Sistemi elettorali

Incidente nucleare Fukushima – altri commenti

leave a comment »


“La grande gabbia che circonda il nucleo dei reattori della centrale nucleare di Fukushima non è sufficiente a resistere ai terremoti o agli tsunami”: lo dichiara alla Bbc, Masashi Goto, un ingegnere nipponico che ha partecipato alla progettazione della struttura aggiungendo che Toshiba, la società che ha realizzato l’impianto, ne era al corrente.
“La mia grande paura – aggiunge Goto – è che le esplosioni ai reattori numero 3 e numero 1 possano aver danneggiato l’acciaio della gabbia che è progettata per impedire fughe di radioattività nell’atmosfera”. “Poichè i reattori utilizzano carburante mox – prosegue l’ingegnere – il punto di fusione è più basso di quello del carburante convenzionale. Pertanto nel caso in cui si producano una fusione e una esplosione il plutonio potrebbe disperdersi in un’area due volte più grande di quella stimata per una esplosione in una centrale a carburante convenzionale. “Le prossime 24 ore sono cruciali”, ha concluso.

L’ingegnere nucleare Alex Sorokin: «Se il raffreddamento non riesce la fuoriuscita di materiale radioattivo sarà elevatissima». Tecnici costretti ad usare acqua di mare. «E’ molto grave»
«L’edificio esterno della centrale di Fukushima è scoppiato a causa di una esplosione di idrogeno, non di una nucleare. Ma, guardando attentamente le immagini, credo proprio che i tecnici non abbiano più sotto controllo l’impianto». Alex Sorokin, ex ingegnere nucleare dalla lunga esperienza, risponde alle domande di Terra rievocando le dolorosissime immagini della tragedia di Chernobyl. «L’unica differenza è che lì scoppiò un incendio che aumentò ulteriormente il calore. Questa dell’impianto giapponese è una via di mezzo, ma i danni sono comunque elevati».

Cosa è successo a Fukushima?
È plausibile la ricostruzione secondo la quale l’esplosione è avvenuta nella struttura di contenimento del reattore, causata da una reazione chimica tra l’idrogeno e l’ossigeno. L’involucro dell’edificio del reattore è esploso: le tamponature non ci sono più, né ci sono più gli interruttori, i cavi, i connettori, gli spinotti, le infrastrutture interne. Il reattore è in contatto diretto con l’atmosfera, e secondo me una parte delle barre di uranio si è fusa. Ciò mi fa pensare che i tecnici non abbiano più il controllo dell’impianto.

Anche il reattore è in pericolo?
Si tratta di una struttura estremamente robusta, e non credo sia danneggiata. Ma dentro quel nocciolo c’è un sistema di materiale molto caldo. E, in questo caso, quando si dice che la reazione nucleare è stata fermata si fa riferimento alla fusione dell’uranio, che può fermarsi immediatamente. Ma il problema è che ci sono anche le scorie che, invece, continuano la loro reazione di decadimento, che non può essere bloccata, e che producono un gran quantitativo di calore (l’equivalente di circa due autocisterne di benzina ogni ora). Calore che, se non viene portato via, fonde. Bisogna assolutamente provvedere e raffreddare la centrale.

I tecnici giapponesi come stanno agendo?
Normalmente si usa l’acqua dolce: nel caso dell’impianto giapponese i tecnici non ne hanno più a disposizione perché c’è una fortissima emergenza. Quindi stanno usando quella di mare che, dopo l’utilizzo, sarà ovviamente radioattiva. E, una volta all’esterno, contaminerà le falde. In più quello di Fukushima è un vecchio impianto del 1971, con piscine piene di vecchie barre di combustibile esausto accumulatesi negli anni, ed anche queste vanno raffreddate.

Se l’operazione riesce cosa può avvenire?
La situazione si può stabilizzare, ma non è certo reversibile. Si potrà limitare la fuoriuscita di materiale radioattivo, che però è già grave, e continuerà fino alla costruzione di un apposito involucro come avvenuto a Chernobyl.

E se non ce la faranno?
La quantità di materiale radioattivo rilasciata sarà molto più elevata. E Tokyo, con oltre 12 milioni di abitanti, è appena a 170 km di distanza.

Agenzia atomica internazionale: non ci sarà una nuova Cernobyl. La situazione alla centrale giapponese di Fukushima, colpita dal terremoto e dallo tsunami in Giappone, non degenererà in una «seconda Cernobyl»: lo ha dichiarato stasera ai giornalisti a Vienna il direttore generale dell’Aiea, il giapponese Yukiya Amano. In una conferenza stampa a Vienna, sede dell’Agenzia atomica internazionale, Amano ha detto che la «situazione cambia di giorno in giorno» e di non voler «fare congetture». Tuttavia, ha aggiunto, è «molto improbabile» che la crisi alla centrale di Fukushima, degeneri in una «seconda Cernobyl». Ci sono differenze sostanziali rispetto alla sciagura del 26 aprile 1986: a Cernoybil, infatti, a differenza di Fukushima, non c’era un involucro protettivo, ha detto Amano. Misurazioni della radiottività attorno alla centrale il 12 marzo scorso hanno riscontrato che nel frattempo la radioattività nell’aria è diminuita. Il direttore generale dell’Aiea ha inoltre sottolineato che non vi sono state reazioni a catena nei reattori: «Non è stato un incidente provocato da errore umano, sono stati enormi, inimmaginabili elementi naturali,«dovremo imparare dalle esperienze e valutare gli effetti». L’intera isola di Honshu si è sollevata, in conseguenza del terremoto, di 2,5 metri, le infrastrutture sono fortemente danneggiate.

“Non c’è alcun rischio Chernobyl”, ha detto il ministro per la Strategia, Koichiro Genba. Lo stesso pensa il direttore dell’Istituto di fisica del plasma di Milano, Maurizio Lontano, per il quale è sbagliato paragonare Fukushima agli incidenti di Three Miles Island (Pennsylvania, 1979) e di Chernobyl (Ucraina, 1986). “A Three Miles Island le protezioni non mostrarono segni di cedimento. Nell’impianto ucraino, al contrario, non c’era alcun contenitore per  il nocciolo – dice al Foglio l’esperto – La tecnologia delle centrali giapponesi è estremamente avanzata, non si può di certo paragonare a quella di Chernobyl”. L’altra grande differenza è nei soccorsi. Nell’aria di Fukushima non ci sono gas radioattivi pesanti, ma azoto contaminato; le esplosioni avvenute ieri al reattore numero tre fanno parte delle procedure seguite per evitare il peggio, ovvero la fusione del nocciolo. “Se esiste un metodo per fronteggiare un’emergenza simile, è quello che vediamo oggi in Giappone”, dice l’esperto.
Per il fisico Franco Prodi, il pericolo più imminente è legato al materiale radioattivo che già si trova nell’aria e che può essere trasportato dalle nubi. “Secondo i resoconti dei giornali, questo materiale non ha raggiunto i 1.500 metri di altezza – spiega Prodi – Al momento, non può arrivare molto lontano”.

Il rischio piu’ concreto della fusione del nocciolo nella centrale di Fukushima e’ “la fuoriuscita di materiale altamente radioattivo che potrebbe contaminare l’area circostante, mentre al momento mi sembra improbabile che si formi una nube tossica: la parte superiore della centrale, malgrado le esplosioni, sembra che abbia tenuto”. Il fisico Valerio Rossi Albertini, esperto di nucleare del Cnr, traccia gli scenari possibili dell’emergenza atomica in Giappone seguita al cataclisma: la prospettiva piu’ rosea e’ che “i giapponesi, tramite le iniezioni di acqua di mare o qualche altro escamotage, riescano a ricoprire del tutto le barre di zirconio contenenti il materiale combustibile, ossia l’uranio radioattivo. In questo modo i cilindri, che di solito sono piantati a corona sul fondo di quella che potremmo definire una grande piscina, tornerebbero ad essere completamente sommersi dal liquido, e si abbasserebbe la temperatura cosi’ da scongiurare la fusione. Se la parte alta di queste barre rimanesse invece per piu’ tempo scoperta, arriverebbe a temperature superiori ai mille gradi, perche’ l’uranio al loro interno continuerebbe a produrre calore attraverso gli atomi delle sostanze radioattive che urtano contro altri atomi.
Finche’ si potrebbe arrivare a una parziale fusione. In questo caso si avrebbe una contaminazione circoscritta, e sarebbe un’emergenza di livello 4. Se invece la fusione progredisse, potrebbe fondersi tutto, e formare un magma radioattivo all’interno del sarcofago. Se la struttura tiene, a quel punto non resta che sigillarla e tenere tutto dentro. Se ci sono strutture lesionate potrebbe esserci una fuoriuscita di materiale radioattivo, e contaminare l’area”. L’ipotesi piu’ inquietante, soprattutto per gli europei, e’ la formazione di una nube radioattiva. “Da quello che vedo mi sembra improbabile”, afferma Albertini, “perche’ malgrado le esplosioni il ‘tetto’ della centrale sembra aver retto, va tenuto conto che la struttura e’ dotata di piu’ rivestimenti concentrici. Quindi anche se si formasse vapore radioattivo difficilmente potrebbe alzarsi nell’atmosfera, a differenza di Chernobyl quando la fusione avvenne praticamente a cielo aperto, permettendo alla nube che ne e’ derivata di alzarsi nel cielo ed entrare nel circolo dei venti”.

Nel manipolare l’energia che scaturisce dall’atomo non esistono assoluti, il rischio d’incidente, per remoto che sia, esiste sempre. Ma le centrali canadesi, dice Pekka Sinervo, “sono più facili da spegnere”.
Il particolare a prima vista non proprio significativo per i più ma che, spiega il professore di Fisica dell’Università di Toronto, può invece rivelarsi decisivo. Perché il problema non è tanto fermare i reattori – che ad esempio in Giappone si sono bloccati in automatico – quanto riuscire a raffreddarli senza far fondere il nucleo o farlo esplodere, con tutti i rischi di una ricaduta radioattiva che ciò comporta.
Quello che è accaduto in Giappone potrebbe succedere anche in Canada?
«Ogni reattore è diverso, quelli che si trovano in Canada sono reattori CANDU (CANada Deuterium Uranium, ndr) e presentano alcune differenze rispetto ai reattori ad acqua bollente pressurizzata usata dai giapponesi. Una delle maggiori è che l’uranio di quelle nipponiche è arricchito, in modo da ottenere più energia da ogni barra di carburante».
Questo lo rende più pericoloso?
«Quello che accade quando si spegne il reattore è che la radioattività che vi si è accumulata continua a emanare calore e quindi, per assicurarsi che il reattore non si danneggi, non basta spegnerlo, ti devi assicurare di continuare a raffreddarlo».
Questo è ciò che sta accadendo a Fukushima?
«Per quel che riguarda il reattore giapponese, visto che produce più calore, si dovrà continuare a raffreddarlo ancora a lungo prima che l’alta temperatura residua si riduca. Il calore residuo emanato da una centrale CANDU è di molto inferiore».
In altre parole, il reattore canadese produce meno calore, è così più facile da raffreddare e quindi un’eventuale crisi è più facile da gestire?
«Sì, è così».
Ma nonostante questo, una crisi potrebbe essere pericolosa anche in Canada? Esiste una forma di energia nucleare sicura al 100% o il rischio è sempre presente?
«A questa domanda si possono dare molte risposte. Se ti chiedi se fino a questo momento la tecnologia nucleare sia sicura e controlli quante persone fino a questo momento sono morte o hanno subito danni alla salute a causa di un incidente di un reattore, i numeri sono piuttosto bassi rispetto a quelli che si sono verificati nelle miniere o negli stabilimenti per l’estrazione e la lavorazione del gas metano. Un altro modo per rispondere è che, quando succede un incidente come quello di Fukushima si può avere un impatto molto significativo. Nel caso Chernobyl, una quantità significativa di radiazioni nelle regioni intorno al reattore. Per rispondere alla domanda, nella vita nulla è completamente sicuro, quando si parla di nucleare ci sono sempre dei rischi che devono essere presi in considerazione».
Esistono modi per produrre energia più sicuri, oppure il nucleare, nonostante i rischi associati, è troppo conveniente per farne a meno?
«La mia opinione personale è che l’energia nucleare è piuttosto pulita, se si escludono incidenti, rispetto ad altre risorse. Dal punto di vista dell’ambiente presenta quindi alcuni vantaggi. Ma ha anche svantaggi significativi, come la possibilità di incidenti di rilievo e la necessità di dover gestire le scorie che ogni impianto genera».
In base agli elementi in suo possesso, quanto è grave la situazione in Giappone?
«È molto difficile dirlo. Al momento sono tre i reattori che hanno problemi di raffreddamento, e pare che in un caso sia stato impossibile usare l’acqua per il raffreddamento e si sia potuto solo pompare acqua marina nel reattore insieme ad acido borico. Al momento pare che ci sia stato un parziale scioglimento o una rottura del carburante del reattore. Il vero rischio è che non siano in grado di continuare a pompare acqua marina nel reattore e che il nucleo del reattore si sciolga».
Quali sarebbero le conseguenze?
«Il fatto che si verifichi uno scioglimento non vuol dire che il contenitore del reattore (ovvero il recipiente pressurizzato dove si trova il nucleo, ndr) sia compromesso. Ma se questo accadesse, del materiale radioattivo ne fuoriuscirebbe e rilascerebbe della radioattività nell’ambiente. Non sarebbe per forza una Chernobyl, perché in quel caso alla fuga radioattiva si era accompagnato un incendio che durò quasi un’intera settimana. Ma in questo caso ci sarebbe senz’altro un’emissione significativa di radiazioni, la cui gravità dipenderebbe dalla natura delle emissioni. Ma in ogni caso sarebbe una cosa tremenda».
Le emissioni potrebbero interessare anche altri Paesi?
«Finora le emissioni, sotto forma di vapore rilasciato nell’ambiente, sono state modeste. Ma se il materiale radioattivo fuoriuscisse, ad esempio con un’esplosione, e il vento smettesse di soffiare verso terra e spingesse le radiazioni al largo, ciò potrebbe avere conseguenze per i Paesi del Pacifico e anche al di là dell’Oceano».

Tutto per colpa dell’interruzione dell’elettricità. La mancanza di corrente ha impedito infatti il funzionamento delle pompe d’acqua che dovevano eliminare l’1% di potenza rimasto nell’uranio dopo l’arresto della fissione.
Per eliminare l’eccesso di pressione generata dal calore, i tecnici nipponici hanno dovuto far sfiatare il reattore: una procedura di salvaguardia comune a tutti gli impianti. Ma tra i gas prodotti dal surriscaldamento c’era anche dell’idrogeno: a contatto con l’ossigeno esterno, ha causato l’esplosione della gabbia esterna.
Proprio questo effetto collaterale dovrebbe essere impedito nelle centrali di terza generazione, come quelle che saranno costruite in Italia. Marco Ricotti, professore di fisica nucleare al Politecnico di Milano e membro dell’Agenzia di sicurezza nucleare italiana, ha spiegato come a Lettera43.it. «Il reattore dei nuovi impianti viene inertizzato con elio e altri gas: così, la produzione di idrogeno è resa innocua».
Ma le nuove centrali hanno anche un doppio contenitore di sicurezza. «Il primo, costruito in cemento armato e spesso quasi due metri, ripara il nucleo dagli eventi esterni, per esempio la caduta di un aereo o un uragano», ha spiegato Ricotti. «Il secondo, invece, è quello più vicino al nocciolo e protegge da eventi interni: per esempio un’esplosione a causa del surriscaldamento incontrollato del combustibile».
Lo stesso surriscaldamento dell’uranio, in teoria, dovrebbe essere più facilmente prevenibile. «Il rischio di trovarsi senza energia elettrica per il raffreddamento è minimo, perché le nuove centrali hanno quattro batterie di generatori elettrici diesel, e non solo una. Contenute in un bunker».
Infine, l’intero sistema viene costruito a prova di terremoti devastanti, tsunami e tifoni. «Misure che aumentano enormemente la sicurezza delle centrali», ha concluso l’esperto. «D’altra parte, in Giappone, nonostante il reattore avesse 40 anni, il sistema di protezione ha funzionato benissimo». Ma l’Apocalisse non era stata contemplata.

Written by sistemielettorali

15 marzo 2011 a 08:08

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: