Sistemi elettorali

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Presidenzialismi vari e sbagliati

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Presidenzialismi Vari e Sbagliati

Dico presidenzialismi (al plurale) perché ne esiste più di uno, ai quali si aggiungono poi presidenzialismi fasulli inventati dall’ ignoranza dei politici e dal pressappochismo crescente dei giornalisti. Per esempio molti chiamano il regime berlusconiano un «presidenzialismo».
No: non c’entra per niente. Altri ritengono che un sistema è presidenziale se e quando il capo dello Stato è eletto direttamente dal popolo. Ancora no: non è così. In Irlanda, Islanda e Austria, per esempio, il capo dello Stato è eletto direttamente ma i presidenti in questione sono «di facciata» (cito il politologo francese Maurice Duverger, che se ne intende).
Il sistema presidenziale fu inventato dai costituenti americani di Filadelfia perché a loro mancava il re, mancava il monarca (e nel Settecento tutti i grandi stati erano dinastici); e per quanto successivamente adottato in tutta l’America del Sud, lì il modello degli Stati Uniti ha funzionato, di regola, maluccio. Pertanto si potrebbe dire che i presidenzialismi del Nuovo Mondo sono due; e la differenza che forse più di ogni altra ha fatto la differenza è il rispettivo sistema elettorale: maggioritario negli Stati Uniti, quasi sempre proporzionale al Sud.
Non lo dico per sostenere che al presidenzialismo occorra l’uninominale, ma solo per far presente che con il presidenzialismo (e probabilmente anche con tutte le democrazie che funzionano) il sistema elettorale è parte integrante e costitutiva dell’edificio. Se il presidenzialismo puro riesce a funzionare solo a Washington, se ne ricava che il semi-presidenzialismo di tipo francese è – nel contesto dei presidenzialismi – l’opzione di gran lunga preferibile. Se Fini ora appoggia davvero questa formula (finora era sempre restato nel vago), e se la Lega – che ha già il placet di Berlusconi – si è davvero convertita al semi-presidenzialismo (alla Bicamerale del 1997 lo votò non per convinzione ma per intralciare il gioco di D’Alema che allora puntava, immagino per sé, al premierato di tipo israeliano), questa soluzione è, ritengo, accettabile e difendibilissima. A condizione, beninteso, che non venga «ripastrocchiata» all’italiana (come si sta già cercando di fare). Altrimenti l’ altra opzione diciamo in grande (perché esiste anche l’opzione di piccole riforme di governabilità nel contesto della Costituzione esistente) è il cancellierato di tipo tedesco. Il rifacimento costituzionale è in questo caso più modesto (visto che restiamo nell’ ambito di un sistema parlamentare); ma il sistema elettorale è ugualmente decisivo e dovrebbe restare così come è in Germania: proporzionale con sbarramento al 5% non aggirabile mediante alleanze elettorali truffaldine. Anche a questo proposito sento da gran tempo ripetere che il «genio italico» non può imitare, non si deve degradare nel copiare. Stupidaggini. Il nostro Statuto Albertino del 1848 fu copiato dalla costituzione belga del 1831; e tutti i sistemi parlamentari europei dell’Ottocento furono ispirati dall’ Inghilterra di allora.
Se il modello tedesco ci convince, non obietto: ma deve essere tedesco, non rifatto all’ amatriciana. Al Giappone sconfitto venne imposto dagli americani un costituzionalismo di tipo parlamentare; e quando gli americani se ne sono andati, quel costituzionalismo i giapponesi se lo sono tenuto. Smettiamola di essere «geniali». Non solo non lo siamo, ma è inutile esserlo quando non occorre. Se l’ombrello è già stato inventato, occorre davvero reinventare l’ ombrello all’ italiana? Finora ho richiamato due presidenzialismi veri e propri, più un semi-presidenzialismo che è tutt’altra cosa (difatti potrebbe anche essere detto «semi-parlamentarismo»), più il premierato parlamentare di tipo tedesco, il cancellierato. Resta l’elezione diretta del capo del governo (non, sia chiaro, del capo dello Stato) inventata in Israele e ivi rapidamente ripudiata dopo le due elezioni mal riuscite del 1996 e del 2001. Dunque il modello israeliano è stato sconfessato dai suoi inventori, e non è stato preso in considerazione da nessun altro Paese. Salvo che in Italia, che lo ha coccolato non solo prima che fallisse ma che continua a coccolarlo a tutt’oggi. Questo coccolamento deriva dal fatto che il grosso dei nostri legislatori, e del personale mediatico che li pappagalleggia, non afferra la differenza tra l’elezione diretta di un presidente (sistema presidenziale) e l’elezione diretta del capo del governo (in un sistema che resta pur sempre di tipo parlamentare). Ma purtroppo il grosso degli italiani non si interessa di queste astruserie, delle riforme costituzionali, nemmeno quando sono in cantiere. Peggio per loro. Finché sarà così si meriteranno il cattivo governo e il «malservizio» dei quali si lamentano. Giovanni Sartori, Corriere della Sera

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27 luglio 2010 at 18:49

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Etica e strumenti di F.Varanini

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Etica e strumenti

Lo scritto che segue era apparso (come commento a: Mario Viviani, “Il bilancio sociale negli enti locali”), su Sviluppo & Organizzazione, n. 204, luglio/agosto 2004, p. 94.
Avevo quasi dimenticato di avere scritto queste pagine. Che avrebbero potuto anche entrare nel testo diContro il management. E che comunque ne costituiscono una significativa anticipazione – in particolare per alcuni dei temi trattati: la compresenza dei diversi stakeholder, l’etica degli affari (o business ethics che dir si voglia), la Corporate Social Responsibility, la centralità e i limiti delle rilevazioni contabili e bilancistiche, le metriche e gli asset intangibili.Immaginate un edificio abbellito da accattivanti insegne sulla facciata e da bandiere sventolanti sul tetto. Immaginate che questo lussuoso apparato comunicativo sia ostentato come significativa miglioria. Eppure chi vive nell’edificio sa –o dovrebbe sapere– che le fondamenta sono poco solide, e che i sotterranei sono infestati da topi, e sono anche luogo di turpi commerci.Comunicazione, sovrastruttura, operazione di immagine meramente descrittiva. Questo è, non di rado, il ‘bilancio sociale’, e nel complesso tutta l’impalcatura degli strumenti della Corporate Social Responsibility, CSR (o Responsabilità sociale d’impresa, RSI).Perché se ne parla tanto, e vi si investono risorse, distogliendole dalla gestione e da azioni orientate al cambiamento, al miglioramento, allo sviluppo? Tutto nasce dal bisogno, diremmo addirittura dalla fame di etica.La morale non è, in origine, necessaria. E’ del tutto fondato lo scetticismo di chi si domanda ‘perché devo essere morale se l’immoralità consente ad altri di ottenere a buon mercato successo e felicità?’. Trasimaco nellaRepubblicadi Platone sostiene che l’ingiustizia è più utile della giustizia per chi ha la forza di imporsi agli altri, e che perciò non ha nessun obbligo di seguire le norme che gli impediscono di fare quello che vuole.Ma la ‘morale’ viene di attualità quando diventa diffusa la percezione del superamento di un limite. Quando si percepisce come eccessiva la sperequazione, la disuguaglianza. Quando è vessata e violata la nostra personale dignità morale, o quella del gruppo cui apparteniamo, o quella di altri a cui riconosciamo la nostra stessa dignità. Quando l’uso della libertà da parte di pochi è uno schiaffo troppo sonoro sul volto di molti. Quando il divario nella distribuzione della ricchezza sfugge al controllo. Quando l’equilibrio dei diritti e delle opportunità appare violato. Quandol’uso delle risorse naturali e lo sfruttamento dell’ambiente rischiano di mettere in discussione il nostro futuro.Insomma, quando la morale stabilita in una comunità appare, in maniera offensiva, finalizzata solo agli interessi di chi nella comunità stessa detiene il potere, allora emerge il bisogno di un nuovo punto di incontro tra le diverse personali, utilitaristiche, ‘morali’. Allora si manifesta il bisogno di una ‘scienza della morale’, di un’etica.E’ abbastanza evidente che ci troviamo oggi proprio in questa situazione. Di qui l’attenzione alla ‘sostenibilità’, alla ‘Corporate Governance’, di qui l’accanito dibattito attorno al concetto distakeholder. Di qui la gran attenzione dedicata alla Corporate Social Responsibility.Di fronte a tutto questo ciò che desta meraviglia, e che un po’ preoccupa, non è tanto la sostanza –la carenza di etica è un dato di realtà, il bisogno di ‘fare qualcosa’ è perfettamente fondato–. Ciò che meraviglia e preoccupa è l’enfasi del nuovo. C’è tutto il motivo per interrogarsi di nuovo, per rileggere Platone e Aritotele e i Padri della Chiesa e Hobbes e Bentham, Kant, Hobbes, Kant, Rousseau, Fichte, Nietzche, Jaspers, Bonhoeffer e Rawls, e anche magari qualche pagina di Drucker. Si potrebbe riprendere in mano la riflessione sulle regole della convivenza, sul controllo e sul contratto sociale, ed anche sulla teoria pura del diritto e sulle diverse genesi dei patti costituzionali.Ma invece, salvo qualche dotta citazione, si tende piuttosto a prendere come fondamento qualche recente generico ‘documento ufficiale’, come il Green Paper sulla CSR della Commissione Europea (luglio 2001). E si pretende di trovare le risposte in qualche standard: si pensi in Italia al Progetto Q-RES. Come se l’insoddisfazione morale di fronte al funzionamento delle organizzazioni, e quindi il bisogno di etica, potessero essere risolti sul piano della certificazione. Come se l’etica potesse essere imposta, o garantita, attraverso una norma ISO 9000, 9001 o 9004 che sia.Di fronte a questo approccio, ben venga la cautela espressa da Mario Viviani. Ma forse c’è da dire qualcosa a voce più alta.Il problema non sta negli strumenti. E anzi nuovi strumenti rischiano di portare confusione e di favorire soluzioni illusorie. Buone per la ‘società dello spettacolo’, ma lontane alla capacità di incidere sui reali meccanismi del potere e sul reale funzionamento delle organizzazioni. Comunque la si giri il ‘bilancio sociale’ resta uno strumento di secondo livello, una riorganizzazione di informazioni costruita innanzitutto in funzione della facilità di lettura e dell’efficacia comunicativa. E’, al limite, una forma di advertising non tradizionale, vale quanto una sponsorizzazione sportiva o una televendita, o una donazione. Visto che è anche una impalcatura costosa, esistono alternative? Garantisce rispetto allo scopo primario, mettere in luce l’atteggiamento etico dell’organizzazione? Non offre magari dei pericolosi alibi?Il problema non sta negli strumenti, perché forse gli strumenti esistono già. Il ‘bilancio sociale’ si propone come documento di sintesi, documento che riepiloga i dati più significativi emersi dalla gestione, e che permette di misurare lo scostamento tra l’effettiva gestione e la ‘buona gestione’. Si cerca di affermare il ‘bilancio sociale’ come strumento adatto per ogni persona giuridica, aziende a scopo di lucro, organizzazioni non profit, enti pubblici, lo stesso Stato. Pensate ora a quello strumento di rilevazione che è il bilancio di esercizio. Uno strumento criticabile fin che si vuole. Ma in grado di offrire una sintesi, di riepilogare i dati più significativi emersi dalla gestione, utile per misurare lo scostamento tra l’effettiva gestione e la ‘buona gestione’.E in uso da cinquecento anni, adottato in tutto il mondo, regolato da norme, in grado di permettere confronti.Perché allora, invece di inventare un nuovo strumento, perché –se si cerca uno strumento in grado di valutare l’etica di una organizzazione– non lavorare a migliorare il ‘bilancio di esercizio’? Se si deve lavorare ad imporre nuovi standard, ben più importante della definizione degli standard di secondo livello tipici del ‘bilancio sociale’ è l’individuazione di parametri attraverso i quali portare alla luce, e a valore, gli asset intantagibili. I brand, gli investimenti in ricerca e sviluppo, le conoscenze detenute da dipendenti e collaboratori, la fidelizzazione dei clienti.Del resto, si sa che nel bilancio di esercizio fondamentale è la funzione informativa nei confronti delle parti interessante al buon andamento dell’azienda: i dipendenti, i fornitori, i clienti, i finanziatori, il pubblico in generale. Non sono queste le figure sociali che oggi, con forse inutile nuovismo, chiamiamo stakeholder?Certo, nelle pieghe del bilancio di esercizio si può nascondere l’omissione e l’inganno. Ma altrettanto può accadere, con più facilità, con il bilancio sociale. E certo, il bilancio di esercizio è difficile da leggere. Ma piuttosto che costruire un nuovo strumento, ugualmente non facile da leggere, non sarebbe meglio lavorare per diffondere tra i dipendenti, i fornitori, i clienti, i finanziatori, il pubblico in generale la capacità di leggere veramente il bilancio di esercizio?La prima verifica della qualità etica di una organizzazione sta, probabilmente, nella trasparenza della sua informazione. Ora, credo che la trasparenza stia molto più nel redigere un bilancio di esercizio veramente completo e leggibile che nel redigere, oltre al bilancio di esercizio (considerato una fastidiosa necessità), un bilancio sociale nel quale ci si racconta come ci pare, confrontandoci con parametri scelti da noi stessi, spesso generici e fumosi e scarsamente vincolanti.Il problema non sta negli strumenti, e –in fondo– nessun nuovo strumento è necessario neanche per quel che riguarda i Codici di comportamento e le Carte dei valori. Sentirsi dire che l’organizzazione pubblica o privata, orientata o no al profitto “si ispira alla tutela dei diritti umani, del lavoro, della sicurezza, dell’ambiente, nonché al sistema di valori e principi in materia di trasparenza e probità, efficienza energetica, sviluppo sostenibile, così come affermati dalle Istituzioni e dalle Convenzioni Internazionali” è acqua fresca.Ogni organizzazione possiede un proprio apparato di normative e procedure. Non servono nuovi documenti chiamati in modo nuovo. Servono norme e procedure rispettose dell’etica, e redatte in modo comprensibile.Questo è particolarmente vero per l’ente del quale parla Viviani nel suo articolo. La Regione emana leggi. Il Codice Etico vale e serve se si inserisce organicamente nel sistema normativo regionale. E più del Codice Etico, conta che tutta la produzione normativa di una Regione, ai diversi livelli di gerarchia delle fonti, sia veramente orientata a trovare un equilibrioeticotra i diversi interessi.

Pubblicato da Francesco Varanini nel blog “contro il management”

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27 luglio 2010 at 18:28

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Volere è potere, Flaiano

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Scriveva Ennio Flaiano nel 1951:
“Volere è potere: la divisa di questo secolo.
Troppa gente che “vuole” piena soltanto di volontà(non la “buona volontà” kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà.
E dove la dirigono? Nei campi dell’arte molto spesso,che sono oggi i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua leggee la impone agli sceriffi.
Qui, la loro sfrenata volontàpuò essere scambiata per talento, per ingegno,comunque per intelligenza.
Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente,vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi,imparano qualcosa di facile, rifanno magari il versodi qualche loro maestro elettivo, che li disprezza.
Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode,tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione,impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta.
Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta:tanto per levarseli dai piedi”.

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27 luglio 2010 at 18:13

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Storia di Augusto, Luciano Canfora, Corriere della Sera

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Storia di Augusto, troppo inverosimile per essere appassionante

Come il famoso libro su Cesare di Thornton Wilder, anche questo romanzo fa rimpiangere le fonti antiche

Il romanzo epistolare di Thornton Wilder su Cesare, la sua vita, la sua morte Idi di marzo (1938) è considerato un classico nel genere ormai diffusissimo di narrativa basata su episodi e figure della storia romana. In questo genere letterario si oscilla tra lo scrupolo nel non forzare i dati e l’ invenzione più o meno libera di dettagli, episodi, parole dei protagonisti…
In un caso come nell’ altro, il lettore finisce col rimpiangere le fonti antiche che raccontano quei medesimi eventi senza additamenti più o meno arbitrarî e con ben altra asciuttezza ed efficacia. Nel caso del libro di John E. Williams Augustus, Il romanzo dell’ imperatore (Castelvecchi, pp. 384, 18) la prima cosa che colpisce sfavorevolmente il lettore è la inusitata prolissità e ampiezza delle lettere immaginarie che costituiscono il libro, costruito appunto come romanzo epistolare alla maniera di Idi di marzo. Quel che ci resta (e non è poco) dell’ epistolografia romana è totalmente difforme dalla tipologia adottata da Williams. Abbiamo, certo, nell’ epistolario ciceroniano e in quello pliniano, lettere di notevole ampiezza. Ma si deve fare attenzione al fatto che, nel caso di Plinio, si tratta di lettere scritte «per i posteri» (diverso è infatti il caso del suo celebre carteggio con Traiano sui problemi del governo provinciale, che Plinio affrontò non senza tortuosità e ipocrisie). E quanto al caso – straordinariamente significativo – dell’ epistolario di Cicerone, è facile constatare come le lettere-monstre (dal punto di vista dell’ ampiezza) siano soprattutto quelle ufficiali («Relationes» al Senato o simili) o, ancora una volta, quelle per i posteri, come la mirabile lettera a Lucceio, nel quinto libro delle Familiari sullo scrivere la storia.
Ma torniamo a Williams. Tralascio qualche neo (dovuto probabilmente alla traduzione), come, ad esempio, la «legione marziana» (pagina 59). Sul piano storico ci sono arbitrî che non sembrano criticabili in quanto audacie (in un romanzo sarebbero del tutto legittimi, anche in un romanzo che adotta la finzione di essere costituito di documenti), ma sono criticabili perché in netto contrasto con ciò che ben sappiamo. Come si fa a immaginare che, alla vigilia di Filippi, Bruto tenti un estremo accordo con Ottaviano? È semmai con Antonio che un qualche filo di rapporti era sempre rimasto in piedi, soprattutto perché Bruto, in Macedonia, aveva trattato con favore il fratello di Antonio. Ed è quasi comica, a pagina 106, la proposta di scambio da parte di Bruto a Ottaviano: «Perdonami la morte di Cesare e io ti perdonerò la morte di Cicerone»! È ben strano che l’autore non abbia messo a frutto l’ampia, efficace e autentica lettera di Antonio a Irzio e a Ottaviano scritta prima della battaglia decisiva sotto Modena (conservata in integro dentro la XIII Filippica di Cicerone): un documento vero che sarebbe stato prezioso per il racconto.
Ma è tutta la vicenda della guerra di Modena che resta molto negletta da Williams, che segnala appena il fatto forse più importante della carriera di Ottaviano e cioè il colpo di Stato dell’ agosto 43, del quale conosciamo innumerevoli e drammatici dettagli da una vasta gamma di fonti. Incomprensibile, in molti punti, appare la lunga lettera di Vario a Virgilio (pagine 185 e seguenti) concernente Orazio e l’ingresso di Orazio nella cerchia di Augusto. Insomma il libro non sembra ben riuscito: nello stesso, discutibile, genere letterario c’è di meglio.

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27 luglio 2010 at 17:54

Banche e Texas Ratio

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Uno dei segreti per investire con successo è quello di evitare perdite importanti.

Nell’analizzare e investire in azioni bancarie, la lezione assume un significato particolare. Poiché le banche in genere impiegano una leva formidabile, anche gli errori più modesti nella concessione di prestiti possono devastare il patrimonio netto e il valore dei titoli della banca. Questo articolo discuterà un rapporto finanziario che sta diventando sempre più comune per l’analisi e la discussione delle azioni bancarie – il Texas Ratio.

Il Texas Ratio è una misura che potrebbe offrire un indizio interessante. Il rapporto è stato sviluppato nel 1980 dall’analista Gerard Cassidy della RBC Capital Markets col fine di prevedere quali banche sarebbero fallire nel corso della bolla immobiliare di quel periodo.

Il Texas Ratio considera l’ammontare delle attività e dei prestiti non performanti di una banca, nonché i prestiti in delinquency da più di 90 giorni, e divide questo numero per il capitale tangibile dell’impresa più la riserva per perdite su crediti. Un rapporto di più di 100 (o 1:1) è considerato un segno di avvertimento.

Questo rapporto si potrebbe anche modificare in maniera tale da includere tutte le attività non performing, tra cui il REO. Per la maggior parte delle banche il rapporto non cambierebbe di molto.

Per fare un esempio, passo ora calcolare il Texas Ratio della Silver State Bancorp (SSBX). Useremo i dati al 31 marzo 2008.

A tale data, SSBX aveva un totale delle attività non performing di 79,2 milioni dollari (che è di un incredibile 600% rispetto al precedente 13,2m di un anno prima). Questa cifra è presente nelle note del bilancio – basta usare il browser per cercare il termine “non performing” e si può trovare rapidamente. Abbiamo quindi bisogno di sommare il patrimonio netto tangibile e le riserve per perdite su crediti. Il patrimonio netto è $142.100.000 (questa è la seconda linea in fondo allo stato patrimoniale), ma abbiamo bisogno di sottrarre qualsiasi attività che non sia tangibile. Per SSBX, significa sottrarre:

– Le imposte differite, al netto 13.534

– Altri immobili di proprietà 1.249

– Avviamento 18.835

– Attività immateriali, al netto degli ammortamenti di $314 e $247, rispettivamente 850

– Prepagamenti e altri assets 6.056

Si finisce con un patrimonio netto tangibile di $101.600.000. A questa cifra si aggiungono le riserve per le perdite su crediti di 40,65 milioni dollari (questo dato di solito è identificato da una nota tra parentesi sulla stessa linea dei “loan assets” – “net of reserves of xxxx”.Finiamo con un denominatore per il nostro Texas Ratio di 142.300.000$.Prendendo le nostre NPA di $79,2m e dividendo per questo numero si ottiene 0,557 o 55,7%.Questo è il segno di una banca molto “stressata” (in confronto, il Texas Ratio dell’anno prima era del 9,1%). Sia il valore assoluto del Texas Ratio sia l’evoluzione del Texas Ratio rappresentano statistiche significative.
Con entrambe queste misure la Silver State Bancorp è messa per nulla bene.

Naturalmente, c’è molto di più per analizzare le banche non essendoci solo il Texas Ratio. La qualità dei prestiti è molto importante.

Io penso che sarebbe sicuro scommettere contro qualsiasi banca regionale con un Texas Ratio superiore al 30% e un’esposizione su prestiti deteriorati di oltre il 150%. Per esposizione su prestiti deteriorati, voglio dire i prestiti di costruzione (in particolare residenziali), prestiti per lo sviluppo del territorio, i prestiti subprime, le opzioni ARMs, HELs, HELOCs e prestiti sul reddito dichiarato.

Pochissime banche regionali hanno un’esposizione sui subprime o sui prestiti sul reddito, così guardiamo con più attenzione alle HELs, HELOCs, ARMs.

Se pensate che HELOCs o HELs non sono poi così male, vi dico subito che il tasso medio stimato di recupero su questi prestiti è dello 0%.

In caso di una caduta dei prezzi e a rapporti loan to value elevati (con la situazione abitativa attuale) gli HELs e HELOCs invariabilmente saranno spazzati via.

Se si somma il totale dei prestiti deteriorati e si divide per il patrimonio netto tangibile, si ottiene quello che chiamerei il Rapporto Reggie (come Reggie Middleton che ha presentato questo rapporto). Si tratta di una misura del rischio della banca. La Bancorp Stato Silver ha un rapporto del 1.102%.

Il Texas Ratio ha senso?

Il calcolo di un rapporto è solo una parte della storia. E’ anche importante guardare sotto il cofano della macchina, per così dire, e assicurarsi che il rapporto sia in realtà la trasmissione di informazioni importanti e pertinenti. A tal fine, ci sono solide ragioni per spiegare perché il Texas ratio può essere indicativo di banche che stanno affrontando problemi reali.

Le banche si rendono conto che alcune frazioni dei prestiti stanno per andare in default. Per questo motivo le aziende sono tenute a costituire riserve per perdite su crediti nei loro bilanci ed esse si considerano come un costo. Se il livello effettivo dei crediti in sofferenza supera la stima della banca, la differenza è caricata in bilancio sul patrimonio netto.

Qui cominciano veramente i problemi. Le banche operano su livelli relativamente sottili di patrimonio e i regulators prestano molta attenzione al modo in cui le banche sono capitalizzate. Se una società ha un numero molto elevato di prestiti (rispetto al patrimonio netto) che possono essere estinti, la banca è effettivamente un “morto che cammina” e deve o raccogliere capitali in fretta o affrontare la prospettiva di fallire. Lo abbiamo visto giocare durante la crisi nel 2008: IndyMac e Integrity Bancshares avevano un Texas Ratio superiore al 100% e poco dopo sono fallite.

Ci sono controindicazioni nel Texas Ratio?

Nessun rapporto è perfetto, e il Texas Ratio non fa eccezione. Esso non tiene conto del valore potenziale delle garanzie. In caso di mancato rimborso di un prestito e la banca recupera oltre il 90% dell’importo del prestito, la perdita definitiva per gli azionisti è molto diversa che nel caso in cui la banca avesse recuperato solo il 10% di tale importo.

Naturalmente, vi è un significativo contro-argomento significativo. Durante la bolla immobiliare del 2005-2007, molte banche concessero prestiti con un rapporto loan-to-value (LTV Ratio) eccezionalmente elevato e basando questi prestiti su valori immobiliari che si sono poi dimostrati molto gonfiati.

In più, le ondate di pignoramenti tendono a deprimere i tassi di recupero per tutte le banche, e le riserve per le perdite sui crediti dovrebbero già includere un elemento di recupero nelle previsioni.

Il Texas Ratio non considera anche le attività potenzialmente sopravvalutate in bilancio.

I dirigenti di banca devono considerare ogni asset classificato come “detenuto per la vendita” al valore al “mark to market”, ma le attività ritenute “detenute fino a scadenza” possono essere portate a bilancio senza tale adeguamento trimestrale.

Così, anche se il valore di un bond garantito da mutui residenziali può diminuire drasticamente, la banca potrebbe avere ancora quel bond in bilancio al suo costo originario, purché classificato come “detenuto fino a scadenza”. Questa lacuna può essere sfruttata per nascondere efficacemente le attività deteriorate e rendere la banca più forte rispetto a ciò che realmente è.

Ciò che gli investitori dovrebbero fare con il Texas Ratio

Il miglior uso del rapporto è utilizzarlo come avvertimento di un potenziale problema per la banca. Mentre un rapporto del 100% o più (o qualcosa di vicino al 100%) è un monito abbastanza chiaro di per sé, gli investitori dovrebbero monitorare il cambiamento in entrambe le direzioni e l’intensità di questo rapporto nel tempo.

Oltre a guardare il rapporto, gli investitori dovrebbero ricercare altri elementi di prova che possono correlarsi con il Texas Ratio. Per esempio, tenere traccia della progressione della svalutazione dei crediti presso una banca: il livello dei crediti non performing è in aumento?

E’anche importante esaminare la natura del business della banca. E’ concentrata in una particolare area geografica? Ha finanziamenti ben diversificati, o essi si concentrano tutti in un particolare settore, come i subprime?

E’ importante mantenere un senso di scala quando notiamo variazioni del Texas Ratio. Il passaggio dal 10% al 30% non è così grave come il passaggio dal 80% al 100%. Mentre il primo può essere fonte di ulteriori indagini, questi ultimi possono indicare un fallimento imminente.

Un rapporto è solo un rapporto

Come con qualsiasi altro rapporto, il Texas Ratio è uno strumento prezioso quando viene utilizzato nella giusta situazione, ma poco più di un oggetto contundente se usato in modo scorretto. E’ estremamente importante ricordare che i rapporti non fanno accadere nulla: sono tachimetri, non motori. I vari rapporti prezzo/utili (P/E) e remunerazione del capitale investito non fanno sovraperformare i titoli, semplicemente aiutano gli investitori a valutare solo quelle aziende che hanno determinate caratteristiche. Allo stesso modo, il Texas Ratio non farà fallire una banca, ma semplicemente metterà in luce quelle banche che sono maggiormente a rischio fallimento.

Il rapporto di Texas è solo un rapporto che gli investitori dovrebbero utilizzare quando si analizzano i titoli bancari, anche se è un rapporto che può dare feedback potente. Gli investitori dovrebbero sempre condurre una completa due diligence, utilizzando quanti più strumenti per formare un quadro più completo per un investimento.

Ecco una lista non ufficiale delle banche in difficoltà da statistiche compilate dalla FDIC su enti di deposito presso http://www.geocities.com/tubeguy @ rogers.com / troubledbanks.htm

Per compilare la tua lista Texas Ratio utilizzando le statistiche della FDIC, visita il sito http://www2.fdic.gov/sdi/main.asp e utilizza la seguente equazione: attività in sofferenza e Bank Real Estate Owned (REO) diviso per Capitale e Riserve per le perdite.

Written by sistemielettorali

13 luglio 2010 at 19:03

Pubblicato su Economia

Avremo inflazione o defazione? (IV)

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Qual è la massa monetaria in questo momento?

La massa monetaria ci dice se siamo indirizzati verso l’inflazione o la deflazione. Se guardiamo i tassi di variazione di M1 o dell’Austrian True Money Supply (TMS), essi sono in declino. In effetti, M1 e TMS sembrano aver raggiunto il picco nel 2009 e sono in calo su base Y/Y da allora. Su base assoluta, come mostrato in precedenza, la crescita di M1 è in appiattimento. Questi due grafici sottostanti mostrano la variazione percentuale anno su anno dell’offerta di moneta.

Quali saranno le opzioni della Fed in caso di doppio declino economico?

Se, come ho detto, l’economia declinerà nella seconda metà del 2010, cosa farà la Fed? Questo è il punto principale.
Vorrei ipotizzare uno scenario. In tutti gli scenari con calo della crescita economica, la disoccupazione sale. Se la disoccupazione nella  misura più in difetto è attualmente pari al 9,7% e nella misura per eccesso (U-6) è pari al 16,9%, l’aumento della disoccupazione diventerà politicamente inaccettabile per l’amministrazione Obama.
Credo che i politici in primo luogo prenderanno consigli da Paul Krugman ed estenderanno i programmi di stimolo esistenti, creandone di nuovi per incentivare la spesa. Tutti i discorsi sulla salute del bilancio e sugli allarmi del deficit fiscale saranno dimenticati dai nostri politici di entrambe le fazioni. Guardiamo alle ulteriori proroghe del programma di credito d’imposta di chi acquista casa, e agli altri programmi che i politici credono aiutino le imprese nei loro distretti. I contanti per [la tua impresa] è la parola d’ordine. Essi si aggiungono a un debito federale già enorme e si tradurranno in una spesa maggiore e a risultati a breve termine non particolarment e impattanti.

In cima a tutto questo, i politici martelleranno Bernanke per creare posti di lavoro, che è uno dei mandati della FED. Ma come può farlo?
Tentando di creare inflazione.

La Fed possiede opzioni limitate in questo caso. Non può ridurre ulteriormente il tasso Fed Funds e non può costringere le banche a concedere prestiti. È probabile che le banche restringeranno ulteriormente il credito in concomitanza col declino economico.
Penso che l’unica soluzione praticabile sia quella di utilizzare Operazioni di mercato aperto (OMO) per iniettare nuovo denaro nell’economia.
La domanda successiva è: per comprare cosa?
Da gennaio 2009 ad aprile 2010, la Fed ha acquistato 1.250 miliardi di dollari di titoli garantiti da ipoteche (MBS), attraverso operazioni di mercato aperto. L’unico problema è che ciò non ha sortito molti effetti per l’economia. La maggior parte del denaro OMO immesso è finito nelle mani delle grandi istituzioni che sono alla guida dei mercati finanziari.

C’è una teoria detta effetto Cantillon che dice che un aumento dell’offerta di moneta non incide allo stesso modo su tutti i prezzi: i flussi di denaro, inizialmente immessi in alcune attività, tendono a stazionarci, e l’effetto inflazionistico è sostenuto successivamente dai consumatori che non ottengono vantaggio dalla nuova moneta immessa, se non l’onere di prezzi più elevati. Tale effetto potrebbe essersi verificato quando la Fed ha acquistato MBS dai dealers che hanno ripulito i bilanci e generato alti profitti per le banche maggiori e ha lasciato i consumatori con prezzi leggermente più elevati. Riconosco tuttavia che questa idea è una mia congettura. Ma, come ho già rilevato, il denaro iniettato in OMO non ha lo stesso effetto moltiplicatore dei prestiti delle banche, e il credito è ancora in declino.

Ci sono due altre scelte per l’acquisto delle attività che la Fed può considerare nelle sue Operazioni di Mercato Aperto. Nessuna alternativa è buona:

– Alternativa N°1. Acquistare prestiti deteriorati di Credit Real Estate (non-MBS) direttamente da banche regionali e locali.
Se la FED acquistasse debiti CRE da piccole banche, ciò risolleverebbe il problema che si è già verificato con gli acquisti MBS. Cioè, è improbabile che essi possano vendere questi assets per quello che hanno pagato.
L’effetto positivo, agli occhi della Fed, è che le banche ripulirebbero più velocemente i loro bilanci e riacquisterebbero un minimo di salute finanziaria. Ciò consentirebbe loro di aumentare il capitale richiesto Tier 1 e riavviare i prestiti verso le imprese redditizie (questo è un grande “se”). La Fed riconosce che c’è bisogno di convincere le banche più piccole a concedere prestiti per stimolare l’economia e per creare inflazione.
Tutto questo, naturalmente, ignora il “rischio morale” causato dal salvataggio di banche in difficoltà. Ma io non credo che ci sia un  sentiment politico per consentire massicci fallimenti bancari. E la pressione politica sulla Fed per fare “qualcosa” sarà forte.
Lasciando da parte tutta questa follia monetarista-keynesiana, rimane la domanda: se queste banche fossero guarite artificialmente, ciò genererebbe un’espansione economica? A mio parere, porterà a un ciclo di stagnazione economica e inflazione.

Alternativa n ° 2. Acquistare Treasury Paper, che avrebbe l’effetto di monetizzare il debito federale (il governo stampa moneta per pagare i suoi debiti).
La monetizzazione del debito federale su larga scala aumenterebbe certamente l’offerta di moneta. Il lato negativo è che comporterebbe maggiori distorsioni economiche che se si acquistassero i Credit Real Estate delle banche perché l’effetto sarebbe quello di finanziare i progetti-spreco del governo.
Inoltre, la Fed ha ancora il problema di convincere le banche a concedere prestiti e se comprassero solo Treasury Paper da queste piccole banche, queste ultime ritornerebbero il denaro alla Fed come riserve in eccesso.

L’inflazione sarà l’effetto dell’azione della Fed?

In entrambe le alternative o in una combinazione delle due, avremo inflazione, perché l’offerta di moneta aumenterebbe. L’inflazione dipenderà molto da quanto denaro verrebbe iniettato nel sistema. Tale inflazione eventualmente causerebbe un altro ciclo artificiale che danneggerebbe ulteriormente l’economia, distruggendo più capitale dato che la nuova moneta sarebbe male indirizzata verso progetti che non sarebbero altrimenti possibili, al di là degli effetti dell’inflazione. Questo è chiamato “cattivo investimento.” Noi stiamo attualmente soffrendo i risultati di questi cattivi investimenti in beni immobiliari.
Questo nuovo ciclo sarebbe meno forte di un boom e più di una bomba. Questo è quello che è successo nel 1970 quando il CPI è andato alle stelle ma l’attività economica stagnante. Stagflazione è il termine inventato per descriverla.

Il problema è questo: quante volte si può distruggere il capitale prima di aver compromesso la capacità degli investitori e degli imprenditori di creare nuove imprese redditizie?

La vera ricchezza come ho discusso in precedenza, non è un pezzo di carta. Si tratta di beni prodotti che non vengono consumati. Il denaro è solo un modo di detenere ricchezza finché si decide di consumare qualcosa. Se io sono proprietario di una fabbrica che produce chip di silicio per Apple, e risparmio un po’ dei miei profitti, piuttosto che spendere tutto, tali risparmi sono capitale vero.
E’ difficile nella nostra economia complessa misurare la “capitale reale”.
Alcuni economisti della scuola austriaca credono che un declino dell’attività economica indichi una diminuzione del capitale reale. Sono d’accordo che questo sia probabilmente il caso e, concordo sul fatto che gli ultimi due cicli abbiano distrutto del capitale reale. So anche che stampare più pezzi di carta verde comporterà solo cattivo investimento (la distruzione di più capitale reale) e l’aumento dei prezzi.

Quando vedremo l’inflazione?

Qui credo che l’argomento deflazionista non funzioni. I deflazionisti credono che avremo anni di deflazione a causa del congelamento del credito. Le banche sono ancora cariche di crediti inesigibili e mutuatari solvibili sono difficili da trovare. Pur comprendendo le analogie con l’esperienza giapponese (massiccio stimolo fiscale, politica dei tassi di interesse prossimi allo zero, bassa inflazione e stagnazione) credo che da noi la situazione sarà diversa.

Tale differenza è data dal fatto che noi abbiamo deciso di ripulire i nostri bilanci mentre i giapponesi, forse a causa di ragioni culturali, hanno preferito mantenere in vita imprese e banche virtualmente fallite. Questo capitale è stato indirizzato verso imprese non redditizie e non era quindi diretto verso imprenditori e imprese in attivo.

Noi possiamo andare a lentamente, visto che l’America ha una ricca storia di fallimenti, che agiscono come un meccanismo di pulizia per liberare l’economia dai cattivi investimenti. Questo è quello che Joseph Schumpeter ha denominato “distruzione creativa”, ovvero il processo attraverso cui il capitalismo corregge i propri errori. Questo processo sta avvenendo qui, ma il problema è che il processo è stato rallentato da politiche governative che impediscono i fallimenti.

Non sono d’accordo con i deflazionisti che la deflazione è una diminuzione dei valori di patrimoni immobiliari. Credo che i deflazionisti confondano deflazione e deleveraging. Sono d’accordo con loro che il deleveraging e il calo dei valori immobiliari limiterà l’attività economica, perché sopprime il credito bancario, ma esso non è deflazione.
Inoltre, come sottolineato dall’economista austriaco Bob Murphy, non abbiamo visto ancora la deflazione, o almeno essa non si è riflessa nel CPI. In realtà, egli dice, non abbiamo avuto deflazione dopo la Grande Depressione.

Ad un certo punto, gli sforzi della Fed per aumentare l’offerta di moneta saranno efficaci. Ma è difficile prevedere quando ciò avverrà.

Penso che stiamo assistendo ad un declino della crescita dell’offerta di moneta in risposta alla cessazione della Fed nell’acquisto di MBS. E’ possibile che si vada in territorio negativo, ma, con le evidenze di un doppio declino economico, la Fed farà tutto il possibile per aumentare l’inflazione e penso che avrà successo.

Questa volta il risultato sarà stagnazione e inflazione.

Avremo iperinflazione?

L’iperinflazione è possibile in America? La domanda corretta da porsi è se è essa sia probabile. A tale domanda, direi di no. L’iperinflazione comporterebbe la distruzione del nostro sistema monetario e Ben Bernanke e quasi tutti i rappresentanti della Fed lo sanno molto bene. Credo che sappiano che stampare moneta porterebbe all’iperinflazione.

Sono anche consapevole delle implicazioni di fuga del debito federale e le scelte politiche che il governo è tenuto a pagare esso: tasse più alte e / o l’inflazione. Il terzo metodo di pagamento, sarebbe una fiorente economia causata da una riduzione della mano pesante del governo, ma il capitalismo del libero mercato è in disgrazia in questo momento.

Per evitare che l’inflazione galoppante la Fed sarebbe aumentare i tassi di interesse, riserva obbligatoria aumento, e vendere beni a stabilizzare l’offerta di moneta. Il colpo per l’economia varrebbe la pena il rischio. Questo è in sostanza quello che Volcker ha fatto già nel 1979-1980. Se davvero ha grezzi, controllo dei prezzi e dei salari sarebbe istituito su base temporanea per raffreddare le cose. Sono consapevole delle implicazioni di tali controlli e le distorsioni di prezzo enorme che provocano, come Bernanke. Ma sarebbe politicamente accettabile in via temporanea. Quel famoso repubblicano, Richard Nixon, ha fatto questo nel 1971. Tutti comprendiamo che tali controlli solo falsare ulteriormente l’economia in quanto i prezzi di mercato solo ci permettono di prendere decisioni economiche, motivo per cui tali controlli sarebbe stata di breve durata.

Written by sistemielettorali

1 luglio 2010 at 14:50

Pubblicato su Economia

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