alla vittoria del Kenya African National Union Party grazie ad una grande maggioranza prodotta da solo il 30% di suffragi ottenuti.

Il Voto Bloccato

Il voto bloccato significa semplicemente l’utilizzo del voto a maggioranza relativa in circoscrizioni plurinominali. Gli elettori hanno tanti voti quanti sono i seggi da assegnare nella loro circoscrizione, e di solito sono liberi di votare per i singoli candidati indipendentemente dal partito. Nella maggior parte dei sistemi con voto bloccato, essi possono utilizzare tutti (o anche meno) i voti a loro disposizione. Il voto bloccato è comune nei paesi con partiti politici deboli o inesistenti. Ad oggi, il voto bloccato viene utilizzato nei seguenti paesi: le Isole Cayman, le Falkland, Guernsey, Kuwait, Laos, Libano, le Maldive, la Palestina, la Siria, Tonga e Tuvalu. Il sistema è stato utilizzato anche in Giordania nel 1989, in Mongolia nel 1992, e nelle Filippine e in Thailandia fino al 1997, ma fu cambiato in tutti questi paesi a causa dei risultati prodotti.

Vantaggi
Il voto bloccato è spesso apprezzato per il fatto che gli elettori votino per i singoli candidati e poichè consente comunque la formazione di circoscrizioni di dimensioni geografiche ragionevoli, mentre al tempo stesso rafforza il ruolo dei partiti rispetto al sistema FPTP e soprattutto quei partiti che dimostrano maggior coerenza e capacità organizzativa.

Svantaggi
Il voto bloccato può avere imprevedibili e spesso indesiderati esiti sui risultati elettorali. Ad esempio, quando gli elettori assegnano tutti i loro voti ai candidati di un unico partito, il sistema tende a presentare la maggior parte degli svantaggi del FPTP, in particolare la sua disproporzionalità. Quando i partiti scelgono un candidato per ogni seggio vacante in un sistema di voto bloccato e incoraggiano gli elettori a sostenere tutti i membri della loro lista, ciò è particolarmente probabile. A Mauritius, nel 1982 e nel 1995, ad esempio, il partito all’opposizione, prima delle elezioni, vinse tutti i seggi nella legislatura con solo, rispettivamente, il 64 e il 65 per cento dei voti. Ciò ha creato gravi difficoltà per l’efficace funzionamento di un sistema parlamentare basato sui concetti di governo e di opposizione. Il sistema di assegnare una parte dei seggi ai “migliori perdenti”, compensa solo in parte questa debolezza.
In Thailandia, il voto bloccato è stato visto come un incoraggiamento alla frammentazione del sistema partitico. Poiché consente agli elettori di votare per i candidati di più di un partito nello stesso distretto, i membri dello stesso partito possono essere incoraggiati a farsi concorrenza uno contro l’altro per la ricerca del voto. Il voto bloccato è quindi a volte visto come uno strumento in grado di incoraggiare la corruzione e il frazionismo intra-partitico.
Negli ultimi anni, un certo numero di paesi ha quindi abbandonato il voto bloccato a favore di altri sistemi. La Thailandia e le Filippine hanno entrambe cambiato il voto bloccato in un sistema misto alla fine degli anni ‘90. In entrambi i casi, una motivazione importante per il cambiamento è stata la necessità di combattere la compravendita di voti e di rafforzare lo sviluppo dei partiti politici.

Il voto bloccato di lista

Il voto bloccato di lista, a differenza del FPTP, presenta circoscrizioni plurinominali. Gli elettori hanno un solo voto, e possono scegliere tra le liste di partito, piuttosto che tra singoli candidati. La lista che ottiene il maggior numero di voti conquista tutti i seggi della circoscrizione, e la sua
intera lista di candidati è regolarmente eletta. Come nel FPTP, non vi è alcun obbligo per il vincitore di avere la maggioranza assoluta dei voti. Nel 2004, il voto bloccato di lista è stato utilizzato come unico sistema o come componente principale del sistema elettorale in quattro paesi: Camerun, Ciad, Gibuti e Singapore.

Vantaggi
Il voto bloccato di lista è semplice da usare, incoraggia la formazione di partiti forti e consente ai partiti di formare liste miste di candidati al fine di facilitare la rappresentanza delle minoranze. Può essere usato per ottenere la garanzia di rappresentanza equilibrata delle etnie, così come
consentire alle formazioni politiche di presentare liste etnicamente diverse di candidature per l’elezione e può essere effettivamente
progettato per costringere i partiti a far ciò. A Gibuti ogni lista di partito deve comprendere un mix di candidati provenienti da diversi gruppi etnici. A Singapore, la maggior parte dei membri del Parlamento sono eletti in circoscrizioni plurinominali. Dei candidati di ciascun partito o di ciascuna lista, almeno uno deve essere membro della comunità malese, indiana o di qualche altra minoranza.
Singapore assegna anche seggi al “miglior perdente” per i candidati di opposizione in alcune circostanze.
Altri paesi, per esempio, il Senegal e la Tunisia, utilizzano il voto bloccato di lista come parte di un sistema misto plurality/majority.

Svantaggi
Tuttavia, il voto bloccato di lista soffre anche della maggior parte degli svantaggi del FPTP, e può effettivamente produrre risultati altamente sproporzionali in cui un partito vince quasi tutti i seggi con una maggioranza semplice dei voti. A Gibuti, nelle elezioni del 1997, il partito “Unione per la coalizione presidenziale” conquistò tutti i seggi, lasciando i due partiti di opposizione senza alcuna rappresentanza in parlamento.

Il Voto Alternativo

Le elezioni con Voto Alternativo si tengono di solito in collegi uninominali, come per il FPTP. Tuttavia, il voto alternativo offre agli elettori molte più opzioni sulla scheda elettorale di quando faccia il FPTP. Piuttosto che limitarsi a indicare il loro candidato favorito, gli elettori possono stilare una graduatoria di candidati secondo l’ordine di loro scelta, segnando un “1 per il loro preferito, “2” per la loro seconda scelta, “3” per la loro terza scelta e così via. Il sistema in questo modo consente agli elettori di esprimere le loro preferenze tra più candidati piuttosto che indicare solamente la loro primo scelta. Per questo motivo, spesso è conosciuto come “voto di preferenza” nei paesi che lo utilizzano.
Il voto alternativo differisce anche dal FPTP per il modo in cui i voti sono contati. Come il FPTP o il doppio turno, un candidato che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti (50 per cento più uno) è subito eletto. Se nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta, nel voto alternativo il candidato con il minor numero di prime preferenze è “eliminato” dal conteggio, e suoi voti sono esaminati in merito alle seconde preferenze. Ogni scheda è poi trasferita in base a quale candidato non eletto ottiene il più alto numero di prime preferenze, come indicato sulla scheda elettorale. Questo processo viene ripetuto fino a quando un candidato conquista la maggioranza assoluta, ed è quindi dichiarato eletto. Il voto alternativo è un sistema che produce risultati maggioritari.

E’ possibile, ma non essenziale, che nei sistemi di preferenza come il voto alternativo si chieda agli elettori di classificare tutti, o quasi, i candidati presenti nella scheda elettorale. Questo evita la possibilità di voti non utilizzati in una fase successiva del conteggio, a causa del fatto che le schede non riportano alcuna valida preferenza. Tuttavia, ciò può portare ad un aumento del numero di voti non validi, e a volte può far assumere grande rilevanza alle preferenze dei candidati verso i quali l’elettore è indifferente o abbia una forte antipatia

Il voto alternativo è utilizzato in Australia, nelle Fiji e Papua Nuova Guinea. E’ quindi un buon esempio di diffusione regionale dei sistemi elettorali discussi in precedenza: tutti gli esempi di voto alternativo al momento si trovano in Oceania. Tuttavia, un numero di sub-giurisdizioni nazionali in Europa e Nord America utilizzano varianti di voto alternativo, ed esso viene anche utilizzato per le elezioni presidenziali nella Repubblica d’Irlanda.

Vantaggi
Un vantaggio del trasferimento delle schede è che consente ai voti dei vari candidati di cumularsi, in modo che interessi diversi, ma legati, possano essere combinati per ottenere la rappresentanza. Il voto alternativo consente inoltre ai sostenitori dei candidati che hanno poche speranze di essere eletti di influenzare, attraverso le loro seconde preferenze o successive, l’elezione di un candidato maggiore. Per questo motivo, si è talvolta sostenuto che il voto alternativo è il sistema migliore per promuovere politiche centriste, in quanto può costringere i candidati a cercare non solo i voti dei loro sostenitori, ma anche le “seconde preferenze” degli altri. Per ottenere queste preferenze, i candidati devono fare ampio ricorso alle grandi questioni politiche piuttosto che concentrarsi su problemi di poco conto. L’esperienza del voto alternativo in Australia tende a sostenere questi argomenti: i partiti principali, per esempio, in genere cercano di stringere buone alleanze con i partiti minori per ottenere le seconde preferenze dei propri elettori prima di una campagna elettorale, un processo noto come “scambio di preferenze”. Inoltre, a causa del requisito della maggioranza assoluta, il voto alternativo aumenta il consenso dato ai membri eletti, e quindi è in grado di migliorare la loro percezione di legittimità. L’esperienza di voto alternativo a Papua Nuova Guinea e in Australia suggerisce che essa può fornire significativi incentivi per una politica di cooperazione. Negli ultimi anni, il voto alternativo e la sua variante del voto complementare, è stato adottato anche per le elezioni presidenziali e dei sindaci in Bosnia, Londra e San Francisco.

Svantaggi
Tuttavia, il voto alternativo ha anche una serie di svantaggi. In primo luogo, richiede un ragionevole grado culturale per essere utilizzato in modo efficace. In quanto operante in collegi uninominali spesso può produrre risultati che sono disproporzionali rispetto ai sistemi di rappresentanza proporzionali. Addirittura, in alcuni casi, rispetto al FPTP. Inoltre, il potenziale del voto alternativo per la promozione di politiche centriste è molto dipendente dalle sottostanti condizioni demografiche e sociali: mentre è stata promossa con successo interetnico in Papua Nuova Guinea nel corso degli anni ‘60 e ‘70, è stato criticato in un altro paese del Pacifico, le isole Fiji, dal momento in cui vi è stata introdotto nel 1997. Inoltre, come per il suo impiego nel Senato australiano nel periodo 1919-1946, il voto alternativo non funziona bene quando si applica in circoscrizioni plurinominali più ampie.

Il Doppio Turno (TRS)

La caratteristica centrale del sistema a doppio turno è quello suggerito dal nome: non è una elezione singola, ma si svolge in due turni, spesso ad una settimana o quindici giorni di distanza. Il primo turno si svolge nello stesso modo delle elezioni a turno unico. Nella forma più comune di TRS, questo è condotto utilizzando il FPTP. E’ però anche possibile condurre il TRS in circoscrizioni plurinominali che utilizzano un sistema di voto bloccato (come nella Repubblica di Kiribati) o voto bloccato di lista (come in Mali). Un candidato o partito che riceve una determinata percentuale di voti è eletto a titolo definitivo, senza bisogno di un secondo scrutinio. Questa percentuale consiste normalmente nella maggioranza assoluta dei voti validi espressi, anche se diversi paesi utilizzano una percentuale diversa quando si utilizza il TRS per eleggere un presidente. Se un candidato o un partito riceve la maggioranza assoluta, allora si svolge un secondo turno di votazione e il vincitore viene proclamato eletto.

I dettagli di come il secondo turno è organizzato in pratica variano da caso a caso. Il il metodo più comune è che esso rappresenti una contesa tra i due candidati più votati al primo turno; in questo caso è chiamato “run-off”. Esso produce un risultato che è realmente maggioritario, nel quale uno dei due partecipanti necessariamente raggiunge la maggioranza assoluta dei voti e viene quindi dichiarato vincitore. Un secondo metodo, il plurality, è utilizzato per le elezioni legislative in Francia, il paese più spesso associato con il sistema a doppio turno. In queste elezioni, ogni candidato che ha ricevuto una percentuale maggiore del 12,5% dei voti degli elettori registrati nel primo turno può partecipare al secondo turno. Chi ottiene il maggior numero di voti nel secondo turno è quindi proclamato eletto, indipendentemente dal fatto che abbiano ottenuto una maggioranza assoluta o meno. A differenza del “run-off”, questo sistema non è veramente maggioritario, in quanto vi possono essere anche 5 o 6 candidati che partecipano al secondo turno delle elezioni.

Sistemi a doppio turno vengono utilizzati in 22 parlamenti nazionali ed è il metodo più comune utilizzato in tutto il mondo per l’elezione diretta dei presidenti. Insieme con la Francia, molti degli altri paesi che utilizzano TRS sono stati territori dipendenti dalla Repubblica francese o sono stati storicamente influenzati in qualche modo dai francesi. Per le elezioni legislative, il TRS viene utilizzato dagli Stati della Repubblica dell’Africa Centrale, Congo (Brazzaville), Gabon, Mali, Mauritania e in Togo nell’Africa sub-sahariana francofona, in Egitto nel Nord Africa, dalle isole Comore, Haiti, Iran, Kiribati, e Vietnam, e da alcune repubbliche post-sovietiche (Bielorussia, Kirghizistan, Turkmenistan e Uzbekistan). Pochi altri paesi come la Georgia, il Kazakistan e il Tagikistan utilizzano il TRS per eleggere i propri rappresentanti come parte di sistemi elettorali misti.

Vantaggi
A – In primo luogo, il TRS consente agli elettori di avere una seconda possibilità di voto per la loro scelta del candidato, o addirittura consente di cambiare le loro scelte tra il primo e il secondo turno. Esso quindi ha molti aspetti in comune con i sistemi di preferenza come il voto alternativo, in cui gli elettori sono invitati a ordinare i candidati, pur se consente agli elettori di fare una scelta del tutto nuova nel secondo turno, se lo desiderano.
B – Il TRS può incoraggiare l’aggregazione di diversi interessi con i vincitori del primo turno, incoraggiando in tal modo i compromessi tra partiti e candidati. Esso consente inoltre ai partiti e agli elettori di reagire ai cambiamenti nel panorama politico che si verificano tra il primo e il secondo turno di votazione.
C – Il TRS riduce i problemi di “panachage”, la situazione comune in molti sistemi maggioritari in cui due partiti o candidati simili si dividono tra loro il voto dello stesso elettorato, permettendo così ad un candidato meno votato di conquistare il seggio. Inoltre, poiché gli elettori non hanno la possibilità di classificare i candidati per esprimere la loro seconda scelta, il TRS può essere più adatto a paesi in cui l’analfabetismo è molto diffuso rispetto ai sistemi che utilizzano l’ordinamento come il voto alternativo o il voto unico trasferibile.

Svantaggi
A – Il TRS pone notevoli pressioni sull’amministrazione elettorale imponendo una seconda elezione poco tempo dopo la prima, in modo da aumentare in modo significativo sia il costo del processo elettorale nel suo insieme sia il tempo che intercorre tra l’elezione e la dichiarazione dei risultati. Questo può portare a instabilità e incertezza. Il TRS pone anche un onere supplementare per l’elettore, e talvolta vi è un forte calo di affluenza tra il primo turno e il secondo.
B – Il TRS condivide molti degli svantaggi del FPTP. Ricerche hanno dimostrato che in Francia esso produce i risultati più disproporzionali di ogni democrazia occidentale, e che tende alla frammentazione del sistema partitico nelle nuove democrazie.
C – Uno dei problemi più gravi con il TRS è per le sue implicazioni nelle società profondamente divise. In Angola nel 1992, in quella che doveva essere una elezione tesa a riportare la pace, il capo dei ribelli Jonas Savimbi è arrivato secondo al primo turno delle elezioni presidenziali. Come sarebbe stato chiaro che avrebbe perso il secondo turno, egli comprese di avere poco incentivo a svolgere il gioco di opposizione democratica e immediatamente ricominciò la guerra civile in Angola, che andò avanti per un altro decennio. In Congo (Brazzaville), nel 1993, le prospettive di un governo stabile franarono nel secondo turno delle elezioni e ciò portò l’opposizione a boicottare il secondo turno e a prendere le armi. In entrambi i casi, il segnale chiaro che un partito sarebbe probabilmente uscito perdente dalle elezioni fu il fattore scatenante della violenza. In Algeria nel 1992, il candidato del Fronte Islamico di Salvezza (Front Islamique du Salut, FIS) vinse al primo turno, e i militari intervennero per annullare il secondo turno.

Written by sistemielettorali

11 dicembre 2009 at 20:00

Nucleare: analisi dei costi. Tempi di costruzione.

with one comment

Cominciamo ad entrare più nel dettaglio in merito ai costi di una centrale nucleare.
Questo è fondamentale, poichè i costi fissi di un impianto nucleare rappresentano un dato che, in percentuale, incide in termini molto pesanti (circa il 55%). Nella seguente immagine le percentuali dei costi fissi sul totale per alcuni tipi di centrale.

Da uno studio intitolato “I Veri Costi dell’Energia Nucleare” (UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI PISA, DIPARTIMENTO DI INGEGNERIA MECCANICA NUCLEARE E DELLA PRODUZIONE, di V. Romanello, G. Lomonaco, N. Cerullo, http://www2.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/Costi.pdf), abbiamo una prima analisi sui criteri di valutazione generale dei costi.
Lo studio afferma che: “seguendo una procedura consolidata, per prima cosa si devono considerare i costi fissi di impianto, che, nel caso di produzione elettronucleare, hanno una incidenza particolarmente elevata sul costo del prodotto finale. La valutazione di tali costi comprende:
– il costo nominale della centrale
– il suo tempo di realizzazione
– il tasso di interesse
– la durata della vita operativa prevista
– i fattori di disponibilità e carico
– i costi per lo smantellamento (comprese la custodia in sicurezza delle scorie) ed il recupero del sito

Naturalmente gran parte di queste voci sono presenti nei capitoli di spesa anche di altri tipi di impianto. Per gli impianti nucleari, però, esse sono particolarmente elevate, soprattutto per la rigorosa applicazione delle particolari norme di sicurezza e della garanzia della qualità, da sempre caratteristiche di questa tecnologia. Ad esempio a poter incidere molto significativamente sui costi può contribuire il tempo di realizzazione della centrale: è necessario quindi che la qualificazione del sito, particolarmente lunga e complessa per gli impianti nucleari, sia rapida.”
Cominciamo quindi a parlare dei tempi di realizzazione, dato su cui oggi in Italia si comincia a parlare con insistenza dopo i primi accordi preliminari con francesi e americani. Purtroppo le variabili sono tante, e tali, che è molto difficile fare previsioni. Qui di seguito alcune opinioni interessanti.

In data mercoledì 15 luglio 2009, l’ENEL, per bocca di Conti, afferma che la prima centrale potrà essere messa in cantiere nel 2013 ed essere completata non prima di 4-5 anni, verso il 2018 o poco dopo: giusto in tempo per subentrare al carbone, che intanto sarà diventato meno competitivo come prezzo.

Maurizio Ricci, di Repubblica scrive però che benché il ministro Scajola abbia più volte citato il 2018, come la data dell’entrata in produzione della prima centrale, i dirigenti dell’Enel preferiscono spostare questo appuntamento due anni più avanti, al 2020. Frutto (anche) dei tempi che occorrono per le necessarie autorizzazioni.
Si pensava che, fin da febbraio, ci sarebbe stata l’indicazione dei criteri con cui saranno selezionati
i siti più adatti alla costruzione delle centrali (anche se è già convinzione diffusa che la prima,
forse già con due reattori, sarà nel Lazio, sul posto dove sorgeva il vecchio impianto di Montalto di Castro).
Invece, nelle conversazioni con i giornalisti, i dirigenti dell’Enel hanno chiarito che, a febbraio, sarà
fissato soltanto, con i decreti legislativi, il quadro istituzionale in cui avverrà la scelta dei siti. I quali,
dunque, verranno indicati più tardi, dopo le elezioni regionali di primavera.”
(http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_52_20091006093606.pdf)
Dal sito dell’ENEA (http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=eneaperdettagliofigli&id=127):
Gli attuali reattori di III Generazione (AP1000 Westinghouse, EPR Areva) hanno un tempo di costruzione di circa 50 mesi. Ma va tenuto conto che prima della costruzione è necessario acquisire alcune autorizzazioni alla costruzione e alla messa in funzione. Questi tempi non sono univocamente definiti per cui ci si può riferire a casi concreti recenti, quali quello finlandese e britannico. In Finlandia il processo decisionale per la realizzazione di un nuovo impianto nucleare implica sei successivi stadi, che vanno dalla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per la costruzione ed esercizio dell’impianto al rilascio di una licenza di esercizio da parte del Governo. Nel caso del nuovo impianto EPR (Olkiluoto 3), l’iter è iniziato nel 1998 con il lancio della VIA da parte delle utility interessate (a quel tempo erano ancora in ballo due possibili siti), ha attraversato il suo culmine con l’approvazione della nuova centrale da parte del Governo nel maggio del 2002 (la licenza alla costruzione è stata poi rilasciata nel 2005) e si concluderà nel 2010-2011 con la messa in funzione dell’impianto: complessivamente 13-14 anni. Il governo britannico, ad inizio 2008, ha annunciato la costruzione di 8 centrali nucleari di III Generazione. In quell’occasione, John Hutton, business secretary del governo britannico, ha affermato: “I hope the first new reactor would be in service well before 2020”; peraltro, il target di EDF di mettere in rete il primo impianto nel 2017 è giudicato dalla stesso governo “brave”. È dunque realistico attendersi che in un Paese con lunga e ininterrotta tradizione di ricorso all’energia nucleare e di gestione dei rifiuti radioattivi e con ben 19 impianti nucleari in esercizio la messa in rete del primo impianto di III generazione avvenga non prima di una decina di anni da oggi.

Secondo uno studio presentato dal Cesi e dall’Aiee ad ottobre del 2008, 4 reattori EPR da 1600MW potranno essere operativi non prima del 2026 e produrranno una riduzione delle emissioni di CO2 pari a 17 mln di tonnellate annue. Al 2020, se tutto va bene ci sarà una centrale operativa che ridurrà le emissioni per poco più di 4 mln di ton, che, a fronte di una produzione odierna di 552,8 mln/T annue in Italia di CO2, corrisponde allo 0,7%.  Tutto ciò al netto della produzione di CO2 di tutta la filiera, perché alcuni studi recenti hanno calcolato che se si considera tutto il ciclo di lavorazione, per ogni kwh di produzione con il nucleare si emette la stessa quantità di CO2 di un kwh prodotto con il ciclo combinato. Il nucleare servirà poi solo alla produzione di elettricità settore responsabile delle emissioni di CO2 per il 18-20% del totale, che non tocca gli altri grandi responsabili, i trasporti e la residenzialità.

Riprendendo lo studio “I Veri Costi dell’Energia Nucleare”, si dice che: “il calcolo effettuato è cautelativo, e si riferisce per lo più ad impianti di vecchia generazione. Oggi infatti gli impianti vengono realizzati in 4 anni, (addirittura la Westinghouse assicura un periodo di 36 mesi dal primo getto di calcestruzzo all’avvio commerciale dell’impianto)”

Chi è di parte, come Greenpeace, ha pubblicato un rapporto, elaborato da un gruppo di ricercatori indipendenti (http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/costi-economici-nucleare-sintesi.pdf)…
Aumento dei tempi di costruzione
Uno studio condotto dal Consiglio Mondiale dell’Energia (WEC) ha mostrato che in tutto il mondo i tempi di costruzione per i reattori nucleari sono aumentati dai 66 mesi a 116 mesi tra il 1995 e il 2000. L’aumento dei tempi di costruzione è sintomatico di una serie di problemi, tra i quali la gestione della costruzione di reattori sempre più complessi. Questi enormi ritardi, che sono un elemento fondamentale delle difficoltà dell’industria nucleare, dimostrano che il nucleare non può essere una risposta tempestiva per i cambiamenti climatici.
Attualmente vi sono solo 22 reattori in costruzione nel mondo. La maggior parte (17) sono in costruzione in Asia. Ben 16 dei 22 sono in costruzione in base a progettazione cinese, indiana o russa, sebbene probabilmente nessuno di questi
progetti verrà esportato in Paesi dell’OCSE. Per 5 dei 22 reattori la costruzione è cominciata oltre 20 anni fa, e ha suscitato seri dubbi riguardo la possibilità di essere ultimata secondo i tempi previsti. Ci sono poi 14 reattori dei quali la costruzione è stata cominciata ma è attualmente sospesa, 10 dei quali nel Centro e nell’Est dell’Europa.

Anche il professor Rubbia ha risposto con queste parole:
«Dobbiamo tener conto che il nucleare è un’attività che si può fare soltanto in termini di tempo molto lunghi. Noi sappiamo che per costruire una centrale nucleare sono necessari da cinque o sei anni, in Italia anche dieci. Il banchiere che mette 4 – 5 miliardi di Euro per crearla riesce, se tutto va bene, a ripagare il proprio investimento in circa 40 – 50 anni.”
Sul blog Ecoalfabeta (http://ecoalfabeta.blogosfere.it/2009/02/ho-visto-grandi-entusiasmi-su.html), si pubblica un’intervista a Massimo Scalia, ex deputato dei verdi, ex presidente della commissione parlamentare d´inchiesta sul ciclo dei rifiuti, membro del comitato scientifico di Legambiente.

Scalia, che ne pensa di questa tesi che arriva dall’università di Pisa?
«Andiamo con ordine e partiamo dalla questione del tempo necessario a costruire un impianto. Loro parlando di 5 anni, ma la tempistica media varia da 11 a 18. Prendiamo ad esempio l’ultima centrale in costruzione, quella a Olkiluoto in Finlandia. Ebbene, se ne è cominciato a parlare nel 97 e ne hanno cominciato la costruzione un anno e mezzo fa. Peraltro in questo primo anno e mezzo hanno già accumulato 10 mesi di ritardo. Tutto perché vengono continuamente posti problemi di sicurezza da parte delle amministrazioni locali».
Faccio notare anche alcune osservazioni dell’ ing. Paolo Fornaciari in data 04/02/2009 (ex Responsabile della attività nucleari dell’ ENEL fino al 1997) a quanto detto da Massimo Scalia sul quotidiano online Greenreport.
Paolo Fornaciari risponde a Massimo Scalia:
“Non occorrono da 11 a 18 anni per costruire una centrale nucleare. Scalia si informi: anche le nostre prime tre centrali nucleari furono costruite rispettivamente in 55 mesi (Latina), 62 (Garigliano) e 51 (Trino Vercellese), quando le competenze non erano certo maggiori di quelle di oggi. E il tempo di costruzione delle nuove centrali nucleari è previsto in 3 o 4 anni”

Un documento dell’Edison, in data novembre 2008, intitolato “Presupposti per il programma elettronucleare nazionale”, pubblica alcune slide che possono comunque chiarire gli step che dovranno essere operati in Italia.


Analizziamo intanto un caso citato dall’ENEA e da Scalia, la centrale di Olkiluoto in Finlandia.
Dal blog Follia Quotidiana, (http://folliaquotidiana.wordpress.com/2009/08/11/la-nuova-generazione-di-centrali-nucleari-epr/) si pubblica un resoconto decisamente interessante.

Il reattore EPR è una evoluzione del tipo PWR (Pressurized Water Reactor) progettato da Areva, una azienda multinazionale pubblica francese leader mondiale nelle tecnologie relative all’energia nucleare. La Francia è il paese dove l’energia nucleare costituisce, con una quota di 78,8%, la maggior parte dell’energia prodotta.
Il primo reattore EPR al mondo è in costruzione in Finlandia, nella centrale nucleare sull’isola di Olkiluoto, dove affiancherà i due reattori già esistenti.
Ma non è tutto oro quello che luccica. Alcune promesse di Areva, come la maggiore sicurezza, i costi minori e la maggiore competitività del nuovo tipo di reattore si sono incrinate quando si è passati ai fatti. La costruzione di Olkiluoto 3 ha sofferto di alcuni problemi.
La costruzione è iniziata nel 2005, con l’avvio dei lavori il 12 settembre. Il completamento del reattore e di tutte le strutture necessarie era previsto nel 2009. Areva aveva promesso al cliente, Teollisuuden Voima Oyj (TVO), l’azienda pubblica finlandese che gestisce l’energia elettrica, quattro anni di costruzione a un costo di 2,5 miliardi di £ (3,2 miliardi di €).
Ma a gennaio 2006, dopo solo quattro mesi, è ufficialmente confermato un ritardo di sei mesi nella costruzione, e a luglio 2006 viene annunciato che il reattore entrerà in funzione nel 2010. Nel 2008 viene spostata la data di termine dei lavori all’estate del 2011, e verso la fine dell’anno si annuncia che la data possibile per l’avvio del reattore è attualmente fissata all’estate 2012.
Oltre ai ritardi, sono aumentati anche i costi: a luglio 2009 il costo stimato del reattore è di circa 1,7 miliardi di € superiore al previsto.
Tutto ciò ha portato AREVA e TVO in un arbitrato all’inizio del 2009: infatti TVO chiede al fornitore del reattore 2,4 miliardi di € di danni dovuti all’aumento del prezzo e alla mancata fornitura di elettricità. Areva chiede a sua volta a TVO 1 miliardo di €. La situazione è stata riassunta in questo modo da Steve Thomas, professore inglese di politiche energetiche che ha monitorato il progetto:
“Se all’inizio Greenpeace avesse affermato che dopo quattro anni di costruzione si sarebbe verificato un ritardo di altri tre anni e mezzo e uno sforamento del budget del 60%, chiunque avrebbero iniziato ad irriderli”. “Ma è quello che è successo. E’ difficile pensare ad un andamento peggiore di quello attuale.”
Anche Philippe Knoche, chief operating officer di Areva, ha ammesso che “non è un segreto che Areva stia perdendo soldi in questo progetto”.
Resta da capire che cosa ha causato tutti questi problemi.
I lavori sono stati rallentati, e i costi sono lievitati a causa delle obiezioni mosse dall’organismo finlandese sulla sicurezza nucleare STUK. Il 10 luglio 2006 l’autorità per la sicurezza ha inoltrato un rapporto, intitolato “Management Of Safety Requirements In Subcontracting During The OLKILUOTO 3 Nuclear Power Plant Construction Phase”, dove venivano sottolineate diverse “non conformità” nella costruzione della centrale. Nota: nel rapporto il fornitore dell’impianto nucleare è Framatome ANP, abbreviato in FANP. In seguito questa azienda è diventata Areva NP, una joint venture tra Areva (66%) e Siemens AG (34%).

Secondo STUK, i sopralluoghi nel sito di costruzione compiuti dal team di investigatori hanno mostrato che le aziende partecipanti nella costruzione (per grandi progetti ci si affida sempre a subappalti) “non ottemperano completamente alle aspettative di STUK riguardanti una buona cultura della sicurezza. I problemi rilevati hanno rallentato i progressi del progetto e hanno incrementato la pressione sul calendario delle successive fasi di costruzione.”
In particolare si sono verificati problemi con la qualità del cemento e con la qualità delle saldature.
Per quanto riguarda la qualità del cemento, fornito dall’azienda Forssan Betoni, nel rapporto di STUK (pagg. 22-23) è stato rilevato che:

•l’offerta di appalto non affermava specificatamente che erano richiesti standard speciali nella gestione della qualità nella costruzione di una centrale nucleare. I requisiti avrebbero dovuto essere affermati così chiaramente da permettere ai fornitori di valutare il lavoro extra, necessario per soddisfarli, ed operare in seguito senza pressioni impreviste nei costi a causa del controllo di qualità
•il criterio principale applicato nella selezione delle offerte è stato il prezzo della produzione
•il sistema di qualità di Forssan Betoni non rispettava lo standard ISO 9001 nella fase di selezione
•Forssan Betoni non aveva esperienza nelle costruzioni di centrali nucleari precedenti al progetto OL3 e tutti i requisiti di qualità che si applicano alla costruzione di tali centrali non erano menzionati nella fase di offerta.
•in base alle informazioni ricevute e ai risultati ottenuti nelle indagini, il personale addetto al controllo qualità di FANP  non ha identificato seri problemi di qualità durante i lavori. La composizione del cemento è stata cambiata quando è stata effettuata la colata del cemento, in violazione delle regole. La modifica, secondo FANP, non era rilevante, ma eccedeva i limiti specificati per la pesatura. Turante le operazioni non era chiaro alle parti coinvolte, ovvero Forssan Betoni e FANP, chi era responsabile per la composizione del cemento.
Il problema con le saldature è invece relativo ad un componente chiamato “steel liner”, progettato da Babcock Noell Nuclear GmbH e fornito dal subcontractor Polish Engineering Works. A giugno 2007 erano stati saldati insieme vari segmenti di questo componente, ma le ispezioni successive hanno mostrato problemi nella qualità delle saldature e la presenza di deformazioni. La progettazione, l’implementazione e l’ispezione delle saldature è stata, secondo STUK, insufficiente. Per questo motivo STUK ha ordinato il 6 agosto 2007 l’arresto delle attività di saldatura e l’avvio di procedure di riparazione da parte di TVO e del fornitore. Inoltre è stata richiesta la revisione delle procedure di qualità. Gli investigatori di STUK hanno notato che le saldature erano effettuate con un “root gap” eccessivo. Esso rappresenta la distanza tra due piastre, uno spazio che viene riempito con il materiale della saldatura. I lavori sono ripartiti il 10 settembre 2007.

Lo “Steel Liner” fa parte della struttura di contenimento interno, che deve contrastare la pressione e le temperature generate da un eventuale incidente, impedendo il rilascio nell’ambiente di materiale radioattivo. Il contenimento protegge inoltre il circuito di raffreddamento del reattore e dei sistemi di sicurezza contro eventi esterni. Il sistema di contenimento è un cilindro a doppio strato, alto circa 60 metri e con un diametro di 45 metri, le cui pareti sono in cemento. Lo steel liner è un rivestimento interno in acciaio formato da una serie di piastre in acciaio spesse 6 mm (pag.28).

Nuovamente, STUK ha rilevato che:

•La catena di controllo / fornitura / produzione (STUK, TVO, FANP, BNN, EPG) è stata problematica, causando problemi nella comunicazioni, nella gestione di rapporti di non conformità e nell’implementazione delle azioni correttive.
•EPG aveva esperienza nella costruzione di strutture in acciaio in larga scala per applicazioni convenzionali, ma nessuna esperienza nell’ambito delle centrali nucleari. Nella pratica non è stata effettuata alcun addestramento del personale, anche se il manuale della qualità di EPG lo prevedeva. Inoltre non è stata effettuato alcun addestramento nella promozione della cultura della sicurezza.
•L’impiego ripetuto di distanziature (“root gap”) eccessive è una chiara non conformità con la procedura ufficialmente approvata ed ha una portata assolutamente inaccettabile. Una situazione simile non dovrebbe essere possibile in un sistema di qualità funzionante. Il controllo qualità basato sulle specifiche di saldatura deve essere continuativo, ed ogni lavoratore deve essere responsabile della qualità del proprio lavoro (pag. 33).
Nelle conclusioni finali, sono state rilevate queste problematiche:

1.Il numero delle aziende in subappalto è elevato e FANP non è, nella pratica, in grado di esercitare un vero controllo sulla competenza e sulla qualità del lavoro di tutte queste aziende
2.Nella fase contrattuale sono stati enfatizzati gli obiettivi economici e i requisiti di qualità sono stati generalmente sollevati dopo l’inizio dei lavori
3.FANP faceva affidamento a TVO e STUK per la rilevazione dei problemi
4.FANP non aveva familiarizzato con le caratteristiche della costruzione
5.L’organizzazione del consorzio è confusa e non sono chiare le autorità responsabili per la gestione dei problemi
6.Poiché FANP ha ricevuto pressioni nella tempistica, non sono sempre state valutate criticamente le capacità delle aziende in subappalto di raggiungere i requisiti di qualità
Questo esempio dovrebbe chiarificare il concetto di “sicurezza nucleare”. La sicurezza non è solo quella sulla carta, dove gli scienziati possono assicurare percentuali di incidenti bassissime. La sicurezza è anche quella pratica: il rispetto delle procedure nella costruzione, e successivamente nella gestione e nella manutenzione della struttura. Nel caso della centrale finlandese, si può notare come i problemi siano stati causati dalle aziende in subappalto, selezionate a volte per i loro prezzi competitivi e non per il know-how posseduto. Fortunatamente un rigido controllo da parte dell’autorità per la sicurezza ha rilevato i problemi imponendo delle riparazioni.

Siamo sicuri che in Italia non possa succedere qualcosa del genere, o peggio? La stessa Italia dove un ospedale costato 38 milioni di €, la cui costruzione è durata 20 anni, a circa 6 anni dall’inaugurazione viene evacuato per un pericolo di crollo dovuto a cemento con troppa sabbia. Un ospedale dove mancano la certificazione sulla conformità degli impianti elettrici, sulla prevenzione incendi e l’autorizzazione definitiva allo scarico in rete fognaria.

Dal sito del WWF (http://www.wwf.it/UserFiles/File/News%20Dossier%20Appti/DOSSIER/comunicati%20stampa/2009_2_24_nucleare.pdf) viene pubblicata una nota:

WWF: “L’ILLUSIONE NUCLEARE AUMENTA LA DIPENDENZA ENERGETICA ITALIANA E RALLENTA L’AZIONE ANTI-CO2
Essendo il primo reattore costruito nel mercato liberalizzato europeo dell’energia, nel 2005
quando la costruzione iniziò fu descritto come una prova che l’industria nucleare può competere in
questo nuovo mercato in seguito ai miglioramenti tecnologici avvenuti. Per ridurre i rischi per
l’acquirente – l’utility finlandese TVO – la società franco-tedesca Areva ha siglato un accordo chiavi
in mano a prezzo fisso per la nuova centrale (turnkey agreement), a prescindere dall’ammontare
finale delle spese effettive per il costruttore. Inoltre, l’accordo prevede una multa di 0,2% del costo
per ogni settimana di ritardo rispetto alla consegna alla prima criticità prevista entro 48 mesi dalla
posa della prima pietra.
Le condizioni favorevoli previste dall’accordo avevano l’obiettivo di dimostrare la competitività
dell’”affare” rispetto alle altre opzioni sul mercato.
Già nel primo anno si sono verificati una serie di problemi tecnici e ritardi nella costruzione, resi poi
pubblici dall’ente regolatore dell’energia della Finlandia. Dopo 16 mesi di lavori il progetto aveva
accumulato un ritardo di ben 18 mesi, con un aumento dei costi stimato in circa 700 milioni di Euro.
Va aggiunto che già nel 2006 in seguito agli anticipi effettuati Areva ha registrato una perdita di 300
milioni di Euro. Va notato che la Bayerische Landesbank che ha guidato un syndicated loan di 1,95
miliardi di Euro per il progetto – che copre il 60 per cento dei costi – ha applicato tassi estremamente
vantaggiosi del 2,6 %. Inoltre le agenzie di credito all’esportazione Coface e SEK hanno garantito
operazioni di Areva per 720 milioni di Euro.
Ciononostante il progetto potrebbe causare una forte perdita per Areva ed in prospettiva anche per
l’utility finlandese.
La DG Competition della Commissione Europea ha anche indagato sulle particolari condizioni
concesse da queste agenzie ad Areva e sulla possibile violazione dei principi di concorrenza nel
mercato europeo. E’ chiaro quindi che il progetto Olkiluoto emerge come un sonoro fallimento che
mostra la palese incapacità dell’industria nucleare di competere in mercato liberalizzato dell’energia
quale è quello europeo oggi, anche se si tratta di progetti in via di realizzazione in condizioni
ottimali e in paesi molto avanzati sia dal punto di vista economico che in materia di
regolamentazioni e sicurezza.

Ma c’è anche chi prova a darne una versione diversa: dal sito Newclear (http://www.newclear.it/?p=904):
I ritardi e la lievitazione dei costi  nella costruzione di Olkiluoto 3 sono diventati per alcuni, un ottimo pretesto per strombazzare che il tempo del “rinascimento” nucleare è tramontato prima ancora di arrivare. Non si tratta solo di organi d’informazione di parte, anche il compassato Financial Times ha calcato la mano sull’odissea finanziaria del progetto finlandese, sottolineando con intenzionalità,  le dichiarazioni del presidente di Areva Anne Lauvergeon, che ammetteva di non essere in grado di definire con certezza il costo finale dell’opera. Per la cronaca,  questa settimana sul cantiere si è festeggiato  un importante traguardo nell’avanzamento dei lavori. la posa della cupola di acciaio di 200 tonnellate e 47 metri di diametro sul duomo del reattore OL3.
Quando un progetto è così complesso e oneroso come quello una centrale nucleare, tanto più quando il progetto di durata pluriennale, viene dapprima trascinato da spinte inflazionistiche sui prezzi delle materie prime  e poi  travolto dalla recessione, è improbabile che non sorgano controversie tra le parti e battute di arresto .
Non si tratta di trovare delle attenuanti come del resto ribadisce anche Rod Adams, ma il cantiere finlandese va considerato come una palestra di allenamento per un’industria che subisce un’attenzione altamente vigilante (se non decisamente diffidente) da parte dell’opinione pubblica . I contrattempi e i disaccordi tra costruttore e il consorzio Tvo sono frustranti ma non sorprendenti. All’infuori di alcuni paesi asiatici dove  si è raggiunta un certa maturità nella costruzione di nuove centrali, nel resto del mondo sono trascorsi diversi  anni dalla costruzione degli ultimi impianti. Dagli anni ’70-80 è subentrata una nuova generazione di lavoratori che impiegano tecniche che si sono notevolmente raffinate  e lasciano spazio  a un continuo processo di perfezionamento. 

Infine, pubblichiamo la traduzione della lettera che l’autorità di sicurezza nucleare STUK ha consegnato lo scorso dicembre al costruttore francese AREVA, lettera nella quale si dice di non registrare “nessun reale avanzamento nella progettazione dei sistemi di controllo e protezione” che potrebbe portare a un arresto della costruzione del reattore.
Potete trovarla anche ai seguenti link:
http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/lettera-olkiluoto
http://weblog.greenpeace.org/nuclear-reaction/2009/05/problems_with_olkiluoto_reacto.html

Lettera da Jukka Laaksonen, Direttore Generale STUK all’Amministratore Delegato di AREVA Anne Lauvergeon.

Helsinki, 9 dicembre 2008

Gentile Signora Lauvergeon,
Con la presente esprimo la mia grande preoccupazione per l’assenza di progressi nella
progettazione dei sistemi di automazione della centrale nucleare di Olkiluoto 3 […]. Non vedo
nessun reale avanzamento nella progettazione dei sistemi di controllo e protezione. In assenza
di un progetto adeguato, che soddisfi i principi basilari della sicurezza nucleare, e che derivi in
modo razionale e trasparente dai concetti presentati come allegato alla richiesta di licenza di
costruzione, non vedo alcuna possibilità di approvare per l’istallazione tali importanti sistemi.
Ciò vorrebbe dire che la costruzione si arresterebbe e che non sarebbe possibile iniziare a
commissionare i test.
Ho già espresso le mie preoccupazioni su questo punto già nella primavera 2008, in una
riunione con il Sig. Xavier Jacob e con il managment di TVO (ndr: azienda elettrica finlandese).
Dopo quella riunione, Areva ha organizzato un workshop a livello professionale a Erlangen, il
23-25 aprile 2008.
Da allora, ci sono stati vari incontri tra i nostri esperti ma non abbiamo visto nessuno dei
progressi che ci attendevamo dal lavoro spettante ad Areva. I sistemi della massima
importanza per la sicurezza devono essere progettati da Areva NP SAS, ma sfortunatamente
l’attitudine o mancanza di conoscenze professionali di qualcuno, che alle riunioni di esperti
parla a nome di tale organizzazione [Areva NP SAS], impedisce di fare progressi nel risolvere
tali preoccupazioni. Ne deriva che ovvi errori di progettazione non sono stati corretti e che non
abbiamo ricevuto la documentazione progettuale con informazioni adeguate e requisiti
progettuali verificabili […].
Spero sinceramente che possiate iniziare qualche azione in quest’area, per garantire che la
costruzione di Olkiluoto 3 arrivi ad una conclusione felice.

Distinti saluti,
Jukka Laaksonen

Written by sistemielettorali

8 dicembre 2009 at 21:19