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Archive for luglio 2011

L’anti-canone di Bloom

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dal Corriere della Sera:

NEW YORK – Il libro di Harold Bloom, che in Italia sarà pubblicato da Rizzoli in autunno col titolo L’anatomia dell’influenza. La letteratura come stile di vita, è stato salutato in America da un profluvio di elogi da parte dei più autorevoli critici letterari, molti del quali suoi ex studenti a Yale. Tra questi Sam Tanenhaus, capo dell’influente «Book Review» del «New York Times» che oltre a dedicargli una recensione stellare e a tutta pagina nell’inserto domenicale da lui diretto, ha intervistato l’ex maestro per un cliccatissimo video sul «NYT online».

Per generazioni di americani cresciuti leggendo i suoi quasi 40 libri che hanno rivoluzionato la storia della critica letteraria mondiale, Harold Bloom è e resta, nelle parole di Tanenhaus, «il critico letterario più famoso e controverso dei nostri tempi». Una sorta di celebrità, come oggi lo sono solo le star dello spettacolo, cui è bastato definire il suo nuovo libro «il mio canto del cigno virtuale» per gettare nell’ansia schiere di fan.

«Ho compiuto 81 anni l’11 luglio, ma questo non sarà certo il mio ultimo libro», li tranquillizza ora Bloom, appoggiandosi al bastone ormai onnipresente dopo la caduta che nel 2008 rischiò di ucciderlo, costringendolo ad abbandonare – ma solo temporaneamente – la cattedra di Sterling Professor of the Humanities and English a Yale. Il 15 agosto uscirà The shadow of a great rock, sulla Bibbia di Re Giacomo, e tra un paio d’anni sarà la volta di The Hum of thoughts evaded in the mind , che Bloom definisce «l’autobiografia di un lettore».

L’anatomia dell’influenza, spiega, è un canto del cigno «nel senso che non scriverò un altro libro di tale portata». Nel saggio di 357 pagine, Bloom rivisita gli autori che più hanno influenzato la sua vita da quando, a 10 anni, scoprì White Buildings del poeta Hart Crane («il mio primo amore») in una libreria pubblica del South Bronx. Il quartiere dove viveva coi genitori, poverissimi ebrei semianalfabeti provenienti dagli shtetl dell’Europa Orientale che in casa parlavano solo yiddish.

«Questo è il mio libro più personale, una sorta di memoir letterario – rivela – anche se dal mio debutto con Shelley’s Mythmaking, nel 1959, fino ad oggi, sono sempre stato un critico letterario estremamente passionale. Come diceva il sublime Oscar Wilde, mia grande ispirazione, la critica letteraria è l’unica forma civile di autobiografia». Proprio questo suo approccio viscerale gli ha procurato critiche nel mondo accademico americano dove molti non gli hanno mai perdonato le crociate contro gli autori post-sessantottini e politically correct, in nome di una letteratura intesa come epifania individuale, non riscatto socio-politico.

«Il rapporto tra il poeta e i suoi precursori è una vera guerra psicologica per affermare la propria visione originale», teorizzava in L’angoscia dell’influenza (un saggio uscito in Italia nei primi anni Ottanta al quale già nel titolo si richiama la nuova opera), dove l’invenzione letteraria diventa la distorsione creativa dei maestri da parte dei loro successori. Ma Bloom oggi prende le distanze da quell’opera, considerata da molti la sua più importante: «Non mi sognerei mai di rileggere i miei lavori giovanili perché dubito fortemente che riuscirei a capire che cosa quel tizio avesse in mente – afferma – quella persona non sono più io: non ha senso per uno scrittore difendere ogni suo libro».

Eppure i suoi grandi «amori», oggi, sono gli stessi celebrati nel Canone Occidentale del 1994, dalla cui famosa «lista» Bloom ha più tardi preso le distanze: Omero, Chaucer, Cervantes, Molière, Lorca, Yeats, D. H. Lawrence, Petrarca, Leopardi, Tolstoj, Ungaretti, tanto per citarne alcuni. Cioè membri di una grande famiglia, dove i posti a capotavola spettano a Shakespeare e Whitman «le mie due grandi passioni», su cui s’incentra L’anatomia dell’influenza.

«Nel bene e nel male Whitman spiana la strada al mondo moderno», teorizza. Per quanto riguarda Shakespeare, «nonostante rivali come Omero, Dante e Cervantes, egli è l’unico che trascende davvero i limiti linguistici, storici e geografici». «Non è solo un poeta della lingua inglese e neppure solo il poeta della tradizione occidentale – incalza Bloom – ma è il poeta e il drammaturgo di tutto il mondo e di ogni era: una presenza nel pensiero universale. Lo si potrebbe chiamare l’autore della terra ed è per questo che lo considero come Dio».

Come mai l’era moderna non è stata in grado di creare un altro Shakespeare? «È come chiedersi perché il mondo non sia riuscito a produrre un altro Dante, o un altro Cervantes, o perché la tradizione narrativa e letteraria non ci abbia dato un’altra Iliade e Odissea. Non penso se ne possa parlare in termini di causa-effetto: si tratta piuttosto di un vero e proprio incidente cosmologico, unico, raro e inspiegabile».

Quasi un miracolo, insomma. «Nel sedicesimo secolo a Londra, una figura particolare non solo trascende chiunque, ad eccezione di Dante, come maestro della propria lingua, ma ha anche il dono, che in un certo senso supera Dante, di creare con la penna esseri umani. Ti dà cento personaggi principali e mille personaggi secondari, che hanno tutti voci proprie, e soprattutto voci che continuano a cambiare». Neppure Dante, ribadisce, riesce a tanto. «Ad eccezione del pellegrino stesso, nella Divina Commedia il giudizio sui personaggi è dato e non si può cambiare. Anche per le anime del Purgatorio sappiamo già quale sarà l’esito».

Tra gli scrittori americani viventi, solo quattro romanzieri hanno secondo Bloom «serie probabilità di sopravvivere»: «Il mio conoscente Cormac McCarthy, i miei amici Philip Roth e Don DeLillo e quel misterioso e affascinante signore che è Thomas Pynchon». Ancora più scarno il panorama per la poesia: «Abbiamo un solo grande poeta vivente negli Stati Uniti che sopravvivrà al suo tempo: John Ashbery, e anche gli inglesi ne hanno solo uno: Geoffrey Hill».

Bloom vorrebbe non parlare dei romanzieri contemporanei, «perché la gente poi si arrabbia con me», ma non riesce a trattenersi. «Non è mia intenzione polemizzare ma ritengo che David Foster Wallace sia un pessimo scrittore. Paragonarlo a James Joyce è semplicemente ridicolo». Solo lui può dire cose del genere senza temere ripercussioni da parte di un’industria editoriale che peraltro critica da anni.

«Editori e riviste letterarie devono avere qualcosa di cui dibattere. Così creano l’illusione che ci sia un genio vivente negli Stati Uniti. Ma non è vero. Herman Melville ha scritto un grande libro con Moby Dick, Mark Twain con Huckleberry Finn e Nathaniel Hawthorne con La Lettera Scarlatta. Henry James, il più grande romanziere americano, ha lasciato sette o otto capolavori. Dopo di lui gli Stati Uniti hanno creato un genio in William Faulkner, che ha firmato il romanzo più originale e sensazionale del ventesimo secolo: Mentre morivo. Anche Meridiano di sangue di Cormac McCarthy è un’opera splendida, sebbene lontana dal maestro, Faulkner».

Neppure Salinger passa l’esame. «Salinger è tanto sottile da risultare irrilevante, salvo poi essere meglio di Harry Potter e Stephen King». Hemingway «è un esperto di stile e un grande narratore», («non nei romanzi ma nei racconti», puntualizza), mentre Scott Fitzgerald «è quasi altrettanto bravo». Il mito del «grande romanzo americano» (titolo che il suo ex alunno Tanenhaus conferisce a Jonathan Franzen), secondo il noto critico «è da dimenticare». «Freedom può anche avere un valore sociologico, ma i personaggi sono solo nomi sulla pagina. Non hanno vita. Diciamo che Franzen non è Charles Dickens, come sostiene qualcuno».

Nonostante l’antipatia – reciproca – per le femministe, Bloom non dimentica la letteratura al femminile. «Gli Stati Uniti hanno avuto un numero considerevole di donne in posizioni di potere – riconosce – e infatti il più grande poeta dopo Whitman è stata Emily Dickinson. Abbiamo avuto tante scrittrici di romanzi – Willa Cather, Edith Wharton, Flannery O’Connor, Eudora Welty, Elizabeth Bishop e Virginia Wolfe – brave ma non quanto le inglesi Emile Brönte, Charlotte Brönte, Jane Austen e George Eliot. E comunque non riesco a pensare a una sola autrice vivente, americana o inglese, dello stesso calibro».

Alessandra Farkas
20 luglio 2011

Written by sistemielettorali

30 luglio 2011 at 21:19

Pubblicato su letteratura

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Stress test europei

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E’ di questi minuti la pubblicazione da parte dell’EBA dei nuovi stress test sulle maggiori banche europee.

Prima di commentare, ecco i link:

Analisi riepilogativa
http://stress-test.eba.europa.eu/pdf/EBA_ST_2011_Summary_Report_v6.pdf

Note metodologiche
http://stress-test.eba.europa.eu/pdf/Additional+guidance+to+the+methodological+note.pdf
La farsa continua: Moody’s aveva predetto 26 fallimenti, Eurostat ce ne dà 8.
EBA dice 5 banche spagnole, 2 greche, 1 austriaca con i dati al 30 aprile; la stessa EBA dice che 7 spagnole, 2 tedesche, 2 greche, 2 portoghesi passano i test ma sono sul filo del rasoio.
Da questi test risulta che 16 banche su 90 avevano un patrimonio di base dal 5% al 6% e che dovranno prendere provvedimenti per migliorare le riserve di capitale. La media del Tier1 delle banche UE è del 7,7% nello scenario negativo, sempre al 30 aprile.
Come previsto, il rischio è ampiamente in crescita nell’area euro, come d’altronde possiamo verificare quotidianamente con i dati relativi ai cds e ai rendimenti dei titoli di stato.

Le banche che hanno fallito i test sono le spagnole Unnim, CAM, Catalunyacaixa, Banco Pastor, Caja3; le greche Eurobank e Atebank; l’austriaca Volksbanken.

Tra le novità più divertenti vi segnalo che la carenza stimata di capitale totale è di appena 3,5 miliardi di dollari:

Eight banks failed the European Union stress tests after regulators said they had a combined capital shortfall of 2.5 billion euros ($3.5 billion).

    The banks were found to have insufficient reserves to maintain a core tier 1 capital ratio of 5 percent in the event of an economic slowdown, the European Banking Authority said.

    The assessments are the first by the European Banking Authority since it was set up earlier this year. Last year’s tests by its predecessor were criticized for not being tough enough because banks were shown to need only 3.5 billion euros more capital, a 10th of the lowest analyst estimate. Banks that fail the stress test must present a plan to raise more capital within three months.

    “Any institution failing the stress test could be left facing funding challenges, the potential loss of stakeholder confidence and the risk of a credit-rating downgrade,” Steve Pearson, a partner at PricewaterhouseCoopers LLP, said in a note to clients. “Experience has shown the premium the riskier institutions might have to pay to retain some of their depositors could increase to an unsustainable level.”

Ecco infine una tabella che mostra una analisi su eventuali tagli sulla valutazione dei titoli di stato, con scenario avverso. Ci sono picchi al 29,5%, per i titoli greci e del 33% sui portoghesi, sebbene il mercato stia già scontando svalutazioni più ampie.

Written by sistemielettorali

15 luglio 2011 at 17:31

Debito sovrano e costo del funding per le banche

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La situazione del debito sovrano è, ad oggi, estremamente preoccupante, se  non irrisolvibile. Molti paesi hanno subito downgrade dalle principali agenzie di rating. Lascio al lettore stabilire se queste agenzie siano indipendenti o giochino a favore di qualcuno. Resta il fatto che i numeri, quelli relativi a debito e deficit, sono realmente problematici.
Nei giorni scorsi, la Banca Internazionale dei regolamenti ha pubblicato uno studio interessante sull’impatto del debito dei paesi sul funding delle banche.
Di questa analisi che potete trovare presso questo collegamento http://www.bis.org/publ/cgfs43.pdf vorrei citare alcuni dati che riepilogano la situazione relativa a paesi sovrani e banche.

Innanzitutto, i ratings sul credito degli stati e i CDS (a cinque anni) dei principali paesi europei e non (grafico 1).
Il mercato sta punendo quei paesi che hanno avuto maggiori difficoltà economiche, difficoltà che permangono e tengono sotto pressione le finanze pubbliche dei paesi europei.



Non è difficile prevedere che il futuro riserverà un ulteriore aumento del debito sovrano, almeno nei prossimi anni, con USA, UK, Giappone e alcuni stati europei che stanno affrontando deficit fiscali decisamente ampi. Il grafico numero 2 mostra il rapporto deficit/PIL previsto per il 2012, il saldo primario (che esclude gli interessi sul debito) e le passività lorde. L’Italia non è certamente messa peggio di altri, anzi.

Livelli di debito elevati possono significare che il debito di un certo paese non è più considerato a rischio zero, ma, come stiamo vedendo, il premio sul rischio sovrano può risultare più alto e più volatile rispetto al passato. Basti, per esempio, analizzare le aste dei titoli di stato italiano tenutensi in questi giorni per comprendere che per il nostro paese costa molto di più indebitarsi rispetto a prima.
Tutto ciò ha certamente effetto sfavorevole per le banche. E non solo le banche ma anche l’intero sistema finanziario.

Ad oggi, la crescita dello stato patrimoniale delle banche principali non sembra differire molto da paese a paese in base alle condizioni della finanza pubblica (grafico 3).

Ciò è visibile specialmente nella composizione delle passività delle banche. Per istituti di credito posti in paesi con alto debito pubblico, la percentuale del funding derivante dai depositi retail, debito a breve e passività cross-border è generalmente diminuità. In questi paesi, questa caduta è stata in genere tamponata grazie ai prestiti concessi dalle banche centrali e alle obbligazioni con un alto gradi di protezione nei confronti degli investitori (covered bonds e bonds garantiti dal governo), obbligazioni emesse sopratutto come garanzia nei confronti dell’Eurosistema.

Il costo del debito e dei depositi è aumentato notevolmente per quelle banche appartenenti ai paesi più deboli dell’area euro. La composizione del finanziamento per le banche dei maggiori paesi delle economie avanzate è cambiato veramente poco rispetto alle prime tensioni sul debito sovrano del 2009. Le banche hanno in genere continuato a seguire gli schemi di finanziamento iniziati nel 2007, incrementando il loro uso di fonti più stabili come i depositi retail e l’equity e riducendo l’utilizzo dei depositi interbancari e i prestiti dalle banche centrali.

All’opposto, la composizione dei finanziamenti in paesi tecnicamente falliti come Grecia, Irlanda e Portogallo sono cambiati in modo significativo, come il grafico 4 dimostra.

In questi paesi, i depositi della clientela privata sono diminuiti in rapporto alle attività totali. In Grecia il dato è molto marcato, mentre in Irlanda lo è in termini assoluti (in quanto la contrazione delle passività totali delle banche irlandesi non sposta di molto il peso percentuale di questi depositi. La percentuale delle passività esterne si è ridotto anch’esso, specialmente in Irlanda e Portogallo. I depositi interbancari invece sono aumentati, riflettendo con ciò il grande ricorso alla liquidità delle banche centrali.

Le sfide sul funding delle banche europee sono state combattute specialmente sul campo della sostenibilità fiscale delle economie locali. Per esempio, le filiali locali USA di queste banche, che sono finanziate principalmente da depositi interbancari non garantiti, e quindi sensibili alla percezione del rischio degli investitori, sono state colpite duramente. Dal 2009, le passività delle filiali di banche irlandesi, portoghesi e spagnole si sono ridotte di un terzo, rispetto ad un dato decisamente meno grave delle banche dei paesi dell’area euro e ad un incremento delle banche di altri paesi (vedi grafico 5).

Nell’area euro, la percentuale di obbligazioni emesse con un alto livello di protezione (garantite dai governi e i covered bonds) si sono duplicate. Per le banche greche, irlandesi e portoghesi, il ricorso a bond più sicuri è stato molto pronunciato (grafico 7) e motivato dalla necessità di creare un collaterale utilizzabile per le operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema. Anche un’importante banca belga ha emesso un notevole ammontare di bond garantiti dal governo.


[continua]

Written by sistemielettorali

14 luglio 2011 at 14:25

Pubblicato su Economia

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