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Fukushima – aggiornamenti

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Un grafico diffuso dal ministero giapponese dell’Educazione mostra che, proprio a partire dal 7 aprile (data dell’ultima forte scossa), la radioattività è salita rapidissimamente all’interno del contenitore di acciaio e cemento in cui è alloggiato il reattore numero 1, quello per il quale si temono reazioni nucleari incontrollate a catena. Si è triplicata in due giorni.
100 Sieverts ora è circa 30 volte la dose letale.

News dal web:

Nessun pericolo radiazione per i cittadini italiani dopo l’incidente di Fukushima. E’ quanto emerso dal seminario tenuto oggi al Politecnico di Piacenza sulle cause e le conseguenze del disastro nucleare giapponese. L’incontro, organizzato nell’ambito del Master of Science EEESW dalla sede di Piacenza del Politecnico di Milano e dal Laboratorio Leap, ha visto la partecipazione dei professori Marco Ricotti, ordinario di Impianti Nucleari, Fabrizio Campi, associato di Impianti Nucleari, e Stefano Consonni, coordinatore del Master.
“Quello che vorrei sottolineare è la differenza che esiste tra questo disastro e quello di Chernobyl – ha commentato Ricotti – Innanzitutto nell’86 c’è stato un rilascio immediato di radiazioni non paragonabile a quello di Fukushima, e poi in Ucraina mancava totalmente una copertura al reattore. Ci sono stati danni all’ambiente e ai prodotti alimentari, ma la popolazione giapponese, a parte gli operai che si trovavano all’interno della centrale nel momento del disastro, è stata evacuata in tempo per evitare qualsiasi pericolo per la salute”. Ricotti ha poi voluto soffermarsi sul problema del nucleare in Italia: “Sono scelte prettamente politiche; l’unico aspetto sui cui posso esprimermi è che non esiste un fonte energetica sicura. Anzi, secondo una tabella recentemente pubblicata sul Washington Post che comparava morti e feriti causati da varie fonti energetiche, il nucleare risulta molto più sicuro rispetto ad altre energie”.
Non vede pericoli immediati nemmeno Sandro Fabbri , direttore di Arpa Piacenza: “Sul nostro territorio stiamo riscontrando valori costanti, leggermente sopra la norma. La variazione della radioattività rientra in valori infinitesimali, che non creano nessun problema alla popolazione”.

Se la battaglia per tenere sotto controllo i reattori di Fukushima sembra segnare qualche punto a favore delle autorita’ giapponesi, come affermato pochi giorni fa dall’Aiea, quella della comunicazione al pubblico dell’entita’ del disastro e’ un vero e proprio fallimento. La critica, a poco piu’ di un mese dall’incidente, non viene dalle organizzazioni ambientaliste, le prime a puntare il dito all’indomani del terremoto, ma da Nature, che in una serie di editoriali ha messo in fila le critiche che serpeggiano anche nella comunita’ scientifica ‘ufficiale’.
Sulla comunicazione dei dati il giudizio della rivista molto netto: ”Le autorità hanno fallito nell’informare il pubblico su una serie di eventi di cui dovevano per forza essere a conoscenza – si legge – questo ha portato ad alcune brutte sorprese come l’elevamento della classificazione dell’incidente o la contaminazione dell’acqua potabile e del cibo, con il risultato che ora molte persone non credono pi alle versioni ufficiali”.
Il rilascio dei dati, anche se la rivista da’ atto alle autorita’ che e’ stato pi ampio rispetto al passato, non ritenuto sufficiente: ”L’analisi degli scenari più credibili non venuta dalle autorità giapponesi, ma da esperti ed enti regolatori all’estero – fa notare la rivista – inoltre i dati sono stati forniti senza riferimenti, il che ha reso impossibile per gli scienziati ricostruire mappe dettagliate della situazione”.
Non manca un accenno sulla sottostima dei danni potenziali dovuti alle radiazioni: ”Il governo ha fallito nel tradurre i dati sull’esposizione in effetti concreti sulla popolazione e sull’agricoltura – spiega l’editoriale – il ritornello sul fatto che questa o quella dose e’ inferiore a quanto si avrebbe con una Tac o una lastra ai raggi X non e’ sufficiente, perche’ gli effetti sulla salute dipendono per la maggior parte dalle dosi accumulate nel tempo”. Un esempio viene anche dal capitolo sulle radiazioni rilasciate nell’ambiente marino, in cui ci si e’ limitati alle quantita’ di Iodio e Cesio e non degli altri radionuclidi: ”La quantita’ totale di radiazioni presenti e’ sconosciuta – scrivono gli esperti del French Institute of Radioprotection and Nuclear Safety – e questo rende molto difficile stabilire l’impatto sulla vita marina”.
Un’altra critica viene da un articolo di Robert Geller, esperto statunitense che lavora all’universit di Tokyo: ”Fin dagli anni ’70 i sismologi giapponesi si sono concentrati sul cosiddetto ‘sisma di Toka, che sarebbe dovuto avvenire nel sud dell’isola, definendo come ‘a scarso rischio’ zone come quella del terremoto dell’11 marzo – scrive Geller – ora le autorit dovrebbero ammettere francamente che non sono in grado di prevedere i terremoti”.

IL SISMA devastante che ha colpito il Giappone l’11 marzo scorso poteva essere previsto, in termini almeno generali. E la centrale nucleare di Fukushima avrebbe dovuto essere costruita in modo più sicuro, con ben altre precauzioni, per evitare il rischio di un disastro che ha ormai raggiunto, per stessa ammissione delle autorità giapponesi, il livello massimo di gravità, pari a Chernobyl.
E’ un giudizio severo quello del professor Robert J. Geller, sismologo americano presso l’Università di Tokyo, che, in un commento pubblicato su Nature, striglia il sistema di allerta sismico giapponese, a suo parere, tutto da riformare. A partire dalle mappe nazionali delle zone a rischio sismico, basate su dati scientifici obsoleti; e dalla pretesa di fare previsioni a lungo termine usando metodologie fallaci, che portano ad ipotizzare eventi improbabili, come il famigerato “terremoto di Tokai”, evocato come imminente da decenni e mai verificatosi.
Geller non è tenero nella sua analisi, partendo dalla premessa che negli ultimi 20 anni alcuni sismologi giapponesi avevano lanciato l’allarme sul rischio di violenti terremoti e tsunami nell’arcipelago, con possibili gravi incidenti nucleari, primo fra tutti quel Katsuhiko Ishibashi, uno dei massimi esperti di scienze della terra, le cui dichiarazioni premonitrici sono state riprese dalla stampa giapponese a caldo, subito
dopo il terremoto. Voci rimaste inascoltate. Salvo poi ritrovarsi, subito dopo il dramma che ha sconvolto il Giappone e l’intera comunità internazionale, con decine di esperti che dichiaravano ai media l’imprevedibilità di simili catastrofi.
Il modello su cui si basano le mappe di rischio sismico create annualmente dal governo giapponese parte dal presupposto che i terremoti si verifichino seguendo schemi regolari. In base a questo concetto, le zone dove eventi sismici sono considerati maggiormente probabili in Giappone sono tre: Tokai, Tonankai e Nankai. Eppure dal 1979, rileva Geller, i terremoti che hanno causato 10 o più vittime in Giappone si sono verificati invece in zone ritenute a basso rischio, facendo saltare agli occhi l’inadeguatezza di tali strumenti. “Le previsioni di questi modelli non trovano riscontro nei dati effettivi”, spiega l’esperto.
Se invece, argomenta il professore nel suo intervento, per valutare i rischi si fossero considerati parametri diversi, dati sismici globali e storici, relativi alla zona di Tohoku  –  la regione investita dall’ultimo sisma di magnitudo 9,1, colpita già nel 1896 da uno tsunami con onde alte fino a 38 metri  –  il disastro dell’11 marzo si sarebbe potuto “facilmente prevedere”. Non certo con la certezza dell’epicentro, della gravità o del momento in cui ha colpito, ammette lo studioso, ma in termini più generali. “Visto che si sono verificati altri sismi di simile entità nel Pacifico, un terremoto di quella portata poteva essere atteso, ragionevolmente, con una certa probabilità in ognuna delle zone di subduzione – confini convergenti dove si scontrano due placche tettoniche  –  nel Pacifico”, chiarisce ancora il professore.
Questo avrebbe permesso di potere adottare contromisure adeguate, da prendere in considerazione nella progettazione iniziale dell’impianto di Fukushima, che nelle ultime settimane ha rievocato lo spettro della tristemente famosa centrale ucraina.
Geller punta anche il dito contro il “paradosso” Tokai: di un possibile, imminente terremoto in quella zona si è parlato così spesso negli ultimi 30 anni da parte di funzionari governativi o scienziati legati ad enti di ricerca governativi, che è quasi divenuto una realtà nell’immaginario collettivo, invece di uno scenario puramente teorico. Per identificarne i possibili precursori nel 1978 è stata istituita un’apposita legge, che impone all’Agenzia Meteorologica Giapponese un monitoraggio continuo, 24 ore su 24 ogni giorno della settimana, sottolinea il professore, per individuare segnali dell’imminenza del sisma, con un preavviso di ore o di qualche giorno. Una legge che andrebbe ritirata, secondo Geller, perché inutile. E’ tempo essere onesti con il pubblico, conclude l’esperto americano, e di ammettere i nostri limiti: quello che siamo in grado di sapere, ma anche il contrario. Tutto il Giappone è a rischio terremoti e, in buona sostanza, si dovrebbe dire alla gente di “prepararsi per l’imprevedibile”. Con l’auspicio – è questa la conclusione dell’esperto – che “la ricerca in questo campo in futuro si basi sulla fisica, sia soggetta a revisioni imparziali, e condotta dai migliori scienziati giapponesi, non da burocrati senza volto”.

Insomma, quello che dichiara il Primo Ministro è fortemente contrastante con i dati che arrivano sulla situazione nucleare e che raccontano quindi una realtà ben diversa. Il direttore della campagna Energia e Clima di Greenpeace Germania, Thomas Breuer, afferma che “la storia dell’industria nucleare è macchiata di silenzi. Sia in Giappone che altrove, l’industria nucleare ha di nuovo cercato di minimizzare il rischio sulle popolazioni colpite da questa tragedia e solo dopo un mese accetta di riconoscere la gravità di quest’incidente: il massimo nella sua scala”. Greenpeace sottolinea il fatto che già tre settimane fa aveva chiesto di classificare a “livello 7″ l’incidente di Fukushima con il supporto di una puntuale relazione del Dr. Helmut Hirsch, esperto di sicurezza nucleare  ma il governo nipponico aveva rifiutato. “Il governo giapponese finalmente riconosce che la situazione è seria. Adesso deve rapidamente realizzare misure adeguate, come l’evacuazione di donne incinta e bambini dalle aree densamente popolate come le città di Fukushima e Koriyama” conclude Thomas Breuer.
Molte sono le preoccupazioni riguardo a possibili ripercussioni sui paesi vicini e sull’Europa. Sergio Ulgiati, professore di Chimica dell’Università Parthenope di Napoli e membro del Comitato scientifico di WWF Italia, ha detto  che “il rilascio dei radionuclidi di media e lunga durata nell’atmosfera e nell’acqua comporta una grave compromissione della catena alimentare. Un rischio che coinvolge le aree geografiche limitrofe, come ad esempio la Cina e la Corea, ma che in generale, se si considera il commercio globalizzato del cibo, non ha confini. Da qui deriva il principale pericolo”. “Sappiamo inoltre -continua- che la nube radioattiva è già arrivata in Europa anche se di bassa radioattività Il numero delle persone che verrà colpito da un cancro per radioattività sarà inferiore a quello del Giappone, dove sono stati calcolati circa 4mila morti di cancro entro il 2050 a causa dell’incidente di Fukushima. In definitiva possiamo dire che, anche per l’Italia, è impossibile prevedere gli effetti dell’incidente nucleare in Giappone ma possiamo affermare che sul lungo termine di sicuro ci saranno”

Written by sistemielettorali

14 aprile 2011 a 17:02

Pubblicato su nucleare

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