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Fukushima – aggiornamenti

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Sono stati sottovalutati i rischi alla centrale di Fukushima in Giappone. Sotto i riflettori ancora la Tepco: non avrebbe tenuto conto di un rapporto del 2007 redatto dagli ingegneri dell’impianto. Questi avvertivano che c’era il dieci per cento di possibilità che un’onda sismica superiore a sei metri, limite massimo stabilito per la sicurezza della centrale potesse colpirla in un lasso di tempo di cinquant’anni. Tutto questo mentre oggi il governo ha ammesso il ritrovamento di tracce di plutonio.
“E’ una situazione di enorme emergenza”, dice Naj Meshkati, esperto della University of Southern California, “occorre un responsabile delle operazioni, misure consistenti per far fronte al problema e voglio sottolineare che si tratta di una crisi nucleare internazionale che oltrepassa le capacità di una struttura, che sia Tepco o il governo giapponese”.

Dall’11 marzo questi isotopi vengono sparati nell’ambiente circostante dalla centrale di Fukushima nel nord est del Giappone, a 10 mila chilometri dall’Italia. I dati ufficiali parlano di livelli di radiazioni superiori a 1.000 millisievert all’ora. In altre parole, passeggiando per un’ora nei pressi della centrale in media si assorbe una quantità di emissioni nocive che il corpo umano può tollerare nell’arco di un anno.
Anche se nella conta degli effetti da radiazioni, come ha spiegato a Lettera43.it Giuseppe Miserotti, membro dell’Isde, l’Associazione internazionale dei medici per l’ambiente, presidente dell’Ordine dei medici di Piacenza ed esperto sui temi del nucleare e della salute, entrano in gioco tante altre variabili.
IL CALCOLO DELLE RADIAZIONI. «Non esiste una dose di radiazioni che si può definire sicura», ha detto l’esperto, «primo perché gli individui reagiscono in maniera diversa. Donne, bambini e anziani hanno per esempio organismi più fragili; secondo perché le dosi sono cumulative, terzo perché la contaminazione che avviene attraverso la catena alimentare, a differenza di quella aerea, è indipendente dalla distanza dal luogo del disastro».
In pratica, anche se è vero che rischia di più chi abita nei pressi della centrale, le particelle radioattive si conservano meglio se innestate in altri organismi vegetali o animali vivi, e tramite questi che fungono da vettori, possono raggiungere comodamente ogni angolo del Pianeta.

Se dal Giappone, per esempio, si alza vapore acqueo contenente particelle di iodio radioattivo, la nube che si crea dopo otto giorni ha perso gran parte della sua pericolosità. Questo perché nel frattempo l’isotopo ha dimezzato le sua forza radioattiva.
E anche in Italia sono arrivati i primi venti dal Sol Levante. L’Ispra, l’istituto per il controllo del nucleare dopo aver “acceso” i rilevatori delle agenzie ambientali delle regioni, ha per ora registrato numeri non allarmanti: le masse d’aria provenienti dalle aree contaminate di Fukushima registrate in Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte, Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Umbria hanno livelli radioattivi «infinitesimali» e «non significativi» per la salute dell’uomo.
I RISCHI PER LA CATENA ALIMENTARE. La situazione è diversa per quanto riguarda la catena alimentare. Se un pesce che vive nel Pacifico assorbe plutonio radioattivo dalle acque di scolo della centrale e finisce nella catena alimentare occidentale, diventa un vettore praticamente eterno di radiazioni (il plutonio dimezza la sua radioattività in 24 mila anni).
«La distanza da Fukushima ci protegge, ma bisogna stare attenti a quello che mangiamo e che mangeremo», ha spiegato Miserotti. «È ancora presto per lanciare allarmi. C’è ancora grande confusione sui numeri (fino al 28 marzo Tepco non sapeva se le radiazioni erano di 10 milioni o di 100 mila volte superiori ai limiti, ndr) ma con l’oceano Pacifico e il plutonio di mezzo, una cosa è certa: bisognerà prendere misure precauzionali estese e di lungo periodo».
Non bastano i blocchi all’import di broccoli, spinaci, latte e formaggi: se il plutonio o il cesio finiscono nelle acque del Pacifico sarebbe opportuno, secondo l’esperto, che l’Organizzazione mondiale della Sanità, valutasse vincoli anche alla pesca.

Iodio e uranio, ora ci si è messo anche il plutonio a complicare la crisi giapponese alla centrale di Fukushima. Elemento ad altissima tossicità, impiega 239 anni prima di dimezzarsi e ha la capacità di fare danni per migliaia di anni. E’ stato rilevato ieri in lievi tracce, ma in ben cinque differenti punti dell’impianto. “Un dato che aggrava la situazione a Fukushima” spiega Carlo Cosmelli, docente di fisica presso l’Università La Sapienza di Roma. “La fuoriuscita di plutonio conferma il principio di fusione in atto nel reattore. Il rilascio degli isotopi è pericoloso e monitorane il livello servirà a capire se gli interventi di stabilizzazione stanno dando buoni esiti o meno”.

Carlo Cosmelli, che idea si è fatto sull’incidente di Fukushima?
Di certo è stato di una gravità incredibile ma anche imprevedibile. Il terremoto non ha provocato grandi danni strutturali alla centrale, tanto che i reattori sono rimasti i piedi. I problemi sono sorti con il black out seguito alla scossa, che ha fatto saltare i sistemi di sicurezza ordinari, e, ancor più grave, lo tsunami che ha spazzato via tutti i sistemi di raffreddamento ausiliari.

Cosa non è chiaro invece?
Non si capisce se per un errore di valutazione o per una mancanza di previsione, non ci si è preoccupati da subito del reattore spento, che sta creando seri problemi. Paradossalmente il danno maggiore non si è verificato in uno dei reattori in funzione, ma in quello inattivo dove sono piazzate le piscine di stoccaggio per l’uranio esaurito, materiale che necessita di essere continuamente raffreddato e trattato, non essendo ancora una scoria solida.

Che tipo di problemi sta creando?
Si è già innescato un inizio di fusione parziale, per ammissione dello stesso governo giapponese. L’ulteriore surriscaldamento dell’uranio rischia di far esplodere il sistema. Intorno alle barre radioattive viene generalmente fatta circolare dell’acqua al fine di raffreddarle. Se questo processo si interrompe, come sta avvenendo, il calore aumenta di migliaia di gradi, fino a creare un aumento di pressione tale da far esplodere il reattore. Dentro le camera a tenuta si trova dell’uranio ancora allo stato liquido, che può riversarsi nell’atmosfera oppure fondere il pavimento per poi fuoriuscire.

Il sospetto sorge legittimo: il governo giapponese non dice tutto perché non sa o perché non vuole far sapere?
Qualcosa si sa, mancano però i numeri certi, ad esempio qual è il reale livello di radioattività dentro la centrale. Probabilmente c’è anche un po’ di paura visto che il reattore era di proprietà della Tepco, una ditta privata, e in questi casi bisognerebbe affidarsi ad una commissione internazionale più che agli interessi dell’industria. A Fukushima hanno aspettato alcuni giorni prima di cominciare a pompare acqua di mare sul reattore, mettendolo così fuori uso definitivamente. Se avessero proceduto subito sarebbe stato meglio. Se ne sono resi conto dopo? Non lo sappiamo e solo pochi possono saperlo.

Insomma, siamo di fronte a una nuova Chernobyl…
Il Giappone è tecnologicamente avanzato e sa come intervenire in queste circostanze. Basta pensare che lo stesso presidente dell’Associazione mondiale per l’energia atomica si è recato subito a Fukushima per verificare di persona la gravità della situazione, mentre a Chernobyl i tecnici sono riusciti ad entrare nella centrale solo una settimana dopo l’incidente. Certo, i reattori di Fukushima sono stati costruiti negli anni ’70 e progettati almeno dieci anni prima, senza prevedere l’onda che ha spazzato via tutti i sistemi di scurezza, ma quelli in funzione a Chernobyl erano talmente vecchi che nessun paese occidentale li avrebbe mai utilizzati.

Dei tecnici fatti evacuare dalla centrale cosa dice?
Che ci sia della radioattività entro dei limiti accettabili all’interno della centrale è normale. Il fatto strano è che ai tecnici sia entrata dell’acqua dentro la tuta, e non si capisce se le ustioni riportate siano state causate dall’acqua bollente o dalle radiazioni. La domanda rimane: come fa ad entrare dell’acqua in un sistema stagno?

E della radioattività riscontrata nell’acqua di mare invece?
Le particelle radioattive sono pesanti e una volta sprigionate nell’aria poi ricadono per terra, nel mare e sulle piantagioni (da qui il divieto di non mangiare insalata). Parlare di radioattività in assoluto non ha senso, perché viviamo in un ambiente radioattivo: nel mare del Sudamerica la radioattività è 72 volte superiore a quella degli Stati Uniti; a San Pietro a Roma è 5 volte più dell’Italia, ad esempio. Da Fukushima però arrivano notizie incerte e a volte contraddittorie sugli elementi presenti e sul loro livello di radioattività: c’è sicuramente lo iodio, che rimane radioattivo per circa 6 giorni, tanto che alle popolazioni colpite da un disastro nucleare viene generalmente somministrata una dose di iodio buono per bloccare l’assorbimento di quello nocivo. Altro discorso vale per l’uranio e il plutonio, elementi molto pericolosi e con dei tempi di smaltimento lunghissimi, la cui rilevazione restituisce la gravità della situazione.

La soluzione del sarcofago è praticabile?
In ultima ratio e solo quando il reattore verrà stabilizzato definitivamente.

Più precisamente, nell’aria che respiriamo sono state rilevate tracce di iodio 131, un elemento di natura tossica che rappresenta il primo indicatore di radioattività derivante, appunto, ad un incidente atomico. La sostanza, dopo avere attraversato Oceano Pacifico, Nord America e Oceano Atlantico, è arrivata anche nel Vecchio Continente, diluendosi in maniera considerevole, ed oggi l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha ufficialmente annunciato che la rete di sorveglianza collocata su tutto il territorio italiano ha individuato dei ”livelli minimi” di iodio 131 in Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte, Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria e, specialmente, in Emilia Romagna.

A darne conferma è il Centro tematico regionale radioattività ambientale della sezione Arpa di Piacenza, che nel fine settimana scorso ha eseguito  esami approfonditi. Tuttavia il direttore, Sandro Fabbri fa capire che non c’è assolutamente bisogno di allarmarsi, visto che il picco rilevato post Chernobyl era stato di 40.000 millibecquerel per metro cubo, mentre una traccia di iodio 131è pari a 0,13 mBq/m3., dunque 400mila volte superiore a quella rilevata qui in Italia. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Lamberto Matteocci, esperto dell’ISPRA:

“Non c’è motivo di preoccuparsi Parliamo di quantità davvero minime, centinaia di volte inferiori a quelle che hanno interessato Stati Uniti e Canada. La stessa situazione si sta verificando in Francia e Spagna. Queste tracce non determinano l’alterazione dei valori del cosiddetto fondo di radioattività ambientale, quello che è presente in natura”

ESPERTI: DANNI AL NOCCIOLO Il ritrovamento di tracce di plutonio all’esterno della centrale di Fukushima può essere una conferma del danneggiamento del nocciolo di uno dei reattori, ma non ‘dicè nulla di più sulla situazione nell’impianto giapponese. «Il ritrovamento non è strano, considerato il danno subito dalla centrale – spiega Giuseppe Forasassi, docente del dipartimento di Ingegneria Nucleare dell’università di Pisa – fa pensare alla fusione parziale del combustibile dei reattori, ma potrebbe venire anche dal danneggiamento di quello esausto contenuto nelle centrali. Questo elemento può poi aver trovato una ‘via di uscità dagli impianti di areazione o da qualche valvola, oppure da fessurazioni nel contenimento». L’episodio, spiega l’esperto, potrebbe forse portare a un innalzamento del livello dell’incidente: «Il plutonio è molto velenoso dal punto di vista chimico, più che radiologico – spiega Forasassi – quindi il problema ambientale può essere grave. Sembrerebbe da escludere però una contaminazione su larga scala, anche se ne dovesse uscire ancora dovrebbe restare al massimo a 20-30 chilometri». Con il passare dei giorni la situazione dovrebbe tornare sotto controllo, anche se il lavoro sulla centrale potrebbe durare ancora anni: «Più passa il tempo più scende la potenza residua dei reattori, che ora dovrebbe essere allo 0,5% di quella massima, che corrisponde a circa 10 Megawatt – spiega Carlo Lombardi, ex docente del Politecnico di Milano – se si riuscirà a garantire il raffreddamento del combustibile non dovrebbero esserci più problemi immediati. A ‘bocce fermè poi si dovrà pensare al destino della centrale: a Three Mile Island si è riusciti a bonificare tutto il sito, ovviamente con un lavoro di anni».

Secondo la task force di Greenpeace è necessario evacuare immediatamente tutte le persone che vivono in una fascia fino a 40 chilometri dalla centrale di Fukushima, perchè la contaminazione radioattiva è alta anche in quella zona.
Greenpeace ha rilevato nel villaggio di Iitate, a 40 km a Nord-Ovest della centrale di Fukushima, livelli di contaminazione fino a 10 micro Sievert per ora (S/h). Inoltre, secondo uno studio commissionato dal movimento, l’incidente nucleare giapponese, nella International Nuclear Event Scale (Ines), è classificato come livello 7, e cioè il livello massimo. pari a Cernobyl. Secondo l’associazione ambientalista, ci sarebbero ancora duemila persone nell’area di massima esclusione, entro i 20 km dalla centrale.
Un nuovo studio commissionato da Greenpeace Germania al Dr. Helmut Hirsch, esperto di sicurezza nucleare, rivela che l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima, ha già rilasciato abbastanza radioattività da essere classificato di livello 7, secondo la International Nuclear Event Scale (Ines). La quantità totale di radionuclidi di iodio-131 e cesio-137, rilasciata a Fukushima tra l’11 e il 13 Marzo 2011, equivale, sostiene ancora Greenpeace, al triplo del valore minimo per classificare un incidente come di livello 7 nella scala Ines. Dello stesso tenore anche il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, che chiede al governo giapponese di «dire la verità. La notizia del ritrovamento di Plutonio rilasciato dalla centrale di Fukushima è agghiacciante. Il plutonio è una sostanza tossica oltre che radioattiva che se inalata o ingerita può danneggiare gravemente gli organi interni, in particolare lo scheletro, i polmoni e il fegato».

La nube, una minaccia anche per l’Europa?
«Il livello delle radiazioni è assolutamente irrilevante, come il fondo naturale», spiega Stefano Monti, direttore dell’Unità metodi di sicurezza dei reattori dell’Enea. Oggi esiste un sistema di rilevamento talmente raffinato che riesce a evidenziare anche le tracce infinitesimali. Una delle reti, ad esempio, è quella che serve per controllare se qualche Paese sperimenta esplosioni nucleari di nascosto. «Per questo – dice l’esperto – vengono scoperte e analizzate anche le frazioni a impatto radiologico assolutamente nullo».

L’incidente di livello 6 è come a Chernobyl?
La classificazione degli incidenti nucleari va da 1 a 7 (il grado più alto equivale a Chernobyl). «In base al fatto che la radioattività è confinata all’area dell’impianto e alla regione circostante – spiega l’esperto dell’Enea – l’evento di Fukushima dovrebbe rimanere al livello 5, anche se alcune agenzie internazionali lo hanno classificato a 6. Si tratta di un incidente molto grave, ma che resta comunque ben lontano da Chernobyl. Attualmente non ci sono le condizioni per un impatto radiologico significativo sulla popolazione».

Come intervenire per limitare i pericoli?
L’obiettivo fondamentale in questi giorni è quello di ripristinare il sistema dell’alimentazione elettrica. «È per questo che i tecnici sono entrati in sala turbine – spiega Stefano Monti -: è molto importante riconnettere la rete elettrica perché a quel punto, con tutti i sistemi attivi, si potrà raffreddare. Dipenderà anche dall’integrità di quei sistemi. C’è da dire comunque che il nocciolo si raffredderà anche in maniera naturale». L’importante è continuare a tenere sotto controllo proprio la temperatura del nocciolo, ormai parzialmente fuso. Da diversi giorni non avvengono nuove esplosioni e questo è un buon segnale.

Le esplosioni ai reattori cosa hanno provocato?
Il reattore è protetto da una «gabbia» di cemento armato che dovrebbe contenere il materiale radioattivo anche in caso di incidente. A Fukushima ci sono state tre esplosioni: «Nei reattori 1 e 3 – afferma l’esperto dell’Enea – a causa dell’idrogeno filtrato fuori, le esplosioni sono avvenute tra contenimento ed edificio esterno», lasciando la «gabbia» integra (significa che la radioattività resta confinata lì). «Nell’unità 2 invece la bolla di idrogeno è rimasta intrappolata, l’esplosione è avvenuta all’interno e può aver provocato danni al contenimento».

A che livello di potenza sono oggi gli impianti?
«In questo momento i reattori di Fukushima sono ormai allo 0,5 per cento della propria potenza a regime – spiega Stefano Monti -. Si tratta di una potenza significativa, ma certo ben lontana da quella di un reattore in funzione». Questo è un elemento discriminante per determinare la differenza tra l’incidente in Giappone e quello di Chernobyl. Allora l’esplosione avvenne quando il reattore era alla massima potenza. In più, a Fukushima non c’è grafite, elemento che a Chernobyl fu determinante per il propagarsi della nube fino agli alti strati dell’atmosfera.

Si può escludere lo scenario peggiore?
Secondo il responsabile di sicurezza dei reattori dell’Enea «è da escludere lo scenario di un’esplosione simile a quella di Chernobyl». C’è un elemento chiave a segnare la differenza: nel 1986 l’esplosione avvenne «con il nocciolo a cielo aperto, perché mancava il contenimento». A Three Mile Island (Stati Uniti) l’incidente avvenuto nel 1979 rimase a un livello 4 proprio perché c’era la «gabbia» di contenimento che ha tenuto confinato il materiale. A Fukushima è accaduto qualcosa di diverso: il fatto che nelle immediate vicinanze dell’impianto siano stati rilevati livelli di radioattività così elevati, fa dedurre che il contenimento non è integro. A quei livelli di radiazioni (intorno all’unità 2) si può arrivare solo se è fuoriuscita acqua che arriva o dalla piscina, o dal reattore.

Che cos’è il plutonio e perché si usa?
Il materiale radioattivo in un reattore può avere tre possibili origini: 1) combustibile nucleare vero e proprio (uranio, plutonio); 2) prodotti di fissione (dopo che il combustibile è stato «bombardato», come lo iodio o cesio); 3) prodotti di attivazione. Ieri si è parlato di tracce di plutonio all’esterno di Fukushima. Spiega Stefano Monti: «Finora si erano rilevati valori di contaminazione elevati da prodotti di fissione e attivazione. Per la prima volta sarebbe invece fuoriuscito il combustibile stesso. Bisognerà però capire se questa notizia verrà confermata o meno, purtroppo in questi giorni la società che gestisce Fukushima non ha assicurato un buon livello di attendibilità delle informazioni».

Perché le barre usate restano una minaccia?
Un secondo elemento di emergenza nella centrale giapponese è legato al combustibile già usato. Bisogna infatti mantenere sotto controllo anche la temperatura delle barre di uranio e plutonio che già hanno compiuto il proprio ciclo all’interno del nocciolo del reattore (ma che non per questo hanno smesso di essere radioattive). Quelle barre di combustibile si trovano nelle piscine al quarto piano degli edifici che ospitano le centrali e ovviamente anche per questi elementi ci sarebbe bisogno di un sistema di raffreddamento integro. La soluzione ideale, dopo che è avvenuto l’incidente, sarebbe il trasferimento in un sito sicuro. Lo stesso si dovrebbe fare con l’acqua contaminata che ristagna nell’edificio della turbina.

Written by sistemielettorali

30 marzo 2011 a 07:36

Pubblicato su nucleare

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