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Ricordo di Laurent Fignon

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Ciclista francese, molto amato, con numerose vittorie negli anni ’80 (due Tour e un giro d’Italia), Laurent Fignon è morto di cancro il 31 agosto di quest’anno.

Gianni Mura lo ricorda così:

Lo chiamavano Professore, in Italia, per via degli occhialini d’ oro che gli davano un’ aria da intellettuale (leggeva molti libri, in effetti). Ma c’ era, non obbligatorio il casco, quel codino biondo a suggerire che doveva essere un po’ trasgressivo, il docente. Non rispettoso delle regole, almeno. Di alcune sì. L’ ultimo giorno del Tour Fignon aveva fatto il giro delle tv, per salutare gli amici, e s’ era fatto vedere anche in sala stampa. Parlava con una voce roca, tutta di gola. Non sapevamo che una delle metastasi gli aveva bloccato una corda vocale. Sapevamo che Fignon, appena al corrente della malattia, l’ aveva resa pubblica e poi ne aveva scritto in un’ autobiografia uscita nel giugno 2009 e intitolata «Eravamo giovani e spensierati» (ma «insouciants» si può anche tradurre in «incoscienti»). Oltre a sembrare un intellettuale, era nato a Parigi, sempre in agosto. Nell’ agosto del ‘ 93 aveva dato l’ addio alle corse, al Gp di Plouay. E in questi sgoccioli d’ agosto è morto. I ciclisti francesi lo chiamavano il Parigino, loro nati tutti o quasi altrove, in paesini sconosciuti. In realtà, già a 3 anni Fignon aveva lasciato la rue Davy, nel 18° arrondissement. La famiglia (padre capofficina, madre casalinga) si era trasferita a Tournan-sur-Brie, nella campagna dell’ Ile-de-France. Lì Laurent giocava a calcio, faceva corse campestri fino alla scoperta della bici. Lo spinse un vicino di casa, Rosario Scolaro. Laurent sognava di diventare veterinario, ma la bici (prima corsa, prima vittoria, e per distacco) cambia la sua strada. Era più famoso per una sconfitta e questo non gli era mai andato giù. Aveva pur vinto due Tour (‘ 83 e ‘ 84), un Giro (‘ 89), due Milano-Sanremo. Era un bel corridore, senza specializzazioni ma forte ovunque. Era un corridore spettacolare, votato all’ attacco. Era anche negato alle pubbliche relazioni. Diceva verità brutali, da gregario di Hinault: «Lui è fortunato ad avermi in squadra, altrimenti lo attaccherei tutti i giorni fino a farlo scoppiare». Anche Hinault non era un diplomatico: nacque una rivalità fortissima e leale, nell’ 84 Hinault fece di tutto per vincere il Tour, ma lo vinse Fignon. Al Tour Fignon era arrivato pieno di nausea, sconfitto a cronometro a Verona, l’ ultimo giorno del Giro. Disse di essere stato danneggiato dall’ elicottero della Rai che, troppo vicino, gli rallentava l’ azione. Qualcosa di vero doveva esserci (ma anche le moto del Tour, in certe circostanze, non sono innocenti). Il peggio doveva venire nell’ 89, anno in cui Fignon vince il Giro e si presenta al Tour per il bis. Emozionante duello con LeMond, serie di colpi di scena, maglie gialle prese, perse, riprese. L’ ultimo giorno in giallo c’ è Fignon, con 50″sul rivale. Da Versailles a Parigi, 24,5 km a cronometro. Tutti hanno già scritto gli epinici. Non sanno che nel punto più delicato Fignon ha un foruncolo grosso come un’ albicocca. LeMond monta per la prima volta un manubrio da triathlon e corre col 54×12, nove metri a pedalata. Fignon si disunisce per il dolore, il sangue gli macchia la divisa, la media è di 54,545, LeMond vince per 8″, che era e resta il vantaggio minimo di un vincitore, dal 1903 a oggi. Parere di Fignon: «Greg era l’ originale e gli altri lo hanno copiato: Indurain, Ullrich, un po’ anche Armstrong. Non sono il meglio piazzato per giudicarli, alcune imprese isolate le rispetto e le ammiro. Ma troppo spesso hanno snaturato il ciclismo che amavo». Un concetto ribadito nel libro. «Il ciclismo si è trasformato in sport di difesa, scordando che la sua sola ragione d’ essere è l’ attacco». Ai corridori contemporanei Fignon stava fortemente antipatico, si sentivano feriti dai suoi commenti affilati (quasi sempre aveva ragione lui). «Non dico che ai miei tempi fossimo migliori, eravamo diversi. Penso di aver vissuto il breve intermezzo hippie del ciclismo e ne sono fiero». Trovato due volte positivo (anfetamine), non s’ è sottratto a un possibile collegamento con la malattia. «I medici lo escludono e io tendo a escluderlo. In quegli anni ho fatto quello che facevano tutti, e non mi pare che abbiano un cancro tutti quelli che correvano con me». L’ addio al Tour l’ aveva dato ritirandosi sulla salita della Bonnette, da ultimo. Apposta s’ era fatto staccare: «Volevo vivere un momento di tristezza e di grazia senza dividerlo con nessuno». Se n’ è andato un grande campione, uno che dal ciclismo ha forse avuto meno di quanto gli ha dato. Da ringraziare, con tristezza. Gli sia lieve la terra.

Written by sistemielettorali

25 settembre 2010 a 10:05

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