Sistemi elettorali

Archive for marzo 2011

“Lega addio, sono italiano e rivendico tutti i miei avi”

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L’altro giorno è apparsa sulla Provincia Pavese una lettera dello scrittore pavese Mino Milani talmente chiara e lucida nei contenuti che mi sembra atto doveroso riportarla sul mio blog.
In un’epoca in cui si incita alle divisioni e lo si fa con una rozzezza e un’ignoranza storica senza pari, ogni tanto capita di respirare ossigeno puro grazie alla pacatezza e agli argomenti di persone, loro sì, che amano la propria città.

 

Lega, addio. L’ho votata, qualche volta; e al suo apparire mi era stata benvenuta, mi pareva fosse l’ora, sì, di riconoscere al Nord quanto valesse.  Vuoi vedere che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole

No. Nulla di nuovo, tutto vecchio, i soliti discorsi, fino ad arrivare al 150º. A sentirli ufficialmente dire che, con l’Italia, loro non ci stanno. Non sono italiani, loro: sono padani. Niente biancorossoverde, solo verde, strano colore per una regione cementificata. Il discorso comincia e finisce qui.

Bene, ma io, vecchio pavese, non sono padano, sono italiano. Non me ne importa niente, della Padania, la zona che ha inquinato il suo fiume sacro (a proposito, fate bene, amici leghisti, a bere l’acqua del Po alla sorgente: vedete di non berla al ponte della Becca).

Mia madre era di Siziano, mio padre di Pavia, i miei avi di Roma: quelli che trasformarono in città un villaggio cui i celti fondatori non avevano nemmeno saputo dare un nome, poveracci com’erano; i romani che colonizzarono l’intera Padania, popolandola di quanto non aveva mai avuto, cioè di contadini capaci di coltivare la terra ed allevare il bestiame. I romani che, dopo secoli di buio, diedero alla Padania due dei suoi più fulgenti geni, miei prozii: Virgilio e Catullo.

Già. Ma ho altri parenti più vicini nel tempo, e sparsi qua e là fuori dalla Padania: Garibaldi, ligure; Mazzini, idem; Cavour e Vittorio Emanuele II, piemontesi; Benedetto Croce, napoletano; Pirandello, siciliano; Giacomo Leopardi, marchigiano; Gabriele D’Annunzio, abruzzese; un sacco di artisti umbri e toscani; Ippolito Nievo, friulano; Italo Svevo, giuliano, e la pianto qui. Che si fa? Ci rinuncio? dico che non ho nulla a che vedere con loro, perché non sono padani, ma italiani?

E’ così è della mia storia, fatta dal popolo italiano, con grandezze e miserie, sconfitte e vittorie, malavita e buonavita, gente leale o squallida, onesti e disonesti: ma sì, all’incirca come ovunque nel mondo. O la «Città del Sole» me la date voi leghisti? Finiremo in due Stati, dice l’on. Borghezio. Forse: ma non sarebbero, onorevole, come il Belgio Fiammingo e quello Vallone, sarebbero più probabilmente come Croazia, Serbia o giù e su per i Balcani. Sarebbero debolezze, non forze.

Ne abbiamo sentite di belle, nel 150º, ma che «senza il Sud il Nord sarebbe più ricco» (come è stato detto qui a Pavia, città dei primati) è una delle più belle e delle più rivelatrici. Conta solo il Pil. Essere la Svizzera, ma non per l’istruzione, il rispetto della legge e dei regolamenti, non per il lavoro, non per la virtù civica: perbacco, contano i quattrini. Eccolo qui, l’ideale padano espresso dalla bandiera verde. Mille volte meglio il tricolore. (A proposito, chi credete che l’abbia fatta, l’Italia? I marziani? Mai pensato che sono stati i vostri bis bisnonni?). Lega, addio.

Written by sistemielettorali

31 marzo 2011 at 16:43

Pubblicato su Pavia, politica

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Il downgrading di Grecia e Portogallo

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S&P ha citato la probabilità di ristrutturazione del debito sovrano e gli effetti negativi della subordinazione dei prestiti attraverso il fondo salva stati ESM come le ragioni per questa revisione negativa. I prestiti EFSF – che S&P ritiene che il Portogallo dovrà presto richiedere – andranno di pari passo con il debito sovrano esistente.
Ma i prestiti dalla ESM, che entrerà in vigore quando l’EFSF morirà nel 2013, saranno senior per il debito pubblico regolare.
Questo chiaramente inciderà sui tassi di recupero del debito senior non garantito in caso di default. L’outlook negativo è stato generato dalla tetra prospettiva economica e dalla possibilità che l’attuale crisi politica potrebbe impedire l’attuarsi di politiche necessarie per ridurre il deficit.
Gli spread sui CDS portoghesi si sono ampliati a 555bp, corrispondenti al record  raggiunto a gennaio. Forse ancora più importante, il rendimento dei titoli a 10 anni che hanno raggiunto l’8%. I rendimenti a cinque anni hanno raggiunto circa l’8,5%, e la curva dei rendimenti sta assumendo le caratteristiche invertite della curva del credito, un segnale pericoloso.
La probabilità del Portogallo di cavarsela, fino alle prossime elezione legislative previste per giugno, sono ridotte al lumicino, anche se non è del tutto improbabile che si riescano a trovare i fondi sufficienti in aprile.

Per quanto riguarda la Grecia, è probabile che anch’essa riceverà un prestito dalla ESM a partire dal 2013, ed anche per essa varrà il problema della subordinazione.
Gli spread greci non hanno subito forti scosse dopo l’annuncio – anche perchè si tratta comunque di titoli che già da tempo scambiano con un rating di titoli-spazzatura.

E l’Italia? L’Italia è generalmente classificata come uno dei “PIIGS”, ma quel termine appare poco attuale.
Lo scorso anno di questi tempi, i suoi spread erano solo 25bp inferiori a quelli del Portogallo, ora la differenza è più di 400bp.
Oggi, un’asta relativamente forte di obbligazioni a cinque anni – i rendimenti a 1,66% rispetto al 2,21% di due mesi fa – ha sottolineato il miglioramento percepito nel suo merito di credito. Anche la Spagna ha invertito il trend nelle ultime settimane.

Forse “PIG” sarebbe un acronimo più adatto?

Written by sistemielettorali

30 marzo 2011 at 20:16

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Fukushima – aggiornamenti

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Sono stati sottovalutati i rischi alla centrale di Fukushima in Giappone. Sotto i riflettori ancora la Tepco: non avrebbe tenuto conto di un rapporto del 2007 redatto dagli ingegneri dell’impianto. Questi avvertivano che c’era il dieci per cento di possibilità che un’onda sismica superiore a sei metri, limite massimo stabilito per la sicurezza della centrale potesse colpirla in un lasso di tempo di cinquant’anni. Tutto questo mentre oggi il governo ha ammesso il ritrovamento di tracce di plutonio.
“E’ una situazione di enorme emergenza”, dice Naj Meshkati, esperto della University of Southern California, “occorre un responsabile delle operazioni, misure consistenti per far fronte al problema e voglio sottolineare che si tratta di una crisi nucleare internazionale che oltrepassa le capacità di una struttura, che sia Tepco o il governo giapponese”.

Dall’11 marzo questi isotopi vengono sparati nell’ambiente circostante dalla centrale di Fukushima nel nord est del Giappone, a 10 mila chilometri dall’Italia. I dati ufficiali parlano di livelli di radiazioni superiori a 1.000 millisievert all’ora. In altre parole, passeggiando per un’ora nei pressi della centrale in media si assorbe una quantità di emissioni nocive che il corpo umano può tollerare nell’arco di un anno.
Anche se nella conta degli effetti da radiazioni, come ha spiegato a Lettera43.it Giuseppe Miserotti, membro dell’Isde, l’Associazione internazionale dei medici per l’ambiente, presidente dell’Ordine dei medici di Piacenza ed esperto sui temi del nucleare e della salute, entrano in gioco tante altre variabili.
IL CALCOLO DELLE RADIAZIONI. «Non esiste una dose di radiazioni che si può definire sicura», ha detto l’esperto, «primo perché gli individui reagiscono in maniera diversa. Donne, bambini e anziani hanno per esempio organismi più fragili; secondo perché le dosi sono cumulative, terzo perché la contaminazione che avviene attraverso la catena alimentare, a differenza di quella aerea, è indipendente dalla distanza dal luogo del disastro».
In pratica, anche se è vero che rischia di più chi abita nei pressi della centrale, le particelle radioattive si conservano meglio se innestate in altri organismi vegetali o animali vivi, e tramite questi che fungono da vettori, possono raggiungere comodamente ogni angolo del Pianeta.

Se dal Giappone, per esempio, si alza vapore acqueo contenente particelle di iodio radioattivo, la nube che si crea dopo otto giorni ha perso gran parte della sua pericolosità. Questo perché nel frattempo l’isotopo ha dimezzato le sua forza radioattiva.
E anche in Italia sono arrivati i primi venti dal Sol Levante. L’Ispra, l’istituto per il controllo del nucleare dopo aver “acceso” i rilevatori delle agenzie ambientali delle regioni, ha per ora registrato numeri non allarmanti: le masse d’aria provenienti dalle aree contaminate di Fukushima registrate in Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte, Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Umbria hanno livelli radioattivi «infinitesimali» e «non significativi» per la salute dell’uomo.
I RISCHI PER LA CATENA ALIMENTARE. La situazione è diversa per quanto riguarda la catena alimentare. Se un pesce che vive nel Pacifico assorbe plutonio radioattivo dalle acque di scolo della centrale e finisce nella catena alimentare occidentale, diventa un vettore praticamente eterno di radiazioni (il plutonio dimezza la sua radioattività in 24 mila anni).
«La distanza da Fukushima ci protegge, ma bisogna stare attenti a quello che mangiamo e che mangeremo», ha spiegato Miserotti. «È ancora presto per lanciare allarmi. C’è ancora grande confusione sui numeri (fino al 28 marzo Tepco non sapeva se le radiazioni erano di 10 milioni o di 100 mila volte superiori ai limiti, ndr) ma con l’oceano Pacifico e il plutonio di mezzo, una cosa è certa: bisognerà prendere misure precauzionali estese e di lungo periodo».
Non bastano i blocchi all’import di broccoli, spinaci, latte e formaggi: se il plutonio o il cesio finiscono nelle acque del Pacifico sarebbe opportuno, secondo l’esperto, che l’Organizzazione mondiale della Sanità, valutasse vincoli anche alla pesca.

Iodio e uranio, ora ci si è messo anche il plutonio a complicare la crisi giapponese alla centrale di Fukushima. Elemento ad altissima tossicità, impiega 239 anni prima di dimezzarsi e ha la capacità di fare danni per migliaia di anni. E’ stato rilevato ieri in lievi tracce, ma in ben cinque differenti punti dell’impianto. “Un dato che aggrava la situazione a Fukushima” spiega Carlo Cosmelli, docente di fisica presso l’Università La Sapienza di Roma. “La fuoriuscita di plutonio conferma il principio di fusione in atto nel reattore. Il rilascio degli isotopi è pericoloso e monitorane il livello servirà a capire se gli interventi di stabilizzazione stanno dando buoni esiti o meno”.

Carlo Cosmelli, che idea si è fatto sull’incidente di Fukushima?
Di certo è stato di una gravità incredibile ma anche imprevedibile. Il terremoto non ha provocato grandi danni strutturali alla centrale, tanto che i reattori sono rimasti i piedi. I problemi sono sorti con il black out seguito alla scossa, che ha fatto saltare i sistemi di sicurezza ordinari, e, ancor più grave, lo tsunami che ha spazzato via tutti i sistemi di raffreddamento ausiliari.

Cosa non è chiaro invece?
Non si capisce se per un errore di valutazione o per una mancanza di previsione, non ci si è preoccupati da subito del reattore spento, che sta creando seri problemi. Paradossalmente il danno maggiore non si è verificato in uno dei reattori in funzione, ma in quello inattivo dove sono piazzate le piscine di stoccaggio per l’uranio esaurito, materiale che necessita di essere continuamente raffreddato e trattato, non essendo ancora una scoria solida.

Che tipo di problemi sta creando?
Si è già innescato un inizio di fusione parziale, per ammissione dello stesso governo giapponese. L’ulteriore surriscaldamento dell’uranio rischia di far esplodere il sistema. Intorno alle barre radioattive viene generalmente fatta circolare dell’acqua al fine di raffreddarle. Se questo processo si interrompe, come sta avvenendo, il calore aumenta di migliaia di gradi, fino a creare un aumento di pressione tale da far esplodere il reattore. Dentro le camera a tenuta si trova dell’uranio ancora allo stato liquido, che può riversarsi nell’atmosfera oppure fondere il pavimento per poi fuoriuscire.

Il sospetto sorge legittimo: il governo giapponese non dice tutto perché non sa o perché non vuole far sapere?
Qualcosa si sa, mancano però i numeri certi, ad esempio qual è il reale livello di radioattività dentro la centrale. Probabilmente c’è anche un po’ di paura visto che il reattore era di proprietà della Tepco, una ditta privata, e in questi casi bisognerebbe affidarsi ad una commissione internazionale più che agli interessi dell’industria. A Fukushima hanno aspettato alcuni giorni prima di cominciare a pompare acqua di mare sul reattore, mettendolo così fuori uso definitivamente. Se avessero proceduto subito sarebbe stato meglio. Se ne sono resi conto dopo? Non lo sappiamo e solo pochi possono saperlo.

Insomma, siamo di fronte a una nuova Chernobyl…
Il Giappone è tecnologicamente avanzato e sa come intervenire in queste circostanze. Basta pensare che lo stesso presidente dell’Associazione mondiale per l’energia atomica si è recato subito a Fukushima per verificare di persona la gravità della situazione, mentre a Chernobyl i tecnici sono riusciti ad entrare nella centrale solo una settimana dopo l’incidente. Certo, i reattori di Fukushima sono stati costruiti negli anni ’70 e progettati almeno dieci anni prima, senza prevedere l’onda che ha spazzato via tutti i sistemi di scurezza, ma quelli in funzione a Chernobyl erano talmente vecchi che nessun paese occidentale li avrebbe mai utilizzati.

Dei tecnici fatti evacuare dalla centrale cosa dice?
Che ci sia della radioattività entro dei limiti accettabili all’interno della centrale è normale. Il fatto strano è che ai tecnici sia entrata dell’acqua dentro la tuta, e non si capisce se le ustioni riportate siano state causate dall’acqua bollente o dalle radiazioni. La domanda rimane: come fa ad entrare dell’acqua in un sistema stagno?

E della radioattività riscontrata nell’acqua di mare invece?
Le particelle radioattive sono pesanti e una volta sprigionate nell’aria poi ricadono per terra, nel mare e sulle piantagioni (da qui il divieto di non mangiare insalata). Parlare di radioattività in assoluto non ha senso, perché viviamo in un ambiente radioattivo: nel mare del Sudamerica la radioattività è 72 volte superiore a quella degli Stati Uniti; a San Pietro a Roma è 5 volte più dell’Italia, ad esempio. Da Fukushima però arrivano notizie incerte e a volte contraddittorie sugli elementi presenti e sul loro livello di radioattività: c’è sicuramente lo iodio, che rimane radioattivo per circa 6 giorni, tanto che alle popolazioni colpite da un disastro nucleare viene generalmente somministrata una dose di iodio buono per bloccare l’assorbimento di quello nocivo. Altro discorso vale per l’uranio e il plutonio, elementi molto pericolosi e con dei tempi di smaltimento lunghissimi, la cui rilevazione restituisce la gravità della situazione.

La soluzione del sarcofago è praticabile?
In ultima ratio e solo quando il reattore verrà stabilizzato definitivamente.

Più precisamente, nell’aria che respiriamo sono state rilevate tracce di iodio 131, un elemento di natura tossica che rappresenta il primo indicatore di radioattività derivante, appunto, ad un incidente atomico. La sostanza, dopo avere attraversato Oceano Pacifico, Nord America e Oceano Atlantico, è arrivata anche nel Vecchio Continente, diluendosi in maniera considerevole, ed oggi l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha ufficialmente annunciato che la rete di sorveglianza collocata su tutto il territorio italiano ha individuato dei ”livelli minimi” di iodio 131 in Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte, Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria e, specialmente, in Emilia Romagna.

A darne conferma è il Centro tematico regionale radioattività ambientale della sezione Arpa di Piacenza, che nel fine settimana scorso ha eseguito  esami approfonditi. Tuttavia il direttore, Sandro Fabbri fa capire che non c’è assolutamente bisogno di allarmarsi, visto che il picco rilevato post Chernobyl era stato di 40.000 millibecquerel per metro cubo, mentre una traccia di iodio 131è pari a 0,13 mBq/m3., dunque 400mila volte superiore a quella rilevata qui in Italia. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Lamberto Matteocci, esperto dell’ISPRA:

“Non c’è motivo di preoccuparsi Parliamo di quantità davvero minime, centinaia di volte inferiori a quelle che hanno interessato Stati Uniti e Canada. La stessa situazione si sta verificando in Francia e Spagna. Queste tracce non determinano l’alterazione dei valori del cosiddetto fondo di radioattività ambientale, quello che è presente in natura”

ESPERTI: DANNI AL NOCCIOLO Il ritrovamento di tracce di plutonio all’esterno della centrale di Fukushima può essere una conferma del danneggiamento del nocciolo di uno dei reattori, ma non ‘dicè nulla di più sulla situazione nell’impianto giapponese. «Il ritrovamento non è strano, considerato il danno subito dalla centrale – spiega Giuseppe Forasassi, docente del dipartimento di Ingegneria Nucleare dell’università di Pisa – fa pensare alla fusione parziale del combustibile dei reattori, ma potrebbe venire anche dal danneggiamento di quello esausto contenuto nelle centrali. Questo elemento può poi aver trovato una ‘via di uscità dagli impianti di areazione o da qualche valvola, oppure da fessurazioni nel contenimento». L’episodio, spiega l’esperto, potrebbe forse portare a un innalzamento del livello dell’incidente: «Il plutonio è molto velenoso dal punto di vista chimico, più che radiologico – spiega Forasassi – quindi il problema ambientale può essere grave. Sembrerebbe da escludere però una contaminazione su larga scala, anche se ne dovesse uscire ancora dovrebbe restare al massimo a 20-30 chilometri». Con il passare dei giorni la situazione dovrebbe tornare sotto controllo, anche se il lavoro sulla centrale potrebbe durare ancora anni: «Più passa il tempo più scende la potenza residua dei reattori, che ora dovrebbe essere allo 0,5% di quella massima, che corrisponde a circa 10 Megawatt – spiega Carlo Lombardi, ex docente del Politecnico di Milano – se si riuscirà a garantire il raffreddamento del combustibile non dovrebbero esserci più problemi immediati. A ‘bocce fermè poi si dovrà pensare al destino della centrale: a Three Mile Island si è riusciti a bonificare tutto il sito, ovviamente con un lavoro di anni».

Secondo la task force di Greenpeace è necessario evacuare immediatamente tutte le persone che vivono in una fascia fino a 40 chilometri dalla centrale di Fukushima, perchè la contaminazione radioattiva è alta anche in quella zona.
Greenpeace ha rilevato nel villaggio di Iitate, a 40 km a Nord-Ovest della centrale di Fukushima, livelli di contaminazione fino a 10 micro Sievert per ora (S/h). Inoltre, secondo uno studio commissionato dal movimento, l’incidente nucleare giapponese, nella International Nuclear Event Scale (Ines), è classificato come livello 7, e cioè il livello massimo. pari a Cernobyl. Secondo l’associazione ambientalista, ci sarebbero ancora duemila persone nell’area di massima esclusione, entro i 20 km dalla centrale.
Un nuovo studio commissionato da Greenpeace Germania al Dr. Helmut Hirsch, esperto di sicurezza nucleare, rivela che l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima, ha già rilasciato abbastanza radioattività da essere classificato di livello 7, secondo la International Nuclear Event Scale (Ines). La quantità totale di radionuclidi di iodio-131 e cesio-137, rilasciata a Fukushima tra l’11 e il 13 Marzo 2011, equivale, sostiene ancora Greenpeace, al triplo del valore minimo per classificare un incidente come di livello 7 nella scala Ines. Dello stesso tenore anche il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, che chiede al governo giapponese di «dire la verità. La notizia del ritrovamento di Plutonio rilasciato dalla centrale di Fukushima è agghiacciante. Il plutonio è una sostanza tossica oltre che radioattiva che se inalata o ingerita può danneggiare gravemente gli organi interni, in particolare lo scheletro, i polmoni e il fegato».

La nube, una minaccia anche per l’Europa?
«Il livello delle radiazioni è assolutamente irrilevante, come il fondo naturale», spiega Stefano Monti, direttore dell’Unità metodi di sicurezza dei reattori dell’Enea. Oggi esiste un sistema di rilevamento talmente raffinato che riesce a evidenziare anche le tracce infinitesimali. Una delle reti, ad esempio, è quella che serve per controllare se qualche Paese sperimenta esplosioni nucleari di nascosto. «Per questo – dice l’esperto – vengono scoperte e analizzate anche le frazioni a impatto radiologico assolutamente nullo».

L’incidente di livello 6 è come a Chernobyl?
La classificazione degli incidenti nucleari va da 1 a 7 (il grado più alto equivale a Chernobyl). «In base al fatto che la radioattività è confinata all’area dell’impianto e alla regione circostante – spiega l’esperto dell’Enea – l’evento di Fukushima dovrebbe rimanere al livello 5, anche se alcune agenzie internazionali lo hanno classificato a 6. Si tratta di un incidente molto grave, ma che resta comunque ben lontano da Chernobyl. Attualmente non ci sono le condizioni per un impatto radiologico significativo sulla popolazione».

Come intervenire per limitare i pericoli?
L’obiettivo fondamentale in questi giorni è quello di ripristinare il sistema dell’alimentazione elettrica. «È per questo che i tecnici sono entrati in sala turbine – spiega Stefano Monti -: è molto importante riconnettere la rete elettrica perché a quel punto, con tutti i sistemi attivi, si potrà raffreddare. Dipenderà anche dall’integrità di quei sistemi. C’è da dire comunque che il nocciolo si raffredderà anche in maniera naturale». L’importante è continuare a tenere sotto controllo proprio la temperatura del nocciolo, ormai parzialmente fuso. Da diversi giorni non avvengono nuove esplosioni e questo è un buon segnale.

Le esplosioni ai reattori cosa hanno provocato?
Il reattore è protetto da una «gabbia» di cemento armato che dovrebbe contenere il materiale radioattivo anche in caso di incidente. A Fukushima ci sono state tre esplosioni: «Nei reattori 1 e 3 – afferma l’esperto dell’Enea – a causa dell’idrogeno filtrato fuori, le esplosioni sono avvenute tra contenimento ed edificio esterno», lasciando la «gabbia» integra (significa che la radioattività resta confinata lì). «Nell’unità 2 invece la bolla di idrogeno è rimasta intrappolata, l’esplosione è avvenuta all’interno e può aver provocato danni al contenimento».

A che livello di potenza sono oggi gli impianti?
«In questo momento i reattori di Fukushima sono ormai allo 0,5 per cento della propria potenza a regime – spiega Stefano Monti -. Si tratta di una potenza significativa, ma certo ben lontana da quella di un reattore in funzione». Questo è un elemento discriminante per determinare la differenza tra l’incidente in Giappone e quello di Chernobyl. Allora l’esplosione avvenne quando il reattore era alla massima potenza. In più, a Fukushima non c’è grafite, elemento che a Chernobyl fu determinante per il propagarsi della nube fino agli alti strati dell’atmosfera.

Si può escludere lo scenario peggiore?
Secondo il responsabile di sicurezza dei reattori dell’Enea «è da escludere lo scenario di un’esplosione simile a quella di Chernobyl». C’è un elemento chiave a segnare la differenza: nel 1986 l’esplosione avvenne «con il nocciolo a cielo aperto, perché mancava il contenimento». A Three Mile Island (Stati Uniti) l’incidente avvenuto nel 1979 rimase a un livello 4 proprio perché c’era la «gabbia» di contenimento che ha tenuto confinato il materiale. A Fukushima è accaduto qualcosa di diverso: il fatto che nelle immediate vicinanze dell’impianto siano stati rilevati livelli di radioattività così elevati, fa dedurre che il contenimento non è integro. A quei livelli di radiazioni (intorno all’unità 2) si può arrivare solo se è fuoriuscita acqua che arriva o dalla piscina, o dal reattore.

Che cos’è il plutonio e perché si usa?
Il materiale radioattivo in un reattore può avere tre possibili origini: 1) combustibile nucleare vero e proprio (uranio, plutonio); 2) prodotti di fissione (dopo che il combustibile è stato «bombardato», come lo iodio o cesio); 3) prodotti di attivazione. Ieri si è parlato di tracce di plutonio all’esterno di Fukushima. Spiega Stefano Monti: «Finora si erano rilevati valori di contaminazione elevati da prodotti di fissione e attivazione. Per la prima volta sarebbe invece fuoriuscito il combustibile stesso. Bisognerà però capire se questa notizia verrà confermata o meno, purtroppo in questi giorni la società che gestisce Fukushima non ha assicurato un buon livello di attendibilità delle informazioni».

Perché le barre usate restano una minaccia?
Un secondo elemento di emergenza nella centrale giapponese è legato al combustibile già usato. Bisogna infatti mantenere sotto controllo anche la temperatura delle barre di uranio e plutonio che già hanno compiuto il proprio ciclo all’interno del nocciolo del reattore (ma che non per questo hanno smesso di essere radioattive). Quelle barre di combustibile si trovano nelle piscine al quarto piano degli edifici che ospitano le centrali e ovviamente anche per questi elementi ci sarebbe bisogno di un sistema di raffreddamento integro. La soluzione ideale, dopo che è avvenuto l’incidente, sarebbe il trasferimento in un sito sicuro. Lo stesso si dovrebbe fare con l’acqua contaminata che ristagna nell’edificio della turbina.

Written by sistemielettorali

30 marzo 2011 at 07:36

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Crisi del debito e agenzie di rating

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Il taglio del rating da parte di S&P al Portogallo da BBB a BBB- arriva appena cinque giorni dopo che la stessa agenzia ha tagliato il rating da A- a BBB. Cosa è successo di così importante nel corso degli ultimi cinque giorni?
In effetti, nulla di sconvolgente, un po’ come ai tempi della crisi asiatica, quando S&P ha limato il rating della Corea il 22 dicembre 1997 da BBB-a B +.  Questo avvenne dopo un downgrade di tre livelli solo undici giorni prima da A- a BBB-, e di due gradini il 25 novembre da A+ ad A-, e di un downgrade di un livello un mese prima, il 24 ottobre, da AA-ad A+.
Questo per un totale di dieci gradini nel corso di due mesi.
Non era solo S&P, beninteso. Fitch ha tagliato la Corea da AA-  a B- (dodici gradini) nel corso di un mese, nel 1997, tra cui un taglio di sei livelli il 23 dicembre 1997.
Quel che è peggio, sia S&P e Fitch tornarono sui loro passi e riportarono la Corea “investment grade” BBB-nel gennaio 1999, poco più di un anno più tardi.

Dopo quattordici anni ci risiamo. Le agenzie di rating e ora stanno tentando di raggiungere la realtà della crisi del debito sovrano e forse tendono anche ad eccedere al ribasso.
Notiamo che S&P ha tagliato la Grecia di due punti da BB+ a BB- , e che le prospettive negative permangono così da prevedere ulteriori declassamenti nel futuro.
Il mercato FX è diventato in gran parte immune al downgrade, con l’euro quasi stabile nel reagire a notizie recenti di downgrade.  Tuttavia, bond periferici e CD sono stati colpiti dal downgrade.

Notiamo che, indipendentemente da quello che decidono le agenzie, lo scenario fondamentale per questi paesi continuerà a peggiorare quest’anno.

Tutto ciò in attesa del prossimo stress test sulle banche europee, sperando sia un minimo più serio dell’ultimo.

Written by sistemielettorali

29 marzo 2011 at 21:04

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Il sogno (Dostoevskij)

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I sogni, sappiamo, sono davvero strani: qualcosa magari ci appare straordinariamente chiara, minuziosa come la cesellatura di un orafo, su altre cose invece si passa sopra senza notarle neppure come ad esempio lo spazio ed il tempo.
Credo che i sogni nascano non dalla ragione, ma dal desiderio, non dalla testa, ma dal cuore, anche se la mia ragione in sogno si è esibita qualche volta in ingegnosi voli non da poco. Certo è che in sogno accadono cose del tutto incomprensibili. Mio fratello, ad esempio, è morto cinque anni fa, qualche volta lo sogno: egli prende parte alle cose della mia vita, siamo molto interessati l’uno all’altro, ma intanto, durante tutto lo svolgimento del sogno, io sono pienamente cosciente che mio fratello è morto e sepolto.
[…] E va bene, ammettiamolo pure, è un sogno, ma questa vita che viene tanto esaltata, io volevo finirla suicidandomi, invece il mio sogno, oh! Esso mi ha indicato una vita nuova.
(dal racconto “Il sogno di un uomo ridicolo”)

Written by sistemielettorali

29 marzo 2011 at 20:26

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Ciocca vs Filippi e le lauree in Nicaragua

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Forse un post intero per parlare del consigliere regionale Ciocca potrebbe sembrare tempo perso.
Però, nell’ottica di un fine settimana soleggiato sulle rive del Ticino, convengo che un argomento più leggero possa essere ben apprezzato dagli abitanti “del paese là dove il tla suona”.
I fatti sono presto detti.
Il 24 marzo, su il “Mondo di Pavia” (organo di informazione che potete trovare a questo link: ttp://www.ilmondodipavia.it), appare una lettera aperta indirizzata al padano Angelo Ciocca, nella quale si insinua che il difensore dei popoli lombardi si sia laureato non nella nostra Università di Pavia bensì presso l’Università nicaraguense Paulo Friere. Università coinvolta in tempi non sospetti in giri di lauree “più o meno valide”.
Ciocca risponde con una lettera ai militanti, senza peraltro fornire uno alcuna prova sul pezzo di carta che noi comuni mortali abbiamo sempre ritirato in via Sant’Agostino.
Al che, interviene Ettore Filippi, rincarando la dose, sempre inviando una lettera alla stessa testata.
Lungi da me commentare le vicende, ma è chiaro che il consigliere padano Ciocca dovrebbe spiegare qualcosa in più ai suoi elettori.
Qui di seguito le missive pubblicate. Divertitevi.

Lettera aperta al Consigliere Regionale dottor Angelo Ciocca

Caro Consigliere dottor Ciocca,
siamo sicuri che sarà d’accordo con noi quando diciamo che siamo tutti dottori. Chi più, chi meno, ma lo siamo un po’ tutti. Così almeno ci chiamano. Quante volte l’abbiamo vista o sentita la scena del parcheggiatore abusivo di un parcheggio abusivo che si rivolge al cliente abusivo con un abusivo «Dottò»? Se poi abbiamo una carica e qualcuno ha un favore da chiederci, beh che ci chiami «dottore» è il minimo, un po’ per ruffianeria e un po’ perché meglio andare sul sicuro. E noi, benevolmente, lasciamo dire. Cos’è vogliamo fare i maleducati e zittire il nostro speranzoso questuante con un: «No, guardi, lei si sbaglia, io non sono dottore, sono solo perito…»? Che poi magari va in confusione e ci scambia per morto. Ci chiamano «dottore» e noi ci lasciamo chiamare. Sia ben chiaro: ci «lasciamo chiamare» e non «ci facciamo chiamare» o diciamo di esserlo, dottore. Che invece, se facessimo così, sarebbe un po’ una truffa. Soprattutto se siamo professionisti in materie tecniche. E’ già successo, ma proprio non piace a nessuno scoprire che il suo medico, quello che lui chiamava «dottore» e gli dava le medicine, non era neanche infermiere. O che il calcolo del cemento armato della sua casa è stato fatto da uno che si faceva chiamare «Dott. Ing.», ma che invece era, al massimo, un capomastro.

Ecco, appunto, il progettista. Nelle precedenti puntate che «Il Mondo di Pavia» ha dedicato allo studio tecnico STC, di cui Lei Consigliere è titolare, abbiamo saputo della dovizia di incarichi che Le sono venuti dall’ALER e dalla Provincia, ai tempi del trio Beretta-Alpeggiani-De Polo. Alla domanda che ci siamo fatti, ma perché gli incarichi sono stati dati proprio a quello studio tecnico, e non ad altri, e perché altri non sono stati messi in gara, ci siamo dati la risposta: sarà perché i tecnici della STC sono i migliori su piazza, ciascuno di loro con un curriculum di prim’ordine e titoli da paura. E allora siamo andati a vederli quelli della STC, nel posto migliore dove trovarli, il sito internet di STC S.r.l. engineering group, http://www.gruppostc.it e linkando la voce «missione STC» abbiamo trovato due firme: Il Presidente del CDA Ing. Ileano Comizzoli e Il Titolare Dr. Angelo Ciocca. Di curricula neanche l’ombra. Vorrà convenire con noi, Consigliere, che non è un granché. Però, quanto basta. Lei, Consigliere, si firma Dr. Ciocca nel sito internet della sua società, dunque è laureato.

Abbiamo comunque fatto un altro rapido controllo ed abbiamo constatato che Lei si è dichiarato in possesso di «laurea» in almeno altri due siti: http://www.comuni-italiani.it/018/135/amm.html «Informazioni sul Sindaco Comune di San Genesio ed Uniti e sull’Amministrazione Comunale (Provincia di Pavia – Lombardia)» e http://www.tuttitalia.it/lombardia/provinc…mministrazione/ «Il Presidente, gli Assessori ed i Consiglieri della Provincia di Pavia con l’indicazione del partito di appartenenza o della coalizione politica al momento delle ultime elezioni provinciali». Per scrupolo, abbiamo cercato anche tra i documenti cartacei, ovviamente pubblici, di quando Lei era Assessore Provinciale. E qui abbiamo trovato che, non solo in lettere e comunicazioni esterne, tipo segnalazioni di contributi, ma anche in numerosi atti ufficiali come le delibere di Giunta e addirittura sul «Protocollo d’Intesa per lo Sportello Unico delle Attività Produttive della Provincia di Pavia», uno dei suoi cavalli di battaglia, compare accanto alla sua firma il titolo di «Dott.». Dunque dovrebbe essere certo: Dottor Angelo Ciocca. Ricontrolliamo tutto, perché non si sa mai. E ops, sorpresa! Sul sito internet di STC S.r.l. engineering group, http://www.gruppostc.it, alla voce «missione STC», le due firme e i relativi titoli di studio sono scomparsi. Chissà perché, ci siamo chiesti? Però non è così importante: potrebbe anche essere solo una questione di restyling del sito. E così abbiamo dato per buono quello che abbiamo trovato e che ci dice che Lei, Consigliere, si dichiara Dottore.

E qui è sorta spontanea la domanda: Dottore in che? E dove? Vede, Consigliere, è un momento in cui c’è molta sensibilità sui titoli di studio. Un ministro tedesco si è dimesso per aver copiato la tesi di laurea. Un assessore regionale del Suo partito è al centro della bufera per un titolo universitario che dichiarava e non aveva. Il quotidiano locale ha sparato in prima pagina la notizia di due studenti colpevoli di aver (forse) falsificato degli esami. E allora? Allora ci ha punto vaghezza di saperne di più. E, armati di Google, siamo partiti alla ricerca di Ciocca e della sua laurea. Prima fermata, all’Università di Pavia. Niente. Non risulta che Angelo Ciocca si sia laureato qui. Se non qui, dove? Abbiamo provato in vario modo a Milano. Niente. A Bologna. Niente. A Roma. Niente. No, un momento! A Roma, qualcosa. Digitando sulla casella di ricerca di Google «università roma tre angelo ciocca Ingegneria Civile Protezione Rischi Naturali» compare al primo posto un interessante pdf, su cui, tra l’altro, si legge….Ciocca Angelo laureato in Ingegneria Edile L.M. presso …. E’ bastato cliccare e ci siamo trovati al Verbale del 28 Ottobre 2008 (http://host.uniroma3.it/cds/ingcivile/Docu…-28-10-2008.pdf), dove facendo scorrere, al punto 2.9 Ammissione ai Corsi di Laurea Magistrale, risulta quanto segue: «Inoltre hanno presentato domanda di ammissione al CdLM in Ingegneria Civile per la Protezione dai Rischi Naturali i seguenti studenti già in possesso del titolo di laurea conseguito in altro ateneo o altri corsi di studio:
Ciocca Angelo laureato in Ingegneria Edile L.M. presso l’Università Paulo Freire in Nicaragua. Rispetta il vincolo dei 36 CFU per le attività di base ma manca di CFU23 per attività caratterizzanti. Sono da prevedere colloqui di valutazione nei SSD ICAR /01 e /08. Il Consiglio approva.
Per accordi circa data ed argomenti contattare i Proff.: C. Adduce e L. Teresi».

Possibile caso di omonimia, sia chiaro. Dunque, meglio saperne di più. Nuova ricerca e il dato sembra tornare. Un Angelo Ciocca, nato a Pavia, il 28/06/1975, si sarebbe effettivamente iscritto all’Università Roma Tre e avrebbe regolarmente pagato le tasse dovute per un semestre, senza però sostenere alcun esame. E allora ci sembra giusto, per evitare di incappare in uno sbaglio davvero grossolano e per di più antipatico, di girarLe direttamente la domanda e chiederLe: Consigliere Ciocca, è Lei la persona che risulta da quel Verbale del 28 Ottobre 2010? Se non è Lei, vogliamo sperare che il foglio che ci ospita assuma formale impegno a darne puntuale notizia con le stesse modalità con cui Le abbiamo fatto la domanda. Se invece fosse Lei, Le spiacerebbe, dato che Lei è un personaggio pubblico che ha avuto ed ha cariche e incarichi pubblici, amministrativi e professionali, chiarire in che modo ha conseguito la laurea in Ingegneria Edile L.M. presso l’Università Paulo Freire in Nicaragua e magari esibirlo il diploma di laurea. Glielo chiediamo perché vorrà convenire con noi che l’Università Paulo Freire non si trova proprio lì dietro l’angolo e non sembra nemmeno essere quello che si dice un fiorellino di università, dal momento che è stata coinvolta in una vicenda non del tutto chiarita di lauree più o meno valide.

In attesa di una Sua risposta, ribadiamo la richiesta a «Il Mondo di Pavia» a pubblicarla per intero e a darne il massimo risalto, già con le scuse incorporate per il disagio che Le avessimo procurato.

PS: Qualora ritenesse di non dover rispondere, è bene che sappia che continueremo a chiederglielo ogni volta che ci capiterà l’occasione di farlo.
Lettera firmata

La risposta di Ciocca:

Cari militanti,
vi scrivo in seguito all’invio di un articolo diffamatorio nei miei confronti  tratto da «Il Mondo di Pavia» di proprietà di Ettore Filippi, politico, se così si può definire, passato da appoggiare la sinistra a strizzare l’occhiolino alla destra, in base alla convenienza del momento, ora estremamente simpatizzante per Abelli. Ma sul personaggio Filippi non vale nemmeno la pena dilungarsi, considerando che la sue vicende politiche sono note. Non vi scrivo tanto per sottolineare come, ancora una volta, in occasione delle prossime elezioni provinciali, ci sia chi mette in atto la «politica dello sputo», atteggiamento che non ha nulla a che vedere con la politica vera, fatta di azioni e di vicinanza al territorio, come tutti i militanti del nostro movimento sanno bene, prodigandosi per la nostra gente. Resto comunque a disposizione al mio numero personale 335 660XXXX per qualsiasi cosa vogliate chiedermi.
Vi scrivo, invece, perché mi sembra giusto prendere spunto da questo ennesimo tentativo di infangare un uomo della Lega Nord per dirvi che la nostra unione farà la forza, per evidenziare come gli avversari, compresi i finti alleati, temano il consenso elettorale del movimento Lega e i tanti voti presi alle ultime elezioni, voti meritati e dati dalla gente che ha conosciuto il grande lavoro di noi militanti. Vi scrivo dunque per dirvi che nulla potrà indebolire il mio impegno per la nostra gente, nel rispetto dei valori che la Lega e i miei genitori mi hanno insegnato. Sono altrettanto certo che nulla potrà scalfire la passione e il lavoro di noi militanti; anzi, in vista delle elezioni provinciali di maggio la Lega Nord farà sentire ancora più forte la sua voce e la provincia di Pavia si colorerà ancora di più di verde! Con stima padana.
Angelo Ciocca

Ecco il testo della lettera aperta di Ettore Filippi in risposta agli attacchi di Ciocca nella missiva inviata ai militanti leghisti.
Egregio Consigliere Dr. (?) Angelo Ciocca,
ho preso buona nota della lettera che Lei ha ritenuto di inviare ai militanti della Lega Nord e delle valutazioni negative delle quali mi ha fatto dono e capisco che , messo inaspettatamente dinanzi ai Suoi reali comportamenti politici e personali, sia stato costretto a reagire. Ciò che capisco di meno è la motivazione per la quale mi coinvolge direttamente in una situazione che vede un organo di stampa pubblicare delle notizie su un soggetto politico, come tale pubblico, il quale reagisce chiamandomi in causa come editore, del quale parla politicamente male agli occhi del «Suo popolo» (che saluta padanamente!) gratificandomi con l’accusa padanamente più grave: essere estremamente simpatizzante per Abelli! Era evidente che l’invio delle new letters de «Il Mondo di Pavia» ad una mailing lista che contiene anche gli indirizzi di qualche decina di militanti padani non sarebbe stata da Lei apprezzata, (così che ho trovato umanamente comprensibile che Lei ed un solo altro “padano” suo parente abbiate chiesto di essere cancellati dalla lista!), ma non credevo che la sfacciataggine che ha contraddistinto l’intero Suo percorso politico Le avrebbe fatto commettere l’errore di non limitarsi a reagire contro il giornale, ma di tirarmi in ballo personalmente e,soprattutto, dinanzi ai Suoi militanti!

Fatto che mi impone non solo di difendere il giornale e la sua credibilità, ma di farlo impegnandomi ad incrementare gli indirizzi mail dei militanti leghisti, cui aggiungere quelli dei dirigenti nazionali del Suo partito che ritengo abbiano il diritto-dovere di rendersi conto di cosa stiamo parlando! Prendo atto, in primo luogo, che nel Suo intervento si limita a parlar male di me, ma non smentisce le notizie che «Il Mondo» ha pubblicato, così come apprezzo il fatto che, a differenza del passato, ha considerato prudente non minacciare querele improponibili perchè darebbero al giornale la possibilità di dimostrare che le notizie pubblicate sono vere. Devo confessarLe che sono molto preoccupato quando scrive che «nulla potrà mai indebolire il mio impegno per la nostra gente, nel rispetto dei valori che la Lega ed i miei genitori mi hanno insegnato», perchè dopo aver letto tutto quello che ha scritto il giornale nelle varie puntate de «I Mercanti nel tempio» e nella lettera della consigliera Fulvio , mi sono chiesto cosa significhi per Lei la parola «valori» e, soprattutto, quali di questi «valori» sia condiviso dalla Lega Nord di Bossi e Giorgetti.

Non sono così ipocrita da ritenere un peccato mortale utilizzare il padano Presidente dell’Aler per portare a casa una assunzione per un compagno di partito, ma saremmo curiosi di conoscere il parere di Bossi e Giorgetti sulla assegnazione al Suo studio tecnico di più di centomila euro di lavoro in una maniera amministrativamente tanto indegna da farci meravigliare per il fatto che la Procura (che ha massacrato Zecca per qualche migliaio di euro di rimborsi che ritiene illeggittimamente ricevuti) abbia steso un velo pietoso sulle modalità ed i contenuti di questa vicenda che è stata ampiamente riportata dalla stampa. Così come gradirei che Bossi Giorgetti e tutti i «militanti» diano il loro illuminato parere sui più di trecentomila euro di incarichi assegnati allo studio tecnico Ciocca dal 2003 al 2005 dall’Ing, De Polo con determinazioni dirigenziali che non passavano dalla Giunta ,senza alcuna formalità, il cui totale contrasto con le norme vigenti mi si dice sarà dimostrato da un prossimo servizio del giornale.

E se Bossi senior (perchè magari il giovane «Trota» potrebbe avere la tentazione, in omaggio al suo sopranome, di fare il pesce nel barile di muliebre melassa di cui si narra Lei gli abbia fatto dono!) e Giorgetti non hanno nulla da dire sul fatto che non solo per due di quelli incarichi il Suo studio ha truffato la Provincia non facendoli eseguire ed ottenendone comunque il pagamento, ma che quando è venuta fuori la notizia sia Lei che il Suo mentore senatore Mura abbiate gridato all’attacco politico. La veemenza di quella reazione (ripetuta addirittura quando Comizzoli venne rinviato a giudizio), il Suo continuo crescere nel partito, la alterigia con cui ha attaccato e fatto attaccare Poma, la Sua evidentemente totale sicurezza che non sarà mai chiamato a rispondere dei Suoi comportamenti, la lettura della Sua nota ai militanti ci fa venire il fondato dubbio che approfittare in continuità della cosa pubblica sia veramente diventato uno dei «valori» della Lega Nord, che si sarebbe così trasformata in un partito come gli altri; anzi ,peggio, perchè almeno gli altri partiti non fanno della presunta «purezza» la cartina di tornasole dei loro quadri politici!

Definire i reportages giornalistici che danno notizie vere «politica dello sputo» e cercare di distogliere l’attenzione dagli atti per tentare di mobilitare gli ignari e fedeli «militanti» contro il demonio «Filippi estremamente simpatizzante di Abelli» è un escamotage che può fare fesso solo chi vuole nascondere la testa sotto la sabbia e, per quanto abbagliati dal «sole delle Alpi», i Suoi «militanti» fessi non sono certamente!. D’altronde comprare un falso titolo di studio da una Università nicaraguense che certifica che Lei ha acquisito la laurea della «New Yorker University» (quando la conoscenza e la pratica dell’inglese e dello spagnolo Le avrebbero permesso di parlare, magari, con la sola segreteria per chiedere informazioni sui Piani di Studio e non si ha conoscenza di Suoi lunghi soggiorni all’estero) non credo deponga a favore della credibilità complessiva di una persona, soprattutto se il titolo viene usato per dare un valore culturale di livello superiore in atti pubblici, come la lettera aperta pubblicata ieri con il titolo «Il laureato?» ci ha fatto sapere.

Mi permetto, inoltre, una modesta considerazione a beneficio dei suoi «militanti». Non credo che una notizia sia vera o falsa, credibile o infondata a seconda di chi la riporta, perchè i fatti sono veri o falsi in assoluto e se averli riportati fosse «politica dello sputo», non sarei stato io o «Il Mondo di Pavia» a sputarLe addosso, ma lo avrebbe fatto Lei a se stesso . Saremmo dinanzi ad una vera innovazione: la politica dell’auto-sputo ! Ritengo che alla luce di quanto è stato scritto in questo periodo e della intensità del rapporto tra Lei ed i suoi «Militanti», per Lei e per il suo status di politico sulla cresta dell’onda, di recordman di preferenze, faro della Lega Nord di Pavia, modello di efficienza elettorale e politica, uomo del destino che farà diventare sempre più verde la Provincia di Pavia, non sia utile lasciare che falsità così vergognose come quelle che sostiene siano state pubblicate da «Il Mondo» possano insinuare dubbi nei dirigenti nazionali della Lega Nord, Bossi in testa!, o nei Suoi adorati ed adoranti «militanti», così che ritengo sia utile, per potere «sputtanare» definitivamente un «politico se così si può definire», «personaggio di cui non vale la pena di parlare» quale il sottoscritto (cui non riconosce neanche il merito di aver permesso alla Lega Nord di «conquistare» Pavia!) un confronto pubblico sui temi in discussione che sono disponibile ad organizzare, cui invitare lo stato maggiore nazionale e locale e tutti i militanti che Lei vorrà invitare, magari al Palaravizza, se non vogliamo stare stretti! Sono sicuro che apprezzerà la sfida e che, in quella sede, trionferà su una nullità politica quale mi ritiene, così da «colorare ancor più di verde la Provincia di Pavia» (magari con la bile che l’esito del confronto farebbe venire fuori ai Suoi dirigenti e militanti!). Attendo Sue notizie!
Ettore Filippi

Written by sistemielettorali

25 marzo 2011 at 11:43

Fukushima, commenti degli esperti

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Il livello di radioattività attorno alla centrale di Fukushima è “sensibilmente aumentato” per un raggio di 30 chilometri e in alcuni punti molto di più. A Tokyo invece non sono stati registrati livelli elevati: lo ha detto a una conferenza stampa a Vienna, Graham Andrews, assistente del direttore generale dell’Aiea, Yukiyo Amano, partito questo pomeriggio alla volta del Giappone. Secondo l’esperto, che è anche membro della direzione dell’Agenzia atomica internazionale, la situazione a Fukushima resta seria ma non è peggiorata: “Ma può naturalmente peggiorare”, ha detto precisando di non voler fare illazioni. Nei primi tre reattori la situazione è stabile: si continua a cercare di raffreddare la barre di combustibile con idranti e acqua marina lanciata da elicotteri. I sistemi di raffreddamento non funzionano in nessuno dei reattori. Sul reattore 4 ci sono poche informazioni e c’è “molta preoccupazione”. Nei reattori 5 e 6, pressochè intatti, la temperatura è invece calata. Andrews ha anche detto che Amano ha parlato con il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon senza precisare il contenuto del colloquio. Quella di oggi era la quarta conferenza dell’Aiea dopo il disastro in Giappone, e la prima senza Amano. Circa le critiche che l’Aiea abbia scarsa influenza sugli standard di sicurezza delle centrali, Andrews ha detto che “noi appoggiamo con aiuto e know-how” ma “i controlli della sicurezza toccano ai singoli paesi, qui non abbiamo un mandato”. “Sapevano che venivano costruiti i reattori (a Fukushima) e che si trattava di una zona sismica”, ha detto, precisando che finora nessuno è morto a seguito dell’incidente, ma che sul nucleare non si può mai ridurre a zero il rischio.

La portavoce del ministero degli esteri Jiang Yu ha specificato, sempre ieri, che Pechino spera che «il Giappone riporti al mondo i dettagli, in una maniera tempista e accurata». Quanto agli americani, Gregory Jaczko, capo della Nuclear Regulatory Commission, ha riferito che la situazione è critica e che, in quanto tale, le squadre che stanno operando presso la centrale potrebbero presto abbandonare il sito, dato l’elevatissimo livello di radiazioni. Traduzione: se Fukushima viene abbandonata, la catastrofe sarà inevitabile.
Secondo Jaczko, inoltre, sarebbe il reattore 1 a sprigionare il grosso delle radiazioni (definite letali e di intensità molto maggiore rispetto a quella descritta dagli esperti di Tokyo) e non il 3, come invece riferiscono i responsabili della Tokyo Electric Power Company (Tepco), che gestisce l’impianto di Fukushima e risulta il primo operatore nazionale nel comparto nucleare.
È proprio Tepco, più che il governo, a essere finita nell’occhio del ciclone. L’azienda ha fatto calare una cortina di silenzio su Fukushima, irritando russi, cinesi e americani, facendo imbestialire la popolazione e infuriare i cronisti locali. Nonché il primo ministro Naoto Kan, che avendo appreso la notizia del disastro di Fukushima dalle immagini televisive – la comunicazione da Tepco è giunta “soltanto” un’ora dopo – s’è rivolto così ai vertici dell’azienda, durante un incontro tenutosi martedì: «Che diavolo sta succedendo?».
Già, che diavolo sta succedendo? Perché – così ha detto l’esperto John Price – Tepco omette, cela, insabbia e perché non ha chiesto lumi e aiuto a General Electric, il colosso americano che ha progettato la centrale? Perché tiene all’oscuro i propri cittadini e i paesi stranieri su quanto sta accedendo? A incidere è in buona misura la storia, dice qualcuno.

Secondo gli esperti di energia nucleare dell’istituto Kurchatov di Mosca nella centrale giapponese di Fukushima non si dovrebbe verificare lo scenario peggiore, quello di una reazione a catena autoindotta sui noccioli di tutti i reattori. “Penso che che la fusione di tutti e cinque i noccioli sia il peggio che può accadere. Ma con tutta probabilità potrà essere evitato” ha detto in una conferenza stampa il vicedirettore Yaroslav Shtrombakh. “Finora riteniamo che non ci sia una reazione a catena autoindotta”. Gli esperti russi ritengono che sarà possibile contenere l’incidente all’interno dell’impianto.

La nube o meglio le nubi radioattive che si sollevano dall’impianto nucleare di Fukushima anche se fossero dirette verso il continente europeo, a causa del lungo tragitto – oltre 10mila chilometri in linea d’aria- non comporterebbe, una volta giunta in Italia, un rischio radioattivo. La radioattività nell’aria sarebbe, infatti, rilevabile solo dagli strumenti e comunque tale da non costituire un rischio per la popolazione e l’ambiente. Lo spiega l’ingegnere Paolo Zeppa, responsabile del settore coordinamento emergenze Ispra, che traccia un quadro di ciò che sta avvenendo a Fukushima dall’11 marzo.

LE ORIGINI DELLE ESPLOSIONI. “Le esplosioni registrate e viste a Fukushima – spiega l’ingegnere – sono causate dall’idrogeno accumulato dentro gli edifici in conseguenza delle operazioni di messa in sicurezza che si stanno svolgendo negli impianti per proteggere il contenitore primario del reattore nucleare, che è uno degli obiettivi principali”. I tecnici infatti “stanno lavorando in emergenza in una situazione straordinaria” perché dall’11 marzo manca l’energia elettrica e lo tsunami ha mandato in tilt i generatori diesel di emergenza. Così – prosegue l’ingegnere – stanno cercando di immettere acqua dentro il reattore, il calore forma vapore che fa aumentare la pressione all’interno, gli operatori aprono le valvole e fanno sfiatare la pressione, con un’operazione quindi controllata. Ma nel fare questo lavoro, dal contatto delle guaine del combustibile nucleare con l’acqua, si crea idrogeno, che si accumula nella zone alte e poi esplode a contatto con l’aria e scoperchia gli edifici, che hanno pannellature appositamente create per non fare resistenza, e favorire lo sfiato. “In condizioni normali, con energia elettrica, le modalità delle operazioni sarebbero diverse, ma in assenza di sistemi di sicurezza attivi si sta operando direttamente sul reattore”, sottolinea l’esperto dell’Ispra, che aggiunge: “Al di là delle esplosioni collaterali di idrogeno, con la depressurizzazione controllata, insieme al vapore d’acqua è inevitabile che venga rilasciata anche radioattività. Per questo le operazioni di rilascio controllato sono fatte, come prevedono i piani di emergenza, dopo aver evacuato la popolazione fino a 20 chilometri”. Così come è stato fatto in Giappone che ha anche esteso le precauzioni: restare al chiuso nel raggio tra 20 e 30 chilometri dalla centrale. E insieme a queste misure, come previsto, è stata attivata la distribuzione delle pillole per la iodioprofilassi. Quindi “l’aliquota di radioattività rilasciata nell’aria, inevitabile in questa fase, è di livello tale da far scattare il piano d’emergenza”. Fuori servizio la rete elettrica, anche i generatori di emergenza hanno fallito e sin dai primi minuti del sisma in quella centrale tutti e sei i reattori sono rimasti senza sistemi di raffreddamento. I tecnici lavorano così in una condizione straordinaria, molto gravosa, una lotta contro il tempo per salvaguardare il contenitore primario. Immettono acqua per raffreddare ed evitare la degradazione, la fusione del combustibile nucleare e tirano fuori vapore per abbassare la pressione per evitare la fessurazione del contenitore primario di calcestruzzo che racchiude il vessel d’acciaio, il nocciolo dove ci sono le barre di combustibile nucleare.

LIVELLI DI RADIAZIONI. Ora “i livelli di radiazione nell’area del sito di Fukushima sono abbastanza consistenti”. Quando il combustibile nucleare si degrada – spiega l’ingegnere – i primi radionuclidi a fuggire all’esterno sono i gas nobili, come xenon 133, il Kripton 85. Gas che però non si depositano né nel corpo né nell’ambiente e si disperdono. Poi, in successione sono rilasciati gli elementi più volatili tra cui lo iodio 131, quello che nella prima fase desta la maggiore attenzione, ma che decade molto velocemente. Poi arrivano il cesio 137 e 134 che nel tempo lascia più a lungo traccia nell’ambiente e lo stronzio 90. Nelle ceneri di Chernobyl ad esempio c’è ancora traccia di cesio ma non di iodio. L’ispra lavora all’interno di un circuito di scambio di informazioni con l’agenzia atomica di Vienna, la Aiea, ma al momento dal Giappone non arrivano informazioni dettagliate: “Scarseggiano le informazioni sia sulla situazione dell’impianto, che sulle operazioni di sicurezza, e anche sul monitoraggio radiologico dell’ambiente esterno alla centrale. Non sappiamo al momento di preciso cosa e quanto si è liberato nell’aria, possiamo ipotizzare la presenza nelle nubi di rilascio di gas nobili e iodio, forse anche cesio. Non si sa nemmeno la concentrazione esatta, si intuiscono livelli di concentrazioni non trascurabili nei dintorni della centrale”. Gli ultimi rilievi segnano a Fukishima, alle 15 del 16 marzo, 18,6 microSv all’ora, un livello “molto superiore al fondo ambientale”. A Tokyo alle ore 9.00 del 16 marzo si rilevano 0,089 microSv all’ora. Per fare un raffronto in Italia, a seconda della situazione geologica ambientale, si può passare da 0,05 a 0,20-0,30 microSv all’ora, dove ad esempio c’è alta concentrazione di radon.

NUBI RADIOATTIVE. In ogni caso, dove vanno le nubi radioattive di Fukushima? “Le nubi si spostano sul territorio in relazione alla direzione e all’intensità dei venti. Parte della contaminazione trasportata viene depositata durante gli spostamenti con progressiva diluizione della concentrazione di radioattività”, sottolinea l’ingegnere dell’Ispra. La dispersione dipende anche dall’altezza del rilascio, che a Fukushima dovrebbe aggirarsi intorno ai 100-200 metri, e soprattutto dal campo dei venti. “nel caso che, complici i venti, le nubi viaggino attraverso il Pacifico, un gran parte della radioattività si depositerà in zona disabitata. Nell’eventualità la nube fosse diretta verso il nostro continente, vi arriverebbe estremamente diluita. I sofisticati strumenti di rilevazione di cui disponiamo potrebbero un domani registrare la presenza di radioattività in aria, conseguente al rilascio da Fukushima, verosimilmente in misura tale da non comportare un rischio radioattivo per l’Europa e l’Italia.

Il piano per il ritorno al nucleare non deve essere abbandonato sotto l’influenza emotiva di quanto sta accadendo in Giappone. Ma occorre tenere in considerazione il parere di tecnici esperti circa le scelte da portare avanti. E la pianura padana non è adatta a ospitare centrali atomiche.
In questi giorni in cui gli occhi del mondo sono puntati sull’evoluzione dell’emergenza radioattiva a Fukushima e diversi governi europei si stanno orientando verso un ripensamento delle politiche energetiche, Bruno Coppi, considerato uno dei padri della fusione nucleare, ha le idee chiare. Coppi, mantovano d’origine ma americano d’adozione, è docente di fisica del plasma al Mit di Boston, coordinatore del Boston energy forum (gruppo che comprende scienziati ed esperti dello stesso Mit, di Harvard e della Boston University) e principal investigator del progetto Ignitor che lavora per rendere fruibile la fusione nucleare e coinvolge Stati Uniti, Italia e Russia.
Professore, è giusto che l’Italia vada avanti con il piano nucleare?
Sì. Penso che sia corretto non abbandonare il processo intrapreso. Ma è importante, per non dire fondamentale, che siano coinvolte persone altamente competenti, che vengano considerati attentamente i dati, le procedure, le scelte dei siti.
Si dice, in questi giorni, che l’Italia ripartendo da zero è avvantaggiata: punterà sulla tecnologia più avanzata. È così?
Oggi esistono sul mercato sostanzialmente due tipi di reattori: l’Epr, realizzato dalla francese Areva (previsto nella centrale di Flamanville, in Francia, si veda il Sole 24 Ore del 17 marzo), e l’Ap 1000 della Westinghouse. Sono entrambi impianti progettati per grandi potenze. Ma io non so per quale motivo si sia deciso di puntare sul modello “francese” piuttosto che su Westinghouse.
Significa che ha delle perplessità sul modello Epr?
No. Significa che non ho visto i dati e che forse poteva essere utile una maggiore discussione e un maggiore confronto tecnico. Quello che posso dire, però, è che molti miei colleghi del Mit di Boston e anche altri esperti non sono così convinti che economia e sicurezza si sposino perfettamente con reattori di grande potenza.
Meglio più piccoli, quindi, rispetto ai 1.650 mW previsti per l’Epr?
Il governo degli Stati Uniti si sta indirizzando con un piano di investimenti per realizzare una serie di centrali di dimensioni relativamente piccole.
L’Italia ha numerose zone sismiche. Qual è il posto ideale per costruire le nuove centrali?
Sicuramente vanno escluse le aree potenzialmente soggette a terremoti. Ma non solo. Sia io che il mio collaboratore Gilberto Faelli che ha una vasta esperienza in qualità di ex operatore della centrale di Caorso (Piacenza, ndr), abbiamo fatto presente a vari livelli che l’intera pianura padana non è adatta a ospitare centrali atomiche.
Per quali motivi? Prima ce n’erano ben due: Trino Vercellese e Caorso, appunto.
I parametri generali riferiti alle centrali di grande potenza sono cambiati nel corso degli anni. In pianura padana non c’è una portata di acqua sufficiente a garantire il dovuto funzionamento degli impianti. Inoltre le correnti d’aria non garantirebbero una dispersione ottimale di una eventuale fuoriuscita di polveri. Sono eventualità remote ed estreme, ma che si devono tenere in considerazione.
Lei è il responsabile del progetto per la fusione nucleare. Quanto siamo distanti dal mettere in pratica questa tecnologia per produrre energia?
Non è possibile dare una risposta seria che non sia solo suggestiva. In questi anni il progetto Ignitor è andato avanti, ma ho l’impressione che non abbia potuto contare su tutte le risorse economiche di cui avrebbe avuto bisogno per compiere gli esperimenti necessari. Se si puntasse decisamente in questa direzione potremmo anche scoprire (come è avvenuto in altri campi) che i tempi sono minori rispetto a quanto immaginiamo.
Qual è il ruolo dell’Italia sul fronte della fusione?
Stiamo lavorando in partnership sia con gli Stati Uniti, sia con la Russia. Io e i miei collaboratori siamo in stretto contatto con Evgeny Velikhov, presidente del Centro Kurchatov e responsabile della parte russa del progetto. L’Italia è in una buona posizione, ma, tutti insieme, dobbiamo riuscire a portare avanti gli esperimenti di base necessari per arrivare a produrre energia in maniera accettabile attraverso la fusione.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-18/atomo-reattori-piccoli-063649.shtml?uuid=AaN0gPHD

Written by sistemielettorali

18 marzo 2011 at 09:19