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Fukushima, commenti del 15 marzo

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La nube di vapore radioattivo che è fuoriuscita dalla centrale di Fukushima ha colpito gli abitanti delle aree circostanti alla sito. Attualmente 160 profughi sono stati ricoverati all’ospedale di Kumagaya, a 50 Km da Tokyo, per valutare i danni dovuti all’esposizione alle radiazioni. Per capire cosa significa essere contaminati dopo un disastro nucleare, Tgcom ha contattato la dottoressa Nadia Di Muzio, responsabile di radioterapia dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Cosa sta succedendo Fukushima e cosa comporta l’esposizione alle radiazioni?
La conoscenza scientifica dell’effetto delle radiazioni nei disastri di grande portata ci arrivano da esperienze tragiche come Cernobyl e, prima ancora, dai due bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. Innanzitutto occorre capire quanto si è stati vicino al reattore. Le misurazioni dell’intensità delle radiazioni e delle relative conseguenze sull’uomo, si basa sulla scala dei dosimetri, da noi utilizzata in campo medico. Il dosimetro è però tarato su dei livelli massimi ed è un conto il dosaggio per un trattamento radioterapico, mentre tutt’altro l’esposizione alle radiazioni di un disastro nucleare. Questo significa che oltre una certa soglia non si è in grado di associare le conseguenze sull’organismo al livello di radioattività.

Quali sono i pericoli per le persone?
Sull’organismo umano le conseguenze delle radiazioni sono correlate al livello di radioattività. Sull’immediato, al picco della contaminazione dopo il disastro, gli effetti possono arrivare fino alla morte. Ma i problemi si concentrano sul lungo periodo. Altissimo è il rischio dello sviluppo di leucemie e tumori alla tiroide, soprattutto a causa dell’assunzione di cibi contaminati, anche sui più giovani. Per i 10 anni successivi alla contaminazione invece alto è anche il rischio di tumore al polmone. Questo perché anche un’esposizione bassa, ma perpetuata nel tempo, amplifica da 3 a 6 volte il rischio di contrarre questo genere di malattie.

Cosa è consigliabile fare in caso di situazioni simili a quelle di Fukushima?
Immediatamente i superstiti devono essere allontanati e altrettanto tempestivo deve essere un monitoraggio delle falde acquifere in un raggio di almeno 30 Km dal luogo del disastro. Anche se a Cernobyl le conseguenze si verificarono fino a 100 Km dalla centrale.

C’è qualche rischio per la popolazione italiana?
L’unica attenzione che devono avere gli italiani è legata ai prodotti d’importazione, soprattutto se di origine alimentare. Per quanto riguarda invece il rischio di piogge radioattive o comunque di fenomeni legati a eenti metereologici, vista la distanza tra noi e il Giappone, non credo ci si debba preoccupare.

Le scosse di assestamento potrebbero durare anche mesi: lo ha detto Rainer Kind, un sismologo del centro per le ricerche geologiche di Potsdam, il quale non ha escluso eventuali altri sismi di magnitudo simile a quella della settimana scorsa. “Le scosse potrebbero durare anche mesi”, ha detto Kind all’ANSA, definendo “insolita” l’attuale elevata frequenza di questi fenomeni sismici. Queste scosse, ha aggiunto, “potrebbero diminuire di intensità, ma anche eventualmente aumentare – ha aggiunto -. Non è possibile fare previsioni”. Ma Kind non ha escluso nemmeno la possibilità di un’altra grande scossa: “Neanche un terremoto con la stessa magnitudo di quella della settimana scorsa è da escludere”, ha concluso.

“La grande gabbia che circonda il nucleo dei reattori della centrale nucleare di Fukushima non è sufficiente a resistere ai terremoti o agli tsunami”: lo dichiara alla Bbc, Masashi Goto, un ingegnere nipponico che ha partecipato alla progettazione della struttura aggiungendo che Toshiba, la società che ha realizzato l’impianto, ne era al corrente.”La mia grande paura – aggiunge Goto – è che le esplosioni ai reattori numero 3 e numero 1 possano aver danneggiato l’acciaio della gabbia che è progettata per impedire fughe di radioattività nell’atmosfera”.

Sull’origine e sull’evoluzione degli incidenti nelle centrali nucleari prossime all’epicentro del terremoto dell’11 marzo scorso in Giappone ancora non si hanno spiegazioni tecniche precise: come ci hanno insegnato precedenti situazioni analoghe, queste sono disponibili solo dopo un certo periodo di tempo. Possiamo, però, cercare di capire meglio su che tipo di centrali si è abbattuto il cataclisma, come possono reagire impianti di quella generazione e come potrebbero reagire impianti più moderni. Ne abbiamo parlato con Carlo Lombardi, Docente di Impianti nucleari al Politecnico di Milano e dal 2008 Senior Advisor della Fondazione EnergyLab.

«Per quanto noto – dice Lombardi – il terremoto ha determinato lo spegnimento di tutti i reattori, come previsto dalle norme di sicurezza e l’avvio delle procedure di raffreddamento del nocciolo per asportare il cosiddetto calore di decadimento, che grosso modo nella prima ora dallo spegnimento vale il 2% della potenza nominale. Il terremoto ha certamente provocato nei casi più critici la perdita di energia elettrica interna ed esterna, per cui si sono avviati i generatori di emergenza alimentati con grossi motori diesel; si è comunicato che dopo un’ora di funzionamento i diesel di tre centrali di Fukushima sono stati messi fuori servizio dall’onda terribile dello tsumani. A questo punto le centrali hanno dovuto fronteggiare la rimozione del calore di decadimento in assenza di energia per alimentare le pompe: per valutare quello che è accaduto e sta accadendo, bisogna comunque attendere di conoscere con precisione gli eventi».

Ciò nonostante, si sono subito levate numerose voci contro il programmato piano nucleare del Governo italiano, dimenticando, secondo Lombardi, alcuni aspetti essenziali: «Anzitutto che la risposta a un terremoto simile ha dimostrato la validità del criterio di progetto che sempre impone in ogni situazione lo spegnimento delle centrali, come difatti è avvenuto, e non è una cosa da poco considerata l’eccezionalità dell’evento. Poi, che tali eventi e il susseguente maremoto sono impossibili nel nostro Paese, come dimostra la lunga storia che abbiamo a disposizione. Inoltre, nel nostro Paese è stato sempre applicato il vincolo di escludere dai siti possibili quelli giudicati sismici (che peraltro avrebbero valori di accelerazione prevista ben inferiori a quelli del Giappone). Infine, il fatto che le centrali che si prevedono in Italia hanno livelli di sicurezza ben superiori a quelli di Fukushima, costruite alcuni decenni fa, di concezione precedente a quella di Caorso».
Consideriamo quest’ultimo aspetto un po’ più in dettaglio. Le centrali in questione sono di tipo Bwr (Boiling Water Reactor), dove il raffreddamento del nocciolo è realizzato con acqua bollente, il cui vapore, debitamente separato, evolve direttamente in turbina per produrre energia meccanica, subito trasformata in energia elettrica mediante l’annesso alternatore. Quelle previste in Italia sono di tipo Pwr (Pressurized Water Reactor), dove il nocciolo è raffreddato da acqua in pressione, che scambia il calore assorbito all’esterno del reattore con dell’altra acqua fisicamente separata, che bolle e il vapore prodotto, come nel caso precedente, evolve in turbina e produce energia elettrica nel relativo alternatore.

«È difficile e anche non corretto dare un giudizio di maggiore o minore sicurezza dell’una o dell’altra soluzione, perché si può ben capire quali complessi percorsi di progettazione sono stati fatti nei due casi, volti proprio ad affrontare con scrupolo i peculiari aspetti della sicurezza, dovuti la diversità del processo impiantistico. Qui ci si limita a dire che non si può certamente estrapolare quanto sta avvenendo in Giappone ai Pwr italiani per la diversità del processo impiantistico. Il punto essenziale è, però, che questi reattori, seppur diversi da quelli nostri, sono anche assai diversi dai Bwr attuali, che hanno implementato miglioramenti essenziali per quanto riguarda la sicurezza».

Veniamo alle esplosioni che sono avvenute, motivate dalla reazione esplosiva tra idrogeno e ossigeno, cioè aria, all’interno del contenitore secondario. La preoccupazione di questo evento è molto cresciuta in seguito all’incidente di Three Mile Island (Tmi) del 1979 in Pennsylvania (Usa), anche se in quel caso l’evento venne temuto ma non realizzato. «L’idrogeno si forma dalla reazione acqua-zirconio, nel caso che quest’ultimo superi la temperatura di circa 1000° C. Si ricorda che le guaine che proteggono il combustibile sono di lega di zirconio e che queste sono lambite da acqua per il loro raffreddamento. Alle temperature di funzionamento, intorno ai 300° C, la reazione non avviene, ma se in caso di mancato raffreddamento la temperatura delle barrette sale e arriva ai valori su indicati, inizia la produzione di idrogeno. Questo può avvenire anche a reattore spento, perché il calore di decadimento per quanto piccolo richiede un sicuro raffreddamento della barretta, anche se di portata limitata rispetto a quella richiesta nel funzionamento nominale».
Dall’incidente di Tmi in avanti si è così progettato l’impianto per evitare tale possibilità. In pratica, si sono adottate due misure: la prima di inserire nel contenitore, che racchiude il reattore e i sistemi collegati, potenti ricombinatori di idrogeno-ossigeno, mediante l’uso di appositi catalizzatori; la seconda, ancora più drastica, di sostituire l’aria del contenitore con azoto, che per sua natura non reagisce con l’idrogeno: questo si può fare perché in funzionamento il contenitore è inaccessibile dal personale.
I miglioramenti di sicurezza non si limitano a questo, ma riguardano molti altri aspetti come impermeabilità del contenitore, il suo sicuro raffreddamento, l’alimentazione delle pompe, l’utilizzo di sistemi passivi di raffreddamento che entrano in funzione in presenza dell’evento incidentale, senza richiedere energia esterna. «Forse, l’aspetto concettuale più rilevante e più innovativo riguarda la possibilità di fronteggiare i cosiddetti incidenti “severi”, cioè quelli che si avrebbero se nessun sistema di protezione funzionasse. Questi difatti comporterebbero la fusione del combustibile, che deve essere raffreddato in qualche modo; anche in questo caso due sono le soluzioni adottate: l’uso di un grande crogiolo posto sotto il reattore, dove il combustibile fuso può disporsi con una geometria che consente il suo raffreddamento; oppure una modifica del sistema che comporti che il combustibile fuso rimanga sempre all’interno del recipiente del reattore, dove viene solidificato, perché il recipiente viene raffreddato da acqua in ebollizione che riempie una cavità che lo circonda».

Come parziale conclusione, il professor Lombardi lascia intendere che molto probabilmente gli insegnamenti che verranno da questi incidenti nei reattori giapponesi sono già stati recepiti nella progettazione dei nuovi reattori e certamente di quelli previsti dal programma italiano.
http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2011/3/15/NUCLEARE-L-esperto-le-nuove-centrali-sono-gia-piu-sicure-di-Fukushima/3/158600/

In attesa di capire come si risolverà la situazione a Fukushima, Wired.it ha contattato un esperto dell’Istituto Superiore di Sanità, Francesco Bochicchio, per valutare i rischi che simili fughe radioattive potrebbero comportare per la salute dei cittadini: “ La gestione dell’emergenza da parte dei colleghi giapponesi sembra per il momento molto buona. Perciò come cittadino del mondo mi sento abbastanza tranquillo”, esordisce Bochicchio: “ Attualmente bisogna evitare che la gestione sfugga dal controllo. Il rischio è che la produzione di calore aumenti fino al punto di fondere il nocciolo, come successe a Chernobyl. Ciò non è ancora del tutto escludibile, ma anche nel caso in cui si verificasse una fusione parziale delle barre di combustibile la cosa più importante, in termini di inquinamento radioattivo, è che l’involucro che contiene il nocciolo sia integro. ”
Chernobyl, insomma, per ora è uno spauracchio lontano e l’Italia, secondo Bochicchio, sarebbe fuori pericolo. Nella prefettura di Fukushima, tuttavia, vengono registrati livelli di radioattività preoccupanti. Nella giornata di sabato, tre pazienti di un ospedale vicino all’impianto di Fukushima sono risultati positivi ai controlli di contaminazione radioattiva, e altri 87 potrebbero essere a rischio. Nel frattempo, i livelli di radioattività rilevati nelle ultime ore sono tutt’altro che tranquillizzanti. Questa mattina, nelle zone a nord-ovest rispetto all’impianto, si è registrato un aumento nei livelli pari a 680 microSieverts per ora (il che significa 4 mesi di normale esposizione concentrati in 60 minuti).
“ I radionuclidi rilasciati in queste fasi sono quelli gassosi e buona parte di questi ha una vita media abbastanza breve”, spiega Bochicchio: “ per esempio lo Iodio-131. Lo iodio si accumula nella tiroide secondo una quantità fissata. Per prevenire l’accumulo dello iodio radioattivo a livello della tiroide, solitamente si fornisce alla popolazione barrette di iodio non radioattivo, che se assunte nella dovuta quantità impediscono che la tiroide incorpori il contaminante radioattivo.”
Ma attenzione,sebbene le autorità abbiano annunciato di aver pianificato la distribuzione di pillole di ioduro di potassio, questo provvedimento è efficace solo se le pillole vengono assunte prima della contaminazione.
Nelle ultime ore, poi, si è diffuso il timore che i contaminanti gassosi prodotti a Fukushima potessero essere trasportati in altre zone del Giappone per opera del vento. Per fortuna, il vento che in queste ore soffia da Fukushima verso Tokyo è debole, ed è quindi poco probabile che i contaminanti avranno una qualche ricaduta sulla capitale. Ma nel caso in cui la situazione dei tre reattori dovesse precipitare, i rischi sarebbero di tutt’altro calibro.
Se dovesse verificarsi un altro evento esplosivo che interessa il nucleo, e pezzi fusi di barre di combustibile venissero sparati a grande altezza (come accadde a Chernobyl), si potrebbe verificare un rilascio di Cesio radioattivo che potrebbe arrivare anche a parecchi chilometri di distanza, a seconda della situazione di venti e precipitazioni.
“ Il problema del Cesio è che ha un tempo di dimezzamento pari a 30 anni, e quindi non bastano poche settimane per vederne scomparire gli effetti, come nel caso dello Iodio, ma tantissimi anni. Inoltre, il Cesio può contaminare potenzialmente qualsiasi cellula, può dar luogo all’irradiamento del midollo e dare rischio di leucemia ”, afferma Bochicchio, ma avverte: “ Di Cesio in genere ce n’è poco, e non è così volatile, quindi per mandarlo in giro ci vuole più di un semplice sbuffo.”
Ma cosa possono fare le persone interessate dalla contaminazione per prevenirne i tragici epiloghi? “ Innanzitutto, cercare il più possibile di non esporsi a questi rilasci. Evitare di bere acqua che potrebbe essere stata esposta ai radionuclidi, ma soprattutto”, conclude Bochicchio: “ Cercare di non uscire all’aria aperta, soprattutto in caso di pioggia”.

Sono lo iodio e il cesio i veleni invisibili, fuoriusciti dalla centrale nucleare di Fukushima dopo il terremoto di venerdì scorso, che terrorizzano la popolazione del Giappone. E anche se oggi, da Fukushima e da Tokyo arrivano notizie abbastanza rassicuranti sui livelli di radiazioni nell’aria, le autorità hanno disposto l’evacuazione agli abitanti nel raggio di 20 chilometri dalla centrale, ordinando a quelli che abitano in un raggio di 30 chilometri di restare chiusi in casa. Nei centri di accoglienza istituiti nella zona circostante alla centrale, la popolazione è sottoposta a costante monitoraggio medico. I giapponesi in generale hanno reagito in modo disciplinato, ma ci sono stati alcuni episodi di panico: su internet è scattata la caccia alle pillole di iodio, considerate un antidoto alle radiazioni, con prezzi alle stelle, fino a 500 dollari a pacchetto. Alcuni siti internet hanno anche diffuso l’informazione secondo cui alcune marche di colluttorio conterrebbero iodio, e la televisione Tbs ha più volte fatto appello alla popolazione a non bere questi antisettici, dato che possono avere effetti tossici e non aiutano in alcun modo contro le radiazioni. Il principale rischio è quello di sviluppare un cancro “con una probabilità proporzionale alle dosi ricevute”, spiega Patrick Gourmelon, direttore della radioprotezione dell’uomo all’Istituto francese di radioprotezione e sicurezza nucleare (Irsn). Per il momento gli esperti sconsigliano l’assunzione di pillole di iodio, capaci di saturare la tiroide per evitare che il minerale radiottivo si fissi nella ghiandola. “Attualmente non ci sono misure particolari da prendere”, sottolinea Agnès Buzyn, ematologa dell’Irsn. La zona di sicurezza di 20-30 chilometri dalle centrali nucleari, stabilita dalle autorità giapponesi, “è sufficiente”, dice Buzyn. “Per le persone che hanno ricevuto dosi leggere di radiazioni, il rischio di sviluppare un cancro (leucemie, polmoni, colon, esofago, seno…) aumenta, come dimostrato da Hiroshima”, aggiunge Gourmelon. “Si parla di dosi leggere, al di sotto di 100 millisievert”, spiega l’esperto. L’esposizione massima alle radiazioni artificiali ammesse per la popolazione è di un millisieverts (mSv) all’anno. Secondo la Commissione internazionale della protezione radiologica, oltre i 100 mSv il rischio di sviluppare un cancro aumenta del 5,5% per ogni millisievert addizionale. Intanto, il livello di radioattività nella centrale giapponese di Fukushima, si è abbassato. Il picco di radiazione aveva raggiunto i 1.193 millisievert: il livello è ora sceso a 596,4 mSv, mentre i reattori due e tre sono scesi al livello di 400 mSv: “Esiste la possibilità che dal reattore quattro non sia fuoriuscita troppa radioattività. Stiamo facendo tutte le analisi necessarie”, ha spiegato il portavoce del governo, Yukio Edano. Nel frattempo, anche nella capitale, i livelli di radiazione sono tornati prossimi alla normalità, dopo il lieve innalzamento registrato questa mattina dovuto all’incidente nella centrale di Fukushima. Il livello è di 0,075 microsievert/ora, dopo un picco di 0,809 microSv/h che tuttavia non presentava alcun rischio per la salute; il livello considerato normale è di 0,035 microSv/h (contro i 20 microSv di una normale radiografia).(Afp)

Un esperto nucleare israeliano accusa il governo giapponese di minimizzare il pericolo catastrofe nella regione dell’impianto Fukushima Daiichi. «Se c’è ricaduta radioattiva di ossido di plutonio, una sostanza molto tossica utilizzata nel reattore esploso, nessuno sarà in grado di rimettere piede nel sito per migliaia di anni», dice Uzi Even, scienziato nucleare che ha lavorato nel reattore di Dimona, nel deserto meridionale del Negev. «I giapponesi non dicono la verità perchè si vergognano», aggiunge Even intervistato dal quotidiano ‘Màariv’. Lo scienziato israeliano, ex deputato del partito Meretz, dice inoltre di nutrire dubbi sul fatto che sia rimasto intatto il nucleo di uno dei reattori esploso due volte, come riferito dai giapponesi.

Written by sistemielettorali

16 marzo 2011 a 07:54

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