Sistemi elettorali

Fukushima, commenti degli esperti

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Il livello di radioattività attorno alla centrale di Fukushima è “sensibilmente aumentato” per un raggio di 30 chilometri e in alcuni punti molto di più. A Tokyo invece non sono stati registrati livelli elevati: lo ha detto a una conferenza stampa a Vienna, Graham Andrews, assistente del direttore generale dell’Aiea, Yukiyo Amano, partito questo pomeriggio alla volta del Giappone. Secondo l’esperto, che è anche membro della direzione dell’Agenzia atomica internazionale, la situazione a Fukushima resta seria ma non è peggiorata: “Ma può naturalmente peggiorare”, ha detto precisando di non voler fare illazioni. Nei primi tre reattori la situazione è stabile: si continua a cercare di raffreddare la barre di combustibile con idranti e acqua marina lanciata da elicotteri. I sistemi di raffreddamento non funzionano in nessuno dei reattori. Sul reattore 4 ci sono poche informazioni e c’è “molta preoccupazione”. Nei reattori 5 e 6, pressochè intatti, la temperatura è invece calata. Andrews ha anche detto che Amano ha parlato con il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon senza precisare il contenuto del colloquio. Quella di oggi era la quarta conferenza dell’Aiea dopo il disastro in Giappone, e la prima senza Amano. Circa le critiche che l’Aiea abbia scarsa influenza sugli standard di sicurezza delle centrali, Andrews ha detto che “noi appoggiamo con aiuto e know-how” ma “i controlli della sicurezza toccano ai singoli paesi, qui non abbiamo un mandato”. “Sapevano che venivano costruiti i reattori (a Fukushima) e che si trattava di una zona sismica”, ha detto, precisando che finora nessuno è morto a seguito dell’incidente, ma che sul nucleare non si può mai ridurre a zero il rischio.

La portavoce del ministero degli esteri Jiang Yu ha specificato, sempre ieri, che Pechino spera che «il Giappone riporti al mondo i dettagli, in una maniera tempista e accurata». Quanto agli americani, Gregory Jaczko, capo della Nuclear Regulatory Commission, ha riferito che la situazione è critica e che, in quanto tale, le squadre che stanno operando presso la centrale potrebbero presto abbandonare il sito, dato l’elevatissimo livello di radiazioni. Traduzione: se Fukushima viene abbandonata, la catastrofe sarà inevitabile.
Secondo Jaczko, inoltre, sarebbe il reattore 1 a sprigionare il grosso delle radiazioni (definite letali e di intensità molto maggiore rispetto a quella descritta dagli esperti di Tokyo) e non il 3, come invece riferiscono i responsabili della Tokyo Electric Power Company (Tepco), che gestisce l’impianto di Fukushima e risulta il primo operatore nazionale nel comparto nucleare.
È proprio Tepco, più che il governo, a essere finita nell’occhio del ciclone. L’azienda ha fatto calare una cortina di silenzio su Fukushima, irritando russi, cinesi e americani, facendo imbestialire la popolazione e infuriare i cronisti locali. Nonché il primo ministro Naoto Kan, che avendo appreso la notizia del disastro di Fukushima dalle immagini televisive – la comunicazione da Tepco è giunta “soltanto” un’ora dopo – s’è rivolto così ai vertici dell’azienda, durante un incontro tenutosi martedì: «Che diavolo sta succedendo?».
Già, che diavolo sta succedendo? Perché – così ha detto l’esperto John Price – Tepco omette, cela, insabbia e perché non ha chiesto lumi e aiuto a General Electric, il colosso americano che ha progettato la centrale? Perché tiene all’oscuro i propri cittadini e i paesi stranieri su quanto sta accedendo? A incidere è in buona misura la storia, dice qualcuno.

Secondo gli esperti di energia nucleare dell’istituto Kurchatov di Mosca nella centrale giapponese di Fukushima non si dovrebbe verificare lo scenario peggiore, quello di una reazione a catena autoindotta sui noccioli di tutti i reattori. “Penso che che la fusione di tutti e cinque i noccioli sia il peggio che può accadere. Ma con tutta probabilità potrà essere evitato” ha detto in una conferenza stampa il vicedirettore Yaroslav Shtrombakh. “Finora riteniamo che non ci sia una reazione a catena autoindotta”. Gli esperti russi ritengono che sarà possibile contenere l’incidente all’interno dell’impianto.

La nube o meglio le nubi radioattive che si sollevano dall’impianto nucleare di Fukushima anche se fossero dirette verso il continente europeo, a causa del lungo tragitto – oltre 10mila chilometri in linea d’aria- non comporterebbe, una volta giunta in Italia, un rischio radioattivo. La radioattività nell’aria sarebbe, infatti, rilevabile solo dagli strumenti e comunque tale da non costituire un rischio per la popolazione e l’ambiente. Lo spiega l’ingegnere Paolo Zeppa, responsabile del settore coordinamento emergenze Ispra, che traccia un quadro di ciò che sta avvenendo a Fukushima dall’11 marzo.

LE ORIGINI DELLE ESPLOSIONI. “Le esplosioni registrate e viste a Fukushima – spiega l’ingegnere – sono causate dall’idrogeno accumulato dentro gli edifici in conseguenza delle operazioni di messa in sicurezza che si stanno svolgendo negli impianti per proteggere il contenitore primario del reattore nucleare, che è uno degli obiettivi principali”. I tecnici infatti “stanno lavorando in emergenza in una situazione straordinaria” perché dall’11 marzo manca l’energia elettrica e lo tsunami ha mandato in tilt i generatori diesel di emergenza. Così – prosegue l’ingegnere – stanno cercando di immettere acqua dentro il reattore, il calore forma vapore che fa aumentare la pressione all’interno, gli operatori aprono le valvole e fanno sfiatare la pressione, con un’operazione quindi controllata. Ma nel fare questo lavoro, dal contatto delle guaine del combustibile nucleare con l’acqua, si crea idrogeno, che si accumula nella zone alte e poi esplode a contatto con l’aria e scoperchia gli edifici, che hanno pannellature appositamente create per non fare resistenza, e favorire lo sfiato. “In condizioni normali, con energia elettrica, le modalità delle operazioni sarebbero diverse, ma in assenza di sistemi di sicurezza attivi si sta operando direttamente sul reattore”, sottolinea l’esperto dell’Ispra, che aggiunge: “Al di là delle esplosioni collaterali di idrogeno, con la depressurizzazione controllata, insieme al vapore d’acqua è inevitabile che venga rilasciata anche radioattività. Per questo le operazioni di rilascio controllato sono fatte, come prevedono i piani di emergenza, dopo aver evacuato la popolazione fino a 20 chilometri”. Così come è stato fatto in Giappone che ha anche esteso le precauzioni: restare al chiuso nel raggio tra 20 e 30 chilometri dalla centrale. E insieme a queste misure, come previsto, è stata attivata la distribuzione delle pillole per la iodioprofilassi. Quindi “l’aliquota di radioattività rilasciata nell’aria, inevitabile in questa fase, è di livello tale da far scattare il piano d’emergenza”. Fuori servizio la rete elettrica, anche i generatori di emergenza hanno fallito e sin dai primi minuti del sisma in quella centrale tutti e sei i reattori sono rimasti senza sistemi di raffreddamento. I tecnici lavorano così in una condizione straordinaria, molto gravosa, una lotta contro il tempo per salvaguardare il contenitore primario. Immettono acqua per raffreddare ed evitare la degradazione, la fusione del combustibile nucleare e tirano fuori vapore per abbassare la pressione per evitare la fessurazione del contenitore primario di calcestruzzo che racchiude il vessel d’acciaio, il nocciolo dove ci sono le barre di combustibile nucleare.

LIVELLI DI RADIAZIONI. Ora “i livelli di radiazione nell’area del sito di Fukushima sono abbastanza consistenti”. Quando il combustibile nucleare si degrada – spiega l’ingegnere – i primi radionuclidi a fuggire all’esterno sono i gas nobili, come xenon 133, il Kripton 85. Gas che però non si depositano né nel corpo né nell’ambiente e si disperdono. Poi, in successione sono rilasciati gli elementi più volatili tra cui lo iodio 131, quello che nella prima fase desta la maggiore attenzione, ma che decade molto velocemente. Poi arrivano il cesio 137 e 134 che nel tempo lascia più a lungo traccia nell’ambiente e lo stronzio 90. Nelle ceneri di Chernobyl ad esempio c’è ancora traccia di cesio ma non di iodio. L’ispra lavora all’interno di un circuito di scambio di informazioni con l’agenzia atomica di Vienna, la Aiea, ma al momento dal Giappone non arrivano informazioni dettagliate: “Scarseggiano le informazioni sia sulla situazione dell’impianto, che sulle operazioni di sicurezza, e anche sul monitoraggio radiologico dell’ambiente esterno alla centrale. Non sappiamo al momento di preciso cosa e quanto si è liberato nell’aria, possiamo ipotizzare la presenza nelle nubi di rilascio di gas nobili e iodio, forse anche cesio. Non si sa nemmeno la concentrazione esatta, si intuiscono livelli di concentrazioni non trascurabili nei dintorni della centrale”. Gli ultimi rilievi segnano a Fukishima, alle 15 del 16 marzo, 18,6 microSv all’ora, un livello “molto superiore al fondo ambientale”. A Tokyo alle ore 9.00 del 16 marzo si rilevano 0,089 microSv all’ora. Per fare un raffronto in Italia, a seconda della situazione geologica ambientale, si può passare da 0,05 a 0,20-0,30 microSv all’ora, dove ad esempio c’è alta concentrazione di radon.

NUBI RADIOATTIVE. In ogni caso, dove vanno le nubi radioattive di Fukushima? “Le nubi si spostano sul territorio in relazione alla direzione e all’intensità dei venti. Parte della contaminazione trasportata viene depositata durante gli spostamenti con progressiva diluizione della concentrazione di radioattività”, sottolinea l’ingegnere dell’Ispra. La dispersione dipende anche dall’altezza del rilascio, che a Fukushima dovrebbe aggirarsi intorno ai 100-200 metri, e soprattutto dal campo dei venti. “nel caso che, complici i venti, le nubi viaggino attraverso il Pacifico, un gran parte della radioattività si depositerà in zona disabitata. Nell’eventualità la nube fosse diretta verso il nostro continente, vi arriverebbe estremamente diluita. I sofisticati strumenti di rilevazione di cui disponiamo potrebbero un domani registrare la presenza di radioattività in aria, conseguente al rilascio da Fukushima, verosimilmente in misura tale da non comportare un rischio radioattivo per l’Europa e l’Italia.

Il piano per il ritorno al nucleare non deve essere abbandonato sotto l’influenza emotiva di quanto sta accadendo in Giappone. Ma occorre tenere in considerazione il parere di tecnici esperti circa le scelte da portare avanti. E la pianura padana non è adatta a ospitare centrali atomiche.
In questi giorni in cui gli occhi del mondo sono puntati sull’evoluzione dell’emergenza radioattiva a Fukushima e diversi governi europei si stanno orientando verso un ripensamento delle politiche energetiche, Bruno Coppi, considerato uno dei padri della fusione nucleare, ha le idee chiare. Coppi, mantovano d’origine ma americano d’adozione, è docente di fisica del plasma al Mit di Boston, coordinatore del Boston energy forum (gruppo che comprende scienziati ed esperti dello stesso Mit, di Harvard e della Boston University) e principal investigator del progetto Ignitor che lavora per rendere fruibile la fusione nucleare e coinvolge Stati Uniti, Italia e Russia.
Professore, è giusto che l’Italia vada avanti con il piano nucleare?
Sì. Penso che sia corretto non abbandonare il processo intrapreso. Ma è importante, per non dire fondamentale, che siano coinvolte persone altamente competenti, che vengano considerati attentamente i dati, le procedure, le scelte dei siti.
Si dice, in questi giorni, che l’Italia ripartendo da zero è avvantaggiata: punterà sulla tecnologia più avanzata. È così?
Oggi esistono sul mercato sostanzialmente due tipi di reattori: l’Epr, realizzato dalla francese Areva (previsto nella centrale di Flamanville, in Francia, si veda il Sole 24 Ore del 17 marzo), e l’Ap 1000 della Westinghouse. Sono entrambi impianti progettati per grandi potenze. Ma io non so per quale motivo si sia deciso di puntare sul modello “francese” piuttosto che su Westinghouse.
Significa che ha delle perplessità sul modello Epr?
No. Significa che non ho visto i dati e che forse poteva essere utile una maggiore discussione e un maggiore confronto tecnico. Quello che posso dire, però, è che molti miei colleghi del Mit di Boston e anche altri esperti non sono così convinti che economia e sicurezza si sposino perfettamente con reattori di grande potenza.
Meglio più piccoli, quindi, rispetto ai 1.650 mW previsti per l’Epr?
Il governo degli Stati Uniti si sta indirizzando con un piano di investimenti per realizzare una serie di centrali di dimensioni relativamente piccole.
L’Italia ha numerose zone sismiche. Qual è il posto ideale per costruire le nuove centrali?
Sicuramente vanno escluse le aree potenzialmente soggette a terremoti. Ma non solo. Sia io che il mio collaboratore Gilberto Faelli che ha una vasta esperienza in qualità di ex operatore della centrale di Caorso (Piacenza, ndr), abbiamo fatto presente a vari livelli che l’intera pianura padana non è adatta a ospitare centrali atomiche.
Per quali motivi? Prima ce n’erano ben due: Trino Vercellese e Caorso, appunto.
I parametri generali riferiti alle centrali di grande potenza sono cambiati nel corso degli anni. In pianura padana non c’è una portata di acqua sufficiente a garantire il dovuto funzionamento degli impianti. Inoltre le correnti d’aria non garantirebbero una dispersione ottimale di una eventuale fuoriuscita di polveri. Sono eventualità remote ed estreme, ma che si devono tenere in considerazione.
Lei è il responsabile del progetto per la fusione nucleare. Quanto siamo distanti dal mettere in pratica questa tecnologia per produrre energia?
Non è possibile dare una risposta seria che non sia solo suggestiva. In questi anni il progetto Ignitor è andato avanti, ma ho l’impressione che non abbia potuto contare su tutte le risorse economiche di cui avrebbe avuto bisogno per compiere gli esperimenti necessari. Se si puntasse decisamente in questa direzione potremmo anche scoprire (come è avvenuto in altri campi) che i tempi sono minori rispetto a quanto immaginiamo.
Qual è il ruolo dell’Italia sul fronte della fusione?
Stiamo lavorando in partnership sia con gli Stati Uniti, sia con la Russia. Io e i miei collaboratori siamo in stretto contatto con Evgeny Velikhov, presidente del Centro Kurchatov e responsabile della parte russa del progetto. L’Italia è in una buona posizione, ma, tutti insieme, dobbiamo riuscire a portare avanti gli esperimenti di base necessari per arrivare a produrre energia in maniera accettabile attraverso la fusione.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-18/atomo-reattori-piccoli-063649.shtml?uuid=AaN0gPHD

Written by sistemielettorali

18 marzo 2011 a 09:19

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