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Storia di Augusto, Luciano Canfora, Corriere della Sera

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Storia di Augusto, troppo inverosimile per essere appassionante

Come il famoso libro su Cesare di Thornton Wilder, anche questo romanzo fa rimpiangere le fonti antiche

Il romanzo epistolare di Thornton Wilder su Cesare, la sua vita, la sua morte Idi di marzo (1938) è considerato un classico nel genere ormai diffusissimo di narrativa basata su episodi e figure della storia romana. In questo genere letterario si oscilla tra lo scrupolo nel non forzare i dati e l’ invenzione più o meno libera di dettagli, episodi, parole dei protagonisti…
In un caso come nell’ altro, il lettore finisce col rimpiangere le fonti antiche che raccontano quei medesimi eventi senza additamenti più o meno arbitrarî e con ben altra asciuttezza ed efficacia. Nel caso del libro di John E. Williams Augustus, Il romanzo dell’ imperatore (Castelvecchi, pp. 384, 18) la prima cosa che colpisce sfavorevolmente il lettore è la inusitata prolissità e ampiezza delle lettere immaginarie che costituiscono il libro, costruito appunto come romanzo epistolare alla maniera di Idi di marzo. Quel che ci resta (e non è poco) dell’ epistolografia romana è totalmente difforme dalla tipologia adottata da Williams. Abbiamo, certo, nell’ epistolario ciceroniano e in quello pliniano, lettere di notevole ampiezza. Ma si deve fare attenzione al fatto che, nel caso di Plinio, si tratta di lettere scritte «per i posteri» (diverso è infatti il caso del suo celebre carteggio con Traiano sui problemi del governo provinciale, che Plinio affrontò non senza tortuosità e ipocrisie). E quanto al caso – straordinariamente significativo – dell’ epistolario di Cicerone, è facile constatare come le lettere-monstre (dal punto di vista dell’ ampiezza) siano soprattutto quelle ufficiali («Relationes» al Senato o simili) o, ancora una volta, quelle per i posteri, come la mirabile lettera a Lucceio, nel quinto libro delle Familiari sullo scrivere la storia.
Ma torniamo a Williams. Tralascio qualche neo (dovuto probabilmente alla traduzione), come, ad esempio, la «legione marziana» (pagina 59). Sul piano storico ci sono arbitrî che non sembrano criticabili in quanto audacie (in un romanzo sarebbero del tutto legittimi, anche in un romanzo che adotta la finzione di essere costituito di documenti), ma sono criticabili perché in netto contrasto con ciò che ben sappiamo. Come si fa a immaginare che, alla vigilia di Filippi, Bruto tenti un estremo accordo con Ottaviano? È semmai con Antonio che un qualche filo di rapporti era sempre rimasto in piedi, soprattutto perché Bruto, in Macedonia, aveva trattato con favore il fratello di Antonio. Ed è quasi comica, a pagina 106, la proposta di scambio da parte di Bruto a Ottaviano: «Perdonami la morte di Cesare e io ti perdonerò la morte di Cicerone»! È ben strano che l’autore non abbia messo a frutto l’ampia, efficace e autentica lettera di Antonio a Irzio e a Ottaviano scritta prima della battaglia decisiva sotto Modena (conservata in integro dentro la XIII Filippica di Cicerone): un documento vero che sarebbe stato prezioso per il racconto.
Ma è tutta la vicenda della guerra di Modena che resta molto negletta da Williams, che segnala appena il fatto forse più importante della carriera di Ottaviano e cioè il colpo di Stato dell’ agosto 43, del quale conosciamo innumerevoli e drammatici dettagli da una vasta gamma di fonti. Incomprensibile, in molti punti, appare la lunga lettera di Vario a Virgilio (pagine 185 e seguenti) concernente Orazio e l’ingresso di Orazio nella cerchia di Augusto. Insomma il libro non sembra ben riuscito: nello stesso, discutibile, genere letterario c’è di meglio.

Written by sistemielettorali

27 luglio 2010 a 17:54

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