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Rapporto sulla stabilità finanziaria – novembre 2011

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A novembre Bankitalia ha pubblicato il secondo rapporto sulla stabilità finanziaria.
Alcuni passaggi sono molto interessanti e li propngo q, peraltro ripresi anche dal rapporto trimestrale della Banca Internazionale dei Regolamenti (che illustrerò nel prossimo post)….

Nei mercati dei titoli pubblici dell’area dell’euro, l’incertezza prevalente tra gli operatori si è riflessa in un forte aumento della volatilità implicita, risalita su livelli non discosti da quelli raggiunti in occasione del dissesto di Lehman Brothers.
L’elevata avversione al rischio ha generato una massiccia ricomposizione dei portafogli in favore delle attività ritenute più sicure, quali i titoli pubblici di Stati Uniti e Germania, l’oro e il franco svizzero (fig. A).
Le diffuse vendite di strumenti considerati più rischiosi aumentano i rischi di contagio, riflessi nella crescente sincronia tra i movimenti dei premi per il rischio sovrano nell’area dell’euro (fig. B).
Il rialzo dei premi per il rischio si è trasmesso al settore bancario, interessando anche gli intermediari dei paesi finanziariamente più solidi (C e D).
I premi per il rischio sui titoli pubblici, misurati dal differenziale di rendimento rispetto al Bund tedesco, si sono ampliati in particolare nei paesi con alto debito pubblico o privato e con incerte prospettive di crescita, quali l’Italia, la Spagna e,seppure in misura minore, il Belgio (E); un leggero incremento si è registrato, in ottobre, per lo spread francese.
L’impatto sul livello dei tassi di interesse di questi paesi è stato tuttavia più contenuto(F), in quanto l’ampliamento del differenziale riflette in buona parte la riduzione dei rendimenti dei titoli pubblici tedeschi, scesi a livelli eccezionalmente bassi; i titoli italiani e spagnoli hanno inoltre beneficiato degli acquisti effettuati a partire da agosto dalla Banca centrale europea (BCE). Negli ultimi mesi i premi per il rischio sui titoli sovrani sono invece diminuiti in Irlanda, dove le politiche adottate hanno mostrato rispondenza ai piani di aggiustamento fiscale concordati con le autorità internazionali.


Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), nel prossimo biennio il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo continuerebbe a salire in tutti i principali paesi, con l’eccezione della Germania e dell’Italia. Nel nostro paese il rapporto inizierebbe a ridursi nel 2013 (nel 2012 secondo le previsioni governative), grazie alla forte contrazione del disavanzo programmata per il prossimo biennio. Le risorse necessarie a finanziare nel 2012 il debito in scadenza e il nuovo disavanzo ammonterebbero in Italia al 23,5 per cento del PIL, un valore inferiore a quello degli Stati Uniti (30,4 per cento) e del Giappone (58,6) e di poco superiore a quello di Francia e Spagna.
Gli indicatori tradizionali di sostenibilità del debito pubblico segnalano inoltre per l’Italia una situazione relativamente favorevole. La Commissione europea, ad esempio, valuta che il miglioramento dell’avanzo primario necessario a stabilizzare il rapporto debito/PIL sarebbe pari a 2,3 punti percentuali di PIL per l’Italia, contro 6,4 per il complesso dell’area dell’euro e 9,6 per il Regno Unito.
Un indicatore analogo calcolato dall’FMI conferma la posizione favorevole dell’Italia anche rispetto a Stati Uniti e Giappone. Il risultato dell’Italia beneficia delle riforme in campo pensionistico introdotte a partire dagli anni novanta, che hanno significativamente ridotto le spese age-related (le quali a regime aumenterebbero di 1,5 punti percentuali di PIL rispetto a oggi, a fronte di 3,4 per il complesso dell’area).
L’analisi delle condizioni di un paese richiede inoltre la valutazione di fattori non specificatamente di finanza pubblica che includono, tra gli altri, l’esposizione debitoria del settore privato e la posizione netta verso l’estero. In Italia il debito finanziario complessivo di famiglie e imprese non finanziarie ammonta al 126 per cento del PIL, contro il 168 nell’area dell’euro, il 166 negli Stati Uniti e oltre il 200 per cento nel Regno Unito.
La posizione debitoria netta dell’Italia verso l’estero è pari al 24 per cento del PIL, superiore alla media nell’area dell’euro (13 per cento), ma molto inferiore a quella di Portogallo (107), Grecia (96), Irlanda (91) e Spagna (89).

Anche le principali banche internazionali hanno continuato a ridurre la leva finanziaria (fig.a). Il deterioramento delle condizioni di raccolta sui mercati all’ingrosso e, in una fase di debolezza ciclica, il peggioramento della qualità del credito potrebbero accentuare la spinta alla contrazione dei bilanci e inasprire le condizioni di offerta di prestiti all’economia.
Segnali di restrizione creditizia sono già affiorati in più paesi dell’area dell’euro nei confronti sia delle imprese sia delle famiglie (figg.b e c). Si rischia dunque l’avvio di un circolo vizioso tra il calo dell’attività produttiva e la sostenibilità dei bilanci bancari. In questo contesto è essenziale garantire idonei livelli di capitalizzazione delle maggiori banche internazionali e un’adeguata offerta di liquidità.

La crisi del debito sovrano in Europa si sta ripercuotendo attraverso molteplici canali sulla capacità di raccolta a medio e a lungo termine delle maggiori banche. L’aumento dei premi per il rischio innalza i costi di provvista sui mercati interbancari, delle obbligazioni e delle azioni. I collocamenti di carta commerciale e di certificati di deposito si sono ridotti considerevolmente e hanno subito un accorciamento della durata media. Le emissioni di obbligazioni bancarie hanno registrato una caduta più pronunciata di quella che si era verificata nei mesi precedenti il dissesto di Lehman Brothers.
Andamenti analoghi hanno interessato le principali banche extraeuropee, pur se con minore intensità. Gli intermediari europei incontrano inoltre difficoltà a reperire finanziamenti in dollari, soprattutto a causa della minore offerta da parte dei fondi monetari statunitensi. I problemi di raccolta delle banche destano preoccupazione specialmente in considerazione degli elevati volumi di obbligazioni bancarie che giungeranno a scadenza nel 2012 (fig.f) e del consistente ricorso al mercato che si profila da parte dei prenditori sia pubblici sia privati.

Un aumento del rischio sovrano si ripercuote negativamente sul costo e sulla disponibilità di finanziamenti alle banche attraverso molteplici canali. In primo luogo, una caduta dei prezzi dei titoli pubblici provoca perdite sul portafoglio finanziario degli intermediari, indebolendone i bilanci e aumentandone la rischiosità. L’impatto è generalmente rilevante nel caso di un deprezzamento dei titoli nazionali, che hanno un’incidenza significativa sul capitale delle banche. Le esposizioni verso gli Stati esteri sono invece solitamente contenute, anche se alcune banche dell’area dell’euro localizzate in economie con solide condizioni finanziarie mostrano esposizioni non trascurabili verso taluni dei paesi più colpiti dalla crisi del debito.
Un secondo canale di trasmissione è rappresentato dalla perdita di valore dei titoli pubblici utilizzati come collaterale per la raccolta bancaria all’ingrosso (ad esempio mediante operazioni pronti contro termine) o presso la banca centrale.
Oltre a comprimere il valore delle garanzie disponibili, un innalzamento del rischio sovrano può determinare la richiesta di ricostituzione dei margini (margin calls) o di aumenti degli scarti di garanzia (haircuts); in casi estremi, può portare all’esclusione dei titoli dal novero degli strumenti utilizzabili come collaterale nelle operazioni di raccolta. Nei mesi scorsi l’impatto di questo canale sulla disponibilità di finanziamenti per le banche in Grecia, Irlanda e Portogallo è stato attenuato dagli interventi della BCE, che ha adeguato i criteri per la definizione delle garanzie utilizzabili nelle proprie operazioni di rifinanziamento all’evolvere delle condizioni di mercato.
I timori sulla solvibilità di uno Stato si ripercuotono sugli intermediari anche attraverso una riduzione del valore delle garanzie pubbliche, sia esplicite sia implicite, sulle passività bancarie. I programmi di garanzie esplicite varati successivamente al dissesto di Lehman Brothers nel 2008 hanno cessato di operare nella quasi totalità dei paesi.

Nell’incontro del 26 ottobre il Consiglio europeo ha previsto la reintroduzione di garanzie per la raccolta bancaria a medio e a lungo termine, sottolineando che nelle attuali condizioni di mercato esse dovranno essere strettamente coordinate a livello europeo. Dalla fine del 2009 il valore delle garanzie implicite – legate alle attese di intervento dello Stato in caso di difficoltà degli intermediari nazionali, soprattutto se di rilevanza sistemica – ha avuto un calo pronunciato nelle economie con problemi acuti di bilancio (quali Grecia, Irlanda e Portogallo); la riduzione è stata significativa anche per paesi avanzati di maggiori dimensioni, quali Germania e Italia.
Un quarto meccanismo di trasmissione dei rischi sovrani alle banche deriva dal legame che esiste tra i rating degli emittenti pubblici e privati: un declassamento dei titoli di Stato è infatti generalmente seguito dall’abbassamento del merito di credito degli altri prenditori nazionali (in particolare le banche), anche perché il rating sovrano rappresenta di norma un tetto per le valutazioni assegnate dalle agenzie ai debitori privati. Tra il novembre del 2009 e oggi, i sette paesi avanzati che hanno subito un declassamento del rating sovrano hanno anche registrato in media, entro i tre mesi successivi, una riduzione del merito di credito di circa il 40 per cento degli intermediari (oltre il 60 per cento nei paesi che hanno subito molteplici declassamenti). Una riduzione del rating accresce il costo della raccolta bancaria; in casi estremi può determinare l’esclusione delle passività bancarie dal paniere di titoli acquistabili da determinate categorie di investitori (quali, ad esempio, fondi pensione e compagnie di assicurazione).
Le tensioni sul debito sovrano di un paese si possono trasmettere alle banche estere sia attraverso i legami interbancari internazionali sia attraverso le esposizioni verso i debitori privati dei paesi oggetto di tensioni.

Considerando le banche delle principali economie avanzate, le esposizioni interbancarie estere nei confronti dei tre paesi europei più colpiti dalle tensioni sui titoli sovrani erano pari alla fine del secondo trimestre del 2011 a circa lo 0,2 per cento del totale degli attivi; le esposizioni nei confronti del settore privato non finanziario e quelle relative a contratti derivati, garanzie e impegni di credito erano pari all’1,6 per cento. I corrispondenti valori per le esposizioni nei confronti di Belgio, Italia e Spagna erano lo 0,7 e il 3,5 per cento, rispettivamente.

 

La redditività delle banche internazionali, in calo già nel secondo trimestre del 2011 (fig.a), potrebbe peggiorare ancora nei prossimi mesi, principalmente per effetto di tre fattori.
In primo luogo, il deterioramento del quadro macroeconomico potrebbe interrompere il miglioramento della qualità dei prestiti che si era avviato all’inizio del 2010 (fig.b). Inoltre, l’aumento dei costi della raccolta a medio e a lungo termine, se prolungato nel tempo, potrebbe comprimere il margine di interesse. Infine, i ricavi da servizi potrebbero registrare una contrazione qualora proseguisse il calo dell’attività sul mercato dei capitali osservato nei mesi scorsi (il valore delle operazioni di fusione e acquisizione si è ridotto del 20 per cento, i collocamenti obbligazionari e azionari del 40 e 60 per cento, rispettivamente). Le banche degli Stati Uniti fronteggiano anche significativi rischi legali per effetto delle dispute relative ai criteri adottati nella gestione delle procedure esecutive (foreclosures) e nella vendita di attività connesse con i mutui ipotecari.

Indicazioni di un aumento del rischio sistemico nel settore bancario internazionale si ricavano anche dal banking stability index (BSI), che fornisce una stima del numero di grandi banche internazionali che entrerebbero in crisi nel caso in cui almeno una di esse si trovasse in gravi difficoltà.
Con riferimento a un campione di dieci grandi gruppi bancari internazionali con operatività cross-border, il BSI ha subito un forte incremento nell’agosto del 2011, raggiungendo il valore di 5,5 (fig. C). Alla fine di ottobre, quando la probabilità che almeno una delle banche del campione si potesse trovare in difficoltà era stimata al 9,4 per cento, l’indice si collocava intorno a 5, un valore già toccato dopo il dissesto di Lehman Brothers nel 2008.

L’indice della qualità del credito, basato sulla transizione dei prestiti alle imprese non finanziarie tra le diverse classificazioni qualitative del credito, ha continuato a risalire ma il miglioramento si è quasi arrestato nel primo semestre del 2011 (fig.a). Inoltre, le stime delle probabilità di ingresso in sofferenza delle imprese mostrano anch’esse un miglioramento, ma contenuto (fig.b). Infine, la quota degli impieghi verso soggetti in temporanea difficoltà (i cosiddetti incagli) nei mesi più recenti è rimasta pressoché stabile sia per le imprese (intorno al 6,0 per cento; fig.c), sia per le famiglie (al 2,3 per cento).

Lo scorso giugno l’esposizione in crediti e titoli delle banche italiane verso Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna ammontava a 36 miliardi, pari all’1,3 per cento delle attività totali; all’interno di questo aggregato, i titoli di Stato sono pari a 5,6 miliardi, un importo molto contenuto nel confronto internazionale. Il valore degli strumenti finanziari emessi nei quattro paesi e depositati presso le banche italiane dalla clientela (a titolo di custodia, amministrazione o gestione di portafogli) ammonta a 21,5 miliardi e al 2,1 per cento del complesso dei titoli obbligazionari detenuti in deposito.
Nello scorso giugno l’esposizione complessiva (sotto forma sia di crediti sia di titoli) dei cinque maggiori gruppi bancari nazionali verso lo Stato italiano ammontava a 173 miliardi di euro (pari al 63 per cento dell’esposizione complessiva verso gli Stati sovrani) e al 9,5 per cento delle attività complessive.
La componente costituita da titoli di Stato era di 128 miliardi, di cui poco più di un terzo era detenuto per finalità di negoziazione (trading book).
L’esposizione in crediti e titoli dei gruppi bancari italiani verso non residenti ammonta a 668 miliardi di euro, il 4,4 per cento in meno rispetto a un anno prima. Tre quinti delle attività estere fanno capo a unità insediate nel paese della controparte, per lo più filiazioni; il 90 per cento fa capo ai due maggiori gruppi bancari, che operano attraverso banche locali sia all’interno sia all’esterno dell’area dell’euro. Per questi due intermediari le attività estere rappresentano il 45 per cento del totale dei crediti e dei titoli in portafoglio.
Tra le esposizioni estere sono aumentate quelle nei confronti dei paesi dell’Europa centrale e orientale, dove i gruppi bancari italiani presentano un’operatività rilevante e dove le prospettive economiche sono positive.
In relazione a queste prospettive, e al buon andamento dell’economia osservato in alcuni paesi, i due maggiori gruppi bancari italiani hanno adeguato il flusso complessivo delle rettifiche in rapporto alla consistenza dei prestiti, portandolo a 151 punti base (da 180 nel 2010).
Essi hanno seguito politiche particolarmente prudenti laddove i rischi creditizi sono più elevati (in Ucraina, Romania e Ungheria le svalutazioni apportate sono pari a 382, 321 e 316 punti base, rispettivamente).
La consistenza delle rettifiche sui crediti deteriorati nel complesso dei paesi di quest’area rimane elevata (circa il 70 per cento per le sofferenze).


La crisi finanziaria e il rallentamento economico nell’area dell’euro potrebbero avere effetti negativi su queste economie. Inoltre, la situazione finanziaria di famiglie e imprese rimane fragile, anche a causa dell’elevata percentuale di prestiti espressi in valute diverse da quella locale (circa il 47,8 per cento del totale per il complesso dell’area).
In sintesi, il deterioramento della qualità del credito rimane il principale fattore di rischio per l’attività bancaria in questi paesi.

La raccolta complessiva delle banche italiane ha continuato a espandersi; a settembre il tasso di crescita sui dodici mesi era pari al 5 per cento. La sua composizione è però mutata nel tempo. Le consistenti emissioni obbligazionarie effettuate nei primi mesi dell’anno e, dall’estate, la crescita del ricorso al rifinanziamento presso l’Eurosistema hanno compensato il rallentamento della provvista estera. Quest’ultimo ha riguardato sia i depositi da non residenti, sia i pronti contro termine effettuati attraverso le controparti centrali. Il leggero contributo negativo fornito dai depositi dei residenti (peraltro annullatosi ad agosto) è interamente riconducibile alla componente delle società finanziarie (3); i depositi delle famiglie hanno invece continuato a espandersi, seppur a ritmi contenuti.
La raccolta al dettaglio è cresciuta, in larga misura per l’aumento delle obbligazioni.
A giugno di quest’anno essa si collocava al 54,1 per cento della provvista complessiva (nel resto dell’area dell’euro tale quota si colloca in media al 48,8 per cento). Sia i prezzi sia il volume della raccolta al dettaglio tendono a risentire delle tensioni sui mercati finanziari in misura contenuta e con ritardo rispetto alle altre forme di provvista.
Il funding gap delle banche italiane – misurato dalla quota dei prestiti non finanziati dalla raccolta al dettaglio – è rimasto stabile sui valori contenuti dell’anno precedente, attorno al 9 per cento.
Tra la fine del 2010 e lo scorso settembre il costo complessivo della raccolta è cresciuto di 4 decimi di punto, all’1,7 per cento. L’aumento è derivato in parte dalla ricomposizione della raccolta al dettaglio (i depositi a vista sono stati sostituiti con pronti contro termine, più remunerativi per la clientela), in parte dall’aumento dei rendimenti delle singole componenti. I tassi sui depositi in conto corrente e su quelli rimborsabili con preavviso sono saliti in linea con quanto osservato in analoghe fasi congiunturali del passato; quelli sulle nuove erogazioni di depositi con durata prestabilita e sui pronti contro termine, più reattivi alle condizioni del mercato monetario, sono cresciuti in misura leggermente superiore.

Il rischio di controparte facente capo alle banche italiane deriva per tre quarti dalle operazioni in derivati scambiati dai maggiori intermediari nei mercati over-the-counter (OTC); la parte restante è riconducibile ai prestiti concessi a controparti finanziarie mediante operazioni di pronti contro termine.
Nel giugno del 2011 il valore lordo (valutato a fair value) dei derivati delle banche italiane (calcolato sommando le posizioni sia positive sia negative) ammontava a 243 miliardi di euro, poco più della metà del valore rilevato nel giugno precedente. La gran parte dei contratti riguarda strumenti di copertura da rischi di variazioni dei tassi di interesse (per lo più operazioni di swap fra contratti a tasso fisso e variabile). L’esposizione netta in derivati delle banche italiane alla fine di settembre 2011 era pari a 7 miliardi, in diminuzione del 28,5 per cento rispetto a ottobre dell’anno precedente. Di tale importo, circa il 20 per cento è riconducibile a esposizioni delle filiazioni italiane di banche estere nei confronti delle rispettive capogruppo. La parte restante si riferisce quasi integralmente a controparti con elevato merito di credito, con le quali intrattengono rapporti tutte le banche italiane attive sui mercati finanziari. Nel complesso, nel giugno del 2011 i requisiti patrimoniali connessi con il rischio di controparte erano inferiori di circa il 20 per cento rispetto a un anno prima.

Il collocamento dei titoli di Stato italiani è proseguito con regolarità: il cover ratio si è sistematicamente mantenuto su livelli ben superiori all’unità, registrando solo occasionalmente lievi riduzioni.
L’acuirsi delle tensioni sui debiti sovrani ha avuto effetti significativi sul premio per il rischio richiesto dagli investitori per acquistare titoli pubblici italiani. Lo spread BTP-Bund, comunemente utilizzato come misura di tale premio, ha oltrepassato in più occasioni i 400 punti base.

Nel trimestre luglio-settembre i rendimenti all’emissione hanno registrato un rialzo rispetto al trimestre precedente pari in media a circa 90 punti base per le scadenze comprese tra due e cinque anni, di circa 60 punti base per le scadenze oltre i cinque anni. Nello stesso periodo lo spread BTP-Bund è cresciuto di 150 punti base sulla scadenza decennale. Inoltre, l’effetto dei più alti rendimenti all’emissione sul costo del debito pubblico è attenuato sia dalla riduzione delle emissioni nette (44 miliardi nei primi nove mesi di quest’anno, contro 83 e 122 miliardi nei corrispondenti periodi del 2010 e del 2009), sia dall’elevata vita media residua dei titoli pubblici italiani (oltre sette anni).


I rendimenti all’emissione dei titoli di Stato italiani potrebbero risentire nei prossimi mesi dell’elevata concentrazione di scadenze tra febbraio e aprile 2012.


Nel giugno del 2011 la consistenza del debito pubblico italiano ammontava a 1.900 miliardi.
La quota detenuta da non residenti, pari al 39,2 per cento, è relativamente contenuta nel confronto internazionale; una percentuale stimabile nel 4,3 per cento fa capo a gestioni patrimoniali e fondi comuni amministrati da operatori esteri ma riconducibili a risparmiatori italiani.
All’interno del debito pubblico complessivo, i titoli di Stato rappresentano circa quattro quinti del totale. Tra i detentori residenti, le famiglie sono le prime in ordine di importanza, con una quota del 14 per cento, seguite dalle banche, dalle compagnie di assicurazione e dai fondi comuni.
Gli operatori esteri possiedono il 46,2 per cento del totale, mentre il 5,2 per cento fa capo a gestioni e fondi comuni esteri riconducibili a risparmiatori italiani.


Rispetto alla fase precedente l’avvio della crisi del debito sovrano nell’area dell’euro, la composizione percentuale dei detentori di titoli di Stato non è mutata in misura significativa, se si eccettua l’aumento della quota delle banche italiane: gli acquisti dei nostri intermediari avrebbero dunque contribuito a sostenere la domanda di titoli pubblici.
La stabilità della quota degli investitori non residenti cela andamenti difformi per le diverse categorie di operatori. Dati dell’Autorità bancaria europea (European Banking Authority, EBA) evidenziano che, nel corso del 2010, gli intermediari degli altri paesi europei hanno nel loro complesso ridotto l’esposizione netta di 57 miliardi di euro (di cui 40 facenti capo alle sole banche tedesche). Dati della Banca dei regolamenti internazionali (non del tutto omogenei ai precedenti) evidenziano che questa esposizione si sarebbe ulteriormente ridotta nel primo semestre del 2011. Poiché la quota complessiva degli operatori esteri è stabile, il calo degli investimenti delle banche europee implica che altri operatori non residenti hanno acquistato volumi cospicui di titoli pubblici italiani, pur se a tassi di interesse crescenti.

Nei sistemi di regolamento lordo in tempo reale la gestione infragiornaliera della liquidità assume una particolare rilevanza, per gli effetti – potenzialmente sistemici – che ritardi nel regolamento dei pagamenti da parte di una banca possono determinare sulle controparti. Il rischio di liquidità infragiornaliero viene pertanto  costantemente valutato in base a diversi indicatori.
Un primo indicatore (largest cumulative net outflow, LCNO) è costituito dalla differenza massima tra il valore dei pagamenti cumulati effettuati e quelli ricevuti nel corso della giornata, che misura la liquidità  ecessaria a un intermediario per effettuare i propri pagamenti nei tempi dovuti. Tra il gennaio del 2010 e lo scorso settembre, in TARGET2-Banca d’Italia il 90 per cento degli LCNO delle banche italiane si è collocato al di sotto dei 300 milioni; solo il 4 per cento di essi ha superato il miliardo.
Nel 2011 le esposizioni debitorie nette infragiornaliere si sono commisurate in media al 30 per cento della liquidità detenuta dalle banche a inizio giornata (fig. A); solo in pochi casi i valori hanno superato il 50 per cento.
Un secondo indicatore è dato dalla percentuale di banche che a una determinata ora della giornata sarebbero in grado di regolare tutti i restanti pagamenti a debito anche qualora i successivi pagamenti in entrata venissero cancellati: si valuta cioè la capacità delle banche di far fronte ai pagamenti pendenti a una data ora nell’ipotesi che esse possano utilizzare le sole disponibilità liquide presenti sul proprio conto di regolamento. L’andamento nel tempo di questo indicatore calcolato in cinque diverse ore della giornata mostra che la quota dei partecipanti italiani in possesso di liquidità sufficiente a regolare tutti i restanti pagamenti a debito già alle ore 9.00 è elevata (intorno al 60 per cento), e in crescita nei mesi recenti (fig. B); questo insieme comprende pressoché costantemente i maggiori gruppi bancari italiani. Oltre l’80 per cento degli operatori possiede mezzi liquidi per regolare tutti i pagamenti residui entro le ore 11.00.
Nel complesso, queste misure denotano un rischio di liquidità infragiornaliero assai limitato. Ciò riflette sia il crescente ricorso a modalità garantite di funding nel mercato monetario, regolate di norma nelle ore iniziali della giornata, sia il passaggio al sistema di pooling, che ha comportato un aumento delle linee di credito infragiornaliere presso la banca centrale.


Written by sistemielettorali

12 dicembre 2011 a 19:34

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