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Tessere e trame – (G. Mura)

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Copio in questo post un articolo del 29 agosto di Repubblica a firma Gianni Mura.
In questo scritto, Mura pone seri dubi sull’efficacia dell’ormai famosa Tessera del Tifoso e mi sembra con interrogativi interessanti.
Sicuramente, la mia intenzione è di proporre anche in futuro spunti su questa tessera, nonchè esperienze personali.

TESSERE E TRAME NESSUNA EDUCAZIONE

Repubblica — 29 agosto 2010   pagina 51   sezione: SPORT
Tessere o non tessere, questo è il problema: “se sia più nobile d’ animo sopportare gli oltraggi, i sassi ei dardi dell’ iniqua fortunao prender l’ arme contro un mare di triboli e combattendo disperderli”. Essere a mezza via tra Amleto e Maroni, tra Shakespeare e Manganelli. Essere tessere. Oppure no. Tessere trame. Essere tarme. Leggere sulla Gazzetta, senza fretta, un’ intervista a Beretta, presidente di Lega. Dice degli arbitri: «Hanno compreso gli sforzi comuni di miglioramento del rapporto tra il fornitore e chi usufruisce del servizio che è alla base di tutti i manuali di alta qualità. E l’ alta qualità del servizio arbitrale contribuisce ad arricchire quella del prodotto che vendiamo in tutto il mondo». Ora, io non so che bisogno ci sia di parlare in questo (4) modo. So che, avessi mai un collaboratore che parla così, lo licenzierei in tronco. Troppo severo? Allora beccatevi anche questa: «Siamo il miglior campionato del mondo perché il più incerto. Venti squadre e mai nessun risultato scontato. In Spagna, Inghilterra, Germania, Francia non hanno questo ingrediente. La A è fatta di grandi chef: presidenti, tecnici, calciatori. Costretti a servire prelibatezze in ristoranti di ultimo ordine. I nuovi stadi servono per rilanciare anche città ed economia. E per avere solo tifosi perbene». Sos: 3. Fino a che qualche alto dirigente penserà che i guai, molti, del calcio italiano saranno risolti dai nuovi stadi di proprietà, non si andrà da nessuna parte. Che qui ci sia il miglior campionato del mondo non lo dice più neanche Galliani. Che presidenti, tecnici e calciatori di serie A siano in blocco paragonabili a grandi chef costretti a servire le loro selle alla Orloff in squallide topaie è un audace volo di fantasia di Beretta, o un’ allucinazione. Forse è tempo che qualcuno racconti la verità a Beretta. Questa: che nei ristoranti d’ ultimo ordine, in un passato lontano ma anche recente, sono state servite prelibatezze e che di grandi chef in giro oggi non se ne vedono molti. Che i nuovi stadi rilanceranno soprattutto le finanze di chi ci mangerà sopra (pochi, ma ben introdotti). Che non dall’ età del cemento o del prato dipende la civiltà del tifo, ma dalla cultura sportiva di chi ci entra. Se la parola cultura spaventa un po’ , diciamo semplicemente buona educazione. Questo ci riporta alle tessere. Non mi piacciono, non le condivido, non è indispensabile essere un ultrà per essere contrario, ma è certo che quelli che hanno risposto con le molotov hanno fatto un autogol, hanno dato ragione a chi le vuole e vede in loro un toccasana. Continuo a credere che in un paese normale si debbano schedare i delinquenti e non gli incensurati e che un pacifico cittadino debba essere libero di andare allo stadio, a teatro, al museo dove, come e quando gli pare, senza limitazioni assurde e lacci assortiti. Se accade il contrario, io comincio a preoccuparmi e da una domanda ne nascono altre. In quanti paesi esiste l’ equivalente della tessera del tifoso? In nessuno, che si sappia. E’ possibile che per anni ministri e capi della polizia ci abbiano raccontato frottole? Non lo escludo. Da almeno 25 anni sento ripetere la solita frase: “I facinorosi sono quattro gatti, li conosciamo tutti”. Se è così, perché non li avete presi? Se non è così, come mai con gli infiltrati e un buon lavoro di intelligence sono state sconfitte le Brigate rosse e invece non si pianta un chiodo con le brigate da stadio? E come mai negli stadi continua a entrare di tutto, se c’ è un doppio filtraggio di polizia e steward? Fossi un ultrà responsabile e riflessivo, anziché tirare molotov od organizzare casini fuori dallo stadio, ci farei una croce sopra. Basta con le partite. Andare al mare con gli amici, la ragazza, i figli, e, vista l’ età di qualche ultrà, anche coi nipotini. La protesta più suggestiva è sempre il silenzio. Curve vuote, come già molti settori degli stadi. Curve da riempire, più in là, con tifosi diversi, che qualcuno dovrà pur crescere. Non ci si solleva dalla depressione con la sola repressione. Un panorama non allegro. Nel quale merita 8 la Fiorentina: seguendo l’ esempio del Barcellona, ha deciso di non avere sponsor sulla maglia se non Save the children, e altre ne ha usate con scritte che ricordavano che il calcio è un gioco, un divertimento. Non è la prima volta che a Firenze la società cerca di stemperare i toni: il simil-terzo tempo, la proposta dei due presidenti affiancati in tribuna. Gesti piccoli ma significativi, perché dal piccolo bisogna partire, ma in Italia sembrano immensi e faticosissimi e vigliacca terra se in Lega se ne parlasse mai. Ma già: c’ è da piazzare il prodotto.

Written by sistemielettorali

25 settembre 2010 a 10:01

Pubblicato su sport

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