Sistemi elettorali

Archive for gennaio 2012

Lo stato di qualità dell’aria in Lombardia

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Per l’anno 2009 in Lombardia sono rispettati gli standard di qualità dell’aria per monossido di carbonio (CO), biossido di zolfo (SO2) e benzene(C6H6).
Si riscontrano situazioni critiche per PM10, biossido di azoto (NO2) e ozono (O3).

PM10, PM2.5

Come detto, per PM10 si intendono tutte le particelle solide o aerosol sospese con un diametro aerodinamico inferiore ai 10 micron. Per PM2.5 si intendono tutte le particelle sospese con un diametro inferiore ai 2.5 micron. Il PM2.5 è una parte del PM10 poiché, ovviamente, le particelle con un diametro inferiore a 2,5 micron hanno anche un diametro inferiore a 10 micron. A Pavia circa il 70% del PM10 è costituito da PM2.5.
In tabella la media del PM10 a Milano negli ultimi 30 anni.
La qualità dell’aria delle nostre città è sicuramente migliore oggi di quanto lo fosse nei decenni, ma anche negli anni, scorsi. Le misure effettuate dalla reti di rilevamento nei decenni scorsi evidenziano dei trend in diminuzione delle concentrazioni di biossido di zolfo (SO2), di particolato sospeso con diametro inferiore ai 10 μm (PM10), di benzene (C6H6), e, seppure con un andamento più rallentato negli ultimi anni a causa della diffusine dei veicoli diesel, del biossido di azoto (NO2).

Le caratteristiche orografiche e meteorologiche – Il Bacino Padano

Dal punto di vista della qualità dell’aria va rilevato  che se le emissioni locali possono portate ad un incremento delle concentrazioni in prossimità della sorgente, la gran parte delle emissioni si disperdono e interagiscono a scala di bacino. Ciò è in particolare vero per gli inquinanti secondari (o per la parte secondaria del particolato, nel caso di PM10 e PM2.5), che si formano in atmosfera e che necessitano di tempo (da ore a giorni) per formarsi. In una realtà come quella della pianura padana, il contributo di questo fondo regionale è di gran lunga prevalente sui contributi locali.
Qui di seguito le medie di PM10 e i giorni di superamento dei limiti per i capoluoghi lombardi, dal 2002 al 2009.


Il Bacino Padano, chiuso dalle montagne su 3 lati, rappresenta dal punto di vista della qualità dell’aria una sorta di catino chiuso in cui le emissioni di inquinanti si distribuiscono, ma faticano a disperdersi per mancanza di ricambi della massa d’aria. Le montagne circondano il territorio su 3 lati . Ciò determina condizioni meteorologiche particolarmente sfavorevoli per la qualità dell’aria: i venti medi sono tra i più bassi d’Europa; le Alpi limitano spesso l’ingresso in pianura delle correnti d’aria associate alle perturbazioni fra l’Italia del Nord ed che interessano il resto dell’Europa continentale; frequentemente si instaurano condizioni di alta pressione associata a stabilità atmosferica, che specie in inverno causa lunghi periodi di inversione termica con gli inquinanti che possono disperdersi in altezza solo fino a pochi metri dal suolo.

LA VELOCITA’ DEL VENTO

La velocità del vento è spesso inferiore ad 1 m/s; in condizioni di vento più sostenute, superiori a 2,5 m/s, anche a Milano e a Torino il numero dei superamenti del valore limite giornaliero di PM10 decresce significativamente. Ad esempio, nella stazione di Milano Juvara, nel periodo 1 gennaio 2005 – 31 dicembre 2006, sono stati solo 3 i giorni in cui contemporaneamente è stata superata la soglia di 50 μg/m3 e la velocità media giornaliera è risultata superiore a 2,5 m/s.

Anche in assenza di vento,non appena l’inversione si rompe, anche in pianura padana, seppure in pieno inverno, le concentrazioni di PM10 da valori anche superiori ai 150 μg/m3, diminuiscono e si portano a valori inferiori al limite di legge.

Anche la composizione del PM10 conferma come in pianura padana l’inquinamento da particolato non sia tanto legato a singole emissioni locali ma sia un problema da affrontare a scala di bacino. Infatti la percentuale di particolato di origine secondaria, inorganica ed organica, (che richiede del tempo per formarsi in atmosfera e che quindi tende ad essere diffusa in modo uniforme su tutto il territorio) supera il 50% della massa complessiva.

Written by sistemielettorali

23 gennaio 2012 at 11:44

Neve chimica?

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Dato che siamo in argomento con il particolato, parliamo della famosa “neve chimica” (orribile definizione)

C’è chi dice che sia una specie di nebbia artificiale, chimica, innescata dall’inquinamento che ristagna su quella valle. Un fenomeno insolito su cui anche la scienza è divisa. Viene chiamata impropriamente “neve chimica”, ha fatto la sua copiosa comparsa nei giorni scorsi in Val Padana, non per la prima volta. Eppure anche se bianca e di ghiaccio non è neve come le altre.
Ricapitolando, quella che molti chiamano “neve chimica” altro non è che un mix di agenti naturali come il grande freddo e un altissimo grado di umidità unito ad agenti antropogenici, come la presenza di scarichi industriali. Gli esperti però non ritengono sia pericolosa per l’uomo né per la natura. Anzi ripulisce l’aria.
La formazione dei fiocchi avviene a circa un chilometro dal suolo. È possibile che precipitazioni di questo tipo avvengano solo in alcune zone di una città, a seconda della concentrazione di particolato inquinante, della temperatura e soprattutto  della presenza o meno di foschia.

La parola ad alcuni esperti…

Vincenzo Levizzani, ricercatore presso l’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima al Cnr di Bologna
“Questo tipo di precipitazione nevosa si verifica quando, pur in assenza di nubi, si combinano fattori quali il grande freddo, un elevato tasso di umidità e la presenza di un determinato tipo di particolato, cioè quelle sostanze prodotte dall’inquinamento industriale che presentano una struttura simile ai cristalli di ghiaccio da acqua pura. Sono delle sostanze prodotte dall’inquinamento industriale come il solfuro di rame, l’ossido di rame, gli ioduri di mercurio, di piombo o di cadmio e i silicati.
In questo caso si assiste a un fenomeno meno frequente benché sempre naturale: la nebbia “nuclea” come cristallo di ghiaccio”.
“La Pianura Padana è una delle zone più inquinate non solo d’Europa, ma dell’intero pianeta, e ce lo conferma ciò che osserviamo dal satellite con sensori appositi, sia per l’alta concentrazione di industrie sia per la sua conformazione, perché è un catino che ha pochissimi scambi con l’esterno”.
“Tecnicamente, in nessun caso si dovrebbe ingerire la neve perché non è mai acqua pura: nel caso di quella chimica consiglierei di evitarlo nel modo più assoluto. Va precisato comunque che le sostanze inglobate nelle precipitazioni, nevose o liquide, sono sempre limitate: in ogni caso, se da un lato fungono da “spazzini” dell’atmosfera, impedendoci di respirare sostanze nocive, dall’altro le depositano sul suolo, entrando nel ciclo dell’acqua e degli alimenti”.

Stefano Tibaldi, direttore generale dell’Agenzia regionale prevenzione e ambiente dell’Emilia Romagna
Sulla scelta terminologica che identifica questo fenomeno atmosferico, però, c’è chi non è d’accordo. “È un’invenzione lessicale : la neve “chimica” non esiste. Non c’è alcuna differenza tra le nubi in quota e la forte nebbia, che è semplicemente una nube a contatto con il suolo. Quello che scatena la neve è sempre un accumulo di vapore sui cosiddetti nuclei di condensazione, generalmente aerosol, polveri e particelle, siano esse naturali o provenienti dall’attività dell’uomo. E non c’è niente di nuovo: lo aveva spiegato già bene Claudio Cassardo, professore associato presso la Facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali dell’Università di Torino, dove pure si è verificato spesso il fenomeno». Sì, ma se non la si vuole chiamare chimica e non è perfettamente identica alla neve, qual è il modo migliore per parlarne? «Neve da nebbia mi sembra molto più appropriato».

Luca Mercalli
“Non ho potuto verificare di persona il fenomeno ma da quel che ho letto si tratta di neve naturale stimolata dalla presenza dell’inquinamento”. Alla domanda: secondo lei può essere “pericolosa” per l’uomo o per l’ambiente? Mercalli risponde molto francamente: “né più e ne meno dell’aria che respiriamo. E in ogni caso è più un chimico a dover rispondere”.

Alberto Maffiotti, direttore dell’Arpa di Alessandria.
“Non è corretta la definizione di “neve chimica”. Queste precipitazioni si verificano a causa delle particolari condizioni di questi giorni dovute all’elevata umidità e alle temperature rigide. In questa situazioni si ha il fenomeno naturale della galaverna. Nelle zone in cui sono più alti i livelli di polveri sottili, soprattutto Pm10 e Pm2.5, si creano nuclei di condensazioni per cui si formano dei cristalli d’acqua che precipitano al suolo. Le sostanze chimiche fanno da catalizzatori nella formazioni di questi nuclei”.

Daniele Cat Berro, Società Meteorologica Italiana
“Non si tratta di un fenomeno eccezionale. Era diventato meno frequente. Però è improprio chiamarlo neve chimica, sarebbe più corretto chiamarla “nebbia congelante precipitante”. Particolarmente frequente in zone urbane con forte presenza di insediamenti industriali, laddove l’abbondante particolato in sospensione può favorire l’aggregazione nei bassi strati atmosferici – entro la nebbia – di piccoli cristalli di ghiaccio che poi precipitano imbiancando lievemente il suolo. Questo fenomeno può prodursi in una zona specifica di una città senza investire altri quartieri”.
“Bisogna però distinguere la nebbia precipitante dal fenomeno dalla galaverna. La galaverna non è precipitante ma si tratta di un deposito che si forma in presenza di nebbia e temperature sotto lo zero su rami, cavi elettrici, a volte di qualche centimetro di spessore”.
“Possiamo dire che in questo contesto con temperature negative soprattutto in zone urbane ad alta densità con presenza di insediamenti industriali, la presenza di nebbia e di pulviscolo in sospensione favorisce la formazione di questi cristalli di ghiaccio in atmosfera che precipitano al suolo”.

Written by sistemielettorali

19 gennaio 2012 at 13:23

Pubblicato su Attualità, inquinamento

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L’ingannevole apoteosi del capitalismo «eterno»

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Paradossi e conseguenze del crollo sovietico. Perché il pensiero
di Marx ha condizionato l’Occidente

Una delle illusioni ricorrenti del pensiero umano è di ritenere di vivere il punto d’arrivo della storia. Non è esatto che tale veduta sia stata caratteristica soltanto del pensiero antico, privo di mentalità storicistica. Certamente in alcuni storici e pensatori di età classica si coglie la persuasione di vivere nella «pienezza dei tempi», al culmine cioè di uno sviluppo del quale non si immaginano ulteriori tappe. Ma assai più diffuso è, semmai, in quell’età, il convincimento che la storia umana non sia stata che una continua decadenza.

È noto che il sovvertimento radicale di tale prospettiva è dovuto al pensiero storico di matrice cristiana, in particolare all’influenza di un gigante del pensiero tardoantico quale Agostino, alla sua intuizione del tempo e alla sua visione della storia come progresso verso la «città di Dio». Gli incunaboli dello storicismo moderno sono lì. Con il limite, ovviamente, di una visione insieme conclusiva e utopistica: conclusiva, in quanto fondata appunto sull’idea di un punto d’arrivo (la città di Dio); utopistica perché proiettante fuori della storia la conclusione della storia. È altresì chiaro che una laicizzazione della visione agostiniana – l’intuizione di un cammino positivo ma immanente – è alla base del moderno pensiero progressista.

Il filosofo comunista Karl Marx (1818-1883)Il filosofo comunista Karl Marx (1818-1883)
Se dal piano della visione filosofica passiamo a quello della ricostruzione storica, possiamo osservare analoga polarizzazione nello scontrarsi, nell’età nostra, di due opposte visioni del «modo di produzione capitalistico», così efficacemente studiato da Marx. Da un lato una visione eternizzante e statica, secondo cui il capitalismo non solo è forma durevole e ricorrente nelle più varie epoche, ma è anche l’approdo ultimo dell’organizzazione sociale. Dall’altro una visione storicizzante (e certo scientificamente agguerrita), secondo cui è prevedibile un declino anche del «modo di produzione capitalistico», come di ogni altro modo di produzione ad esso precedente.

Per tanta parte del nostro secolo questa seconda veduta si coniugava con la certezza di essere entrati – con la rivoluzione sovietica – in un’età storica che avrebbe visto realizzarsi quel superamento del capitalismo che già sul piano scientifico-analitico era dato «prevedere». E si coniugava anche con l’idea – non meno azzardata – che l’età del socialismo, e poi del comunismo e della dissoluzione dello Stato fosse anche l’ultima dello sviluppo umano. La crisi, rapida in fine ma a lungo incubatasi, dei sistemi politico sociali detti del «socialismo reale» ha dato un duro colpo a quelle convinzioni e ha ridato fiato in modo spettacolare all’altra veduta, quella dell’«eternità» del capitalismo.

Agostino d’Ippona (354-430)Agostino d’Ippona (354-430)
Anche sul piano logico, però, è subito chiaro, a chi non si lascia trascinare dalla passione, che il crollo di gran parte dei sistemi di «socialismo reale», mentre dà un colpo mortale all’idea di essere già entrati nell’età «successiva» (quella del socialismo), non altrettanto reca un argomento risolutivo alla veduta, sempre ritornante, dell’eternità del capitalismo. Questa seconda deduzione continua ad apparire azzardata, se solo si considera quanto l’esistenza di una settantennale esperienza di economia socializzata e di piano abbia inciso sulla natura stessa e sul funzionamento del capitalismo. Al punto che, non senza ragione, commentatori del più vario orientamento, tendono oggi a dire che il risultato di quasi un secolo di esperienze socialistiche (poi entrate in crisi) è stato per così dire di tipo dialettico. Il socialismo ha contato o «resta» nella storia del XX secolo non perché abbia «inventato» società nuove, ma perché ha inciso profondamente nelle dinamiche del capitalismo. L’avversario modifica l’antagonista e si viene modificando esso stesso.

Quanto detto sin qui può forse bastare a non prendere sul serio saggi troppo fortunati come La fine della storia del nippo-statunitense Fukuyama. Il problema è però un altro. Non cullarsi nel rifiuto di interpretazioni avventate o semplicistiche, ma cercare di capire il movimento storico che continua incessante sotto i nostri occhi. E qui incominciano le difficoltà. Le classi si sono profondamente rimescolate; l’operaio di fabbrica del mondo industrializzato palesemente non sarà il soggetto della trasformazione e del superamento (quando che sia) del capitalismo. In compenso, la polarizzazione tra ricchezza e miseria a livello planetario si è approfondita e irradiata sull’intero pianeta.

Sul piano, poi, dei modi dell’organizzazione politica, accade che il modello occidentale – proprio quando doveva celebrare i suoi fasti e il suo trionfo – è entrato in gravissima crisi. Lungi dal determinarsi l’apoteosi della mitica «liberaldemocrazia», si appalesa, in tutta la sua brutalità, il trionfo della compravendita politica, veicolo dell’esproprio della volontà popolare.

fonte: http://www.corriere.it/cultura/libri/12_gennaio_05/ercolani-la-storia-infinita_59a7cc02-3789-11e1-8a56-e1065941ff6d.shtml

Written by sistemielettorali

6 gennaio 2012 at 20:50

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Polveri sottili e salute umana

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Innanzitutto, diamo un’occhiata alla scala dimensionale del particolato.

In breve:
•    Particolato grossolano – particolato sedimentabile di dimensioni superiori ai 10 µm, non in grado di penetrare nel tratto respiratorio superando la laringe, se non in piccola parte.
•    PM10 – particolato formato da particelle inferiori a 10 micron (µm) (cioè inferiori a un centesimo di millimetro), è una polvere inalabile, ovvero in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore (naso e laringe). Le particelle fra circa 5 e 2,5 µm si depositano prima dei bronchioli.
•    PM2,5 – particolato fine con diametro inferiore a 2,5 µm (un quarto di centesimo di millimetro), è una polvere toracica, cioè in grado di penetrare profondamente nei polmoni, specie durante la respirazione dalla bocca.
Per dimensioni ancora inferiori (particolato ultrafine, UFP o UP) si parla di polvere respirabile, cioè in grado di penetrare profondamente nei polmoni fino agli alveoli; vi sono discordanze tra le fonti per quanto riguarda la loro definizione, per quanto sia più comune e accettata la definizione di UFP come PM0,1 piuttosto che come PM1 (di cui comunque sono un sottoinsieme):
•    PM1, con diametro inferiore a 1 µm
•    PM0,1, con diametro inferiore a 0,1 µm
•    nanopolveri, con diametro dell’ordine di grandezza dei nanometri (un nanometro sarebbe PM 0,001).

Il PTS, così come ogni suo sottoinsieme, è caratterizzato da una distribuzione statistica dei diametri medi, ovvero è composto da diversi insiemi di particelle di diametro aerodinamico variabile da un minimo rilevabile fino al massimo diametro considerato: ad esempio il PM10 è una frazione del PTS, il PM2,5 contribuisce al totale del PM10 e così via fino ai diametri inferiori (nanopolveri).
La distribuzione dei diametri aerodinamici medi è variabile, ma alcuni autori ritengono di poter valutare il rapporto fra PM2,5 e PM10 compreso fra il 50% e il 60%. In particolare Harrison valuta il PM2,5 come il 60% del PM10, mentre Kim lo valuta come un valore variabile dal 52% al 59%. Questo significa che – ad esempio – di 10 µg di PM10 contenuti in un metro cubo di aria mediamente 6 µg sono di PM2,5.

Legislazione europea e italiana

Al PM10 fanno riferimento alcune normative (fra cui le direttive europee sull’inquinamento urbano 1999/30/EC e 96/62/EC e quelle sulle emissioni dei veicoli), tuttavia tale parametro si sta dimostrando relativamente grossolano, dato che sono i PM2,5 ed i PM1 (anche se comunque correlati al PM10) ad avere i maggiori effetti negativi sulla salute umana e animale. Per le emissioni di impianti industriali (fabbriche, centrali, inceneritori) il riferimento è ancora più grossolano (le Polveri Sospese Totali PTS), e si riferisce solamente al peso totale delle polveri e non alla loro dimensione.
Nel 2006 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), riconoscendo la correlazione fra esposizione alle polveri sottili e insorgenza di malattie cardiovascolari e l’aumentare del danno arrecato all’aumentare della finezza delle polveri, ha indicato il PM2,5 come misura aggiuntiva di riferimento delle polveri sottili nell’aria e ha abbassato i livelli di concentrazione massimi “consigliati” a 20 e 10 microgrammi/m³ rispettivamente per PM10 e PM2,5.
Nelle direttive europee 1999/30/EC e 96/62/EC, la Commissione Europea ha fissato i limiti per la concentrazione delle PM10 nell’aria.
Il DM 60 del 2 aprile 2002, che accoglie le direttive europee, identifica come limite giornaliero di PM10 nelle aree urbane il valore di 50 µg/m3 (milionesimi di grammo al metrocubo, vedi Sistema internazionale di unità di misura) ed è dunque conforme ai parametri indicati nella fase 1 della 96/62/EC.
Nell’aprile 2008 l’Unione Europea ha adottato definitivamente una nuova direttiva (2008/50/EC) che detta limiti di qualità dell’aria con riferimento anche alle PM 2,5.Come prassi, gli Stati hanno tempo due anni per recepire la Direttiva nelle normative nazionali.

Effetti sulla salute umana

Ora approfondiamo gli effetti sulla salute umana perché giustamente è il problema maggiormente sentito. Anzitutto sono state effettuate delle ricerche epidemiologiche (MISA-1 e MISA-2) che mostrano come ad un aumento del PM10 di 10 μg/m3 corrisponda un incremento della mortalità giornaliera dello 0,5-1%. Per questo motivo vengono emanati i limiti sulla concentrazione di PM10 riportati precedentemente. Tuttavia ci sono alcuni inquinanti, per i quali è stato accertato un effetto cancerogeno, su cui non è possibile stabilire dei valori al di sotto dei quali non vi siano rischi. Tra questi ci sono il benzene e gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA).
Gli IPA sono composti organici contenenti due o più anelli aromatici che condividono una coppia di atomi di carbonio (fusi) e ne sono stati individuati 16 come inquinanti prioritari. Questi composti hanno origine soprattutto dalle emissioni attribuibili al traffico pesante e l’80-90% è contenuto nella frazione di PM2,5. Sebbene costituiscano soltanto una frazione minima del particolato (inferiore a una parte su diecimila) rivestono una grande importanza a livello tossicologico. Inoltre la loro concentrazione è notevole soltanto durante le stagioni autunno-inverno perché in estate tendono a passare dalla fase particolato (liquida o solida) alla fase solida.
Proprio a causa della grossa differenza che c’è, dal punto di vista sanitario, tra un’atmosfera contenente IPA e una che non ne contiene (a parità di massa di particolato) è stato introdotto il concetto di qualità del particolato, il quale fa uso di un indice di tossicità, e questo indice mostra una notevole stagionalità attribuibile in larga parte all’analoga stagionalità vista per gli IPA.
Comunque in generale la valutazione del rischio sulla salute viene condotta prendendo in considerazione la possibilità che ha ogni classe dimensionale di particelle di raggiungere le diverse regioni dell’apparato respiratorio.

Per questo motivo si parla di particelle inalabili, che possono raggiungere la faringe e la laringe proprio in seguito ad inalazione attraverso la bocca o il naso, e comprendono praticamente tutto il particolato. Poi si parla di particelle toraciche che corrispondono grosso modo alla frazione di PM10 e che sono in grado di raggiungere la trachea e i bronchi. Infine si parla di particelle respirabili per indicare la classe di particelle più piccole (PM2,5) che è in grado di raggiungere gli alveoli e attraverso questi trasmettersi nel sangue.

Written by sistemielettorali

4 gennaio 2012 at 16:30

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Cos’è il particolato

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Particolato, particolato sospeso, pulviscolo atmosferico, polveri sottili, polveri totali sospese (PTS), sono termini che identificano comunemente l’insieme delle sostanze sospese in aria (fibre, particelle carboniose, metalli, silice, inquinanti liquidi o solidi).

Il particolato è l’inquinante che oggi è considerato di maggiore impatto nelle aree urbane, ed è composto da tutte quelle particelle solide e liquide disperse nell’atmosfera, con un diametro che va da pochi nanometri fino ai 500 micron e oltre (cioè da miliardesimi di metro a mezzo millimetro).

Tali sostanze possono avere origine sia da fenomeni naturali (processi di erosione al suolo, incendi boschivi, dispersione di pollini etc.) sia, in gran parte, da attività antropiche, in particolar modo:
•    emissioni della combustione dei motori a combustione interna (autocarri, automobili, aeroplani);
•    emissioni del riscaldamento domestico (in particolare gasolio, carbone e legna);
•    residui dell’usura del manto stradale, dei freni e delle gomme delle vetture;
•    emissioni di lavorazioni meccaniche, dei cementifici, dei cantieri;
•    lavorazioni agricole;
•    inceneritori e centrali elettriche;
•    fumo di tabacco.

Nelle città entrano in gioco il riscaldamento civile e domestico e, soprattutto, il traffico veicolare.
Un veicolo ha infatti più modi di originare materiale particolato:
– emissione dei gas di scarico che contengono il materiale particolato che, per le caratteristiche chimiche e fisiche che lo contraddistinguono, può essere chiamato anche “areosol primario”;
– usura dei pneumatici;
– usura dei freni.

Per effetto del loro movimento, tutti gli autoveicoli concorrono poi ad usurare il manto stradale ed a riportare in sospensione il materiale articolato.
Nelle aree suburbane e rurali, entrano in gioco anche le attività industriali quali, ad esempio, la lavorazione dei metalli e la produzione di materiale per l´edilizia, e le attività agricole.

I maggiori componenti del PM sono il solfato, il nitrato, l’ammoniaca, il cloruro di sodio, il carbonio, le polveri minerali e l’acqua. A causa della sua composizione, il particolato presenta una tossicità intrinseca, che viene amplificata dalla capacità di assorbire sostanze gassose come gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici) e i metalli pesanti, di cui alcuni sono potenti agenti cancerogeni. Inoltre, le dimensioni così ridotte (soprattutto per quanto riguarda le frazioni minori di particolato) permettono alle polveri di penetrare attraverso le vie aeree fino a raggiungere il tratto tracheo-bronchiale.

Importanza delle sorgenti antropiche

La questione è molto dibattuta. In generale, negli impianti di combustione non dotati di tecnologie specifiche, pare accertato che il diametro delle polveri sia tanto minore quanto maggiore è la temperatura di esercizio.
In qualunque impianto di combustione (dalle caldaie agli inceneritori fino ai motori delle automobili e dei camion) un innalzamento della temperatura (al di sotto comunque di un limite massimo) migliora l’efficienza della combustione e dovrebbe perciò diminuire la quantità complessiva di materiali parzialmente incombusti (dunque di particolato).
Lo SCENIHR (Scientific Committee on Emerging and Newly Identified Health Risks) comitato scientifico UE che si occupa dei nuovi/futuri rischi per la salute, considera i motori a gasolio e le auto con catalizzatori freddi o danneggiati i massimi responsabili della produzione di nanoparticelle. Lo SCHER (Scientific Committee on Health and Environmental Risks, Comitato UE per i rischi per la salute e ambientali) afferma che le maggiori emissioni di polveri fini (questa la dicitura esatta usata, intendendo PM2,5) è data dagli scarichi dei veicoli, dalla combustione di carbone o legna, processi industriali ed altre combustioni di biomasse.
Naturalmente in prossimità di impianti industriali come cementifici, altiforni, centrali a carbone, inceneritori e simili, è possibile (a seconda delle tecnologie e delle normative in atto) rilevare o ipotizzare un maggiore contributo di tali sorgenti rispetto al traffico.
Secondo i dati dell’APAT (Agenzia per la protezione dell’ambiente) riferiti al 2003, la produzione di PM10 in Italia deriverebbe: per il 49% dai trasporti; per il 27% dall’industria; per l’11% dal settore residenziale e terziario; per il 9% dal settore agricoltura e foreste; per il 4% dalla produzione di energia. Secondo uno studio del CSST su incarico dell’Automobile Club Italia, sul totale delle emissioni di PM10 in Italia il 29% deriverebbe dagli autoveicoli a gasolio, e in particolare l’8% dalle automobili in generale e l’1-2% dalle auto Euro3 ed Euro4.

Identificazione e misura quantitativa

La quantità totale di polveri sospese è in genere misurata in maniera quantitativa (peso / volume). In assenza di inquinanti atmosferici particolari, il pulviscolo contenuto nell’aria raggiunge concentrazioni diverse (mg/m3) nei diversi ambienti, generalmente è minimo in zone di alta montagna, e aumenta spostandosi dalla campagna alla città, alle aree industriali.
L’insieme delle polveri totali sospese (PTS) può essere scomposto a seconda della distribuzione delle dimensioni delle particelle. Le particelle sospese possono essere campionate mediante filtri di determinate dimensioni, analizzate quantitativamente ed identificate in base al loro massimo diametro aerodinamico equivalente (dae). Tenuto conto che il particolato è in realtà costituito da particelle di diversa densità e forma, il dae permette di uniformare e caratterizzare univocamente il comportamento aerodinamico delle particelle rapportando il diametro di queste col diametro di una particella sferica avente densità unitaria (1 g/cm3) e medesimo comportamento aerodinamico (in particolare velocità di sedimentazione e capacità di diffondere entro filtri di determinate dimensioni) nelle stesse condizioni di temperatura, pressione e umidità relativa.
Si utilizza un identificativo formale delle dimensioni, il Particulate Matter, abbreviato in PM, seguito dal diametro aerodinamico massimo delle particelle.
Ad esempio si parla di PM10 per tutte le particelle con diametro inferiore a 10 µm, pertanto il PM2,5 è un sottoinsieme del PM10, che a sua volta è un sottoinsieme del particolato grossolano ecc.

Written by sistemielettorali

4 gennaio 2012 at 16:28

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L’aria di Pavia è inquinata?

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L’aria di Pavia è inquinata?
Ne parleremo presto.
Intanto allego questo grafico, datato 2004 ma decisamente interessante. Esso mostra i livelli di PM2,5 in base al tipo di spirometro utilizzato, per 21 città europee. Pavia vince, ahimè, la medaglia di bronzo.

Nota: Al, Albacete, AC, Anversa City; AS, Anversa Sud; BA, Barcellona, ​​BS, Basilea, GA, Galdakao, GN, Grenoble, GO, Göteborg; HU, Huelva, IP, Ipswich, NO, Norwich, OV, Oviedo; RE, Reykjavik; PA, Pavia, PS, Parigi, TA, Tartu, TU, Torino; UM, Umeå, UP, Uppsala, VE, Verona

Fonte: http://www.ecrhs.org/Reports/WP6%20Report%20FINAL%20VERSION.pdf

Written by sistemielettorali

3 gennaio 2012 at 09:36

Turismo lento: treno Nizza-Mosca

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Dal settembre 2010 è stato ativato un lunghissimo viaggio lungo 3.318 chilometri attraverso 9 paesi dell’europei da Mosca a Nizza.
Non un treno come gli altri, ma un treno di lusso delle ferrovie russe RZD.

Il convoglio, che espleta esclusivamente servizio di vetture letti e non offre posti a sedere, parte tutti i giovedì alle 16:17 per arrivare a termine corsa il sabato alle 19:12 dopo 52 ore e 55 minuti di viaggio. Il percorso, ufficializzato da RZD (le Ferrovie Russe), è il seguente: Mosca – Viazma – Smolensk – Orsha – Minsk – Brest – Terespol – Varsavia – Katowice – Zebrzydowice – Bohumin – Breclav – Vienna – Linz – Innsbruck – Bolzano – Verona – Milano – Genova – San Remo – Bordighera – Ventimiglia – Mentone – Nice.

Per tutta la notte il treno attraversa l’Austria toccando anche la Germania e giungendo in Italia il sabato mattina.
Nella penisola vengono effettuate le fermate di Bolzano, Verona, Milano, Genova, Sanremo, Bordighera e Ventimiglia dove giunge in prima serata.

Il treno riparte per Mosca la domenica sera per arrivare a Mosca il martedi sera.


Il treno é composto da circa 10 vagoni, tra cui 2 vagoni ristorante, una carrozza letti di 2°classe, cinque carrozze letti di 1°classe e due carrozze letti di lusso.

la seconda classe (che è un solo vagone) costa 306 euro da mosca a nizza, la prima classe (mosca-nizza) (5-6 vagoni) costa 458 euro, la classe lusso (3 vagoni di solito) costa 1050 euro.

Si può prenotare il biglietto con 60 giorni di anticipo.

Written by sistemielettorali

1 gennaio 2012 at 20:16

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