Sistemi elettorali

Il decreto legge del Governo: cosa dicono i costituzionalisti – II

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(da Il Fatto Quotidiano)
Lorenza Carlassare, professore emerito a Padova, avverte: “Come costituzionalista sono molto restia a parlare dell’ultimo decreto del governo. È tutto illegittimo: il giurista non ha niente da dire perché non esiste un modo legale per sanare la situazione”.

Professoressa, il decreto è incostituzionale?
Sì, per molti versi. Ma c’è una prima cosa da dire: come si può sostenere che si tratta di una “norma di interpretazione autentica”? Il provvedimento stabilisce che la presentazione delle liste può avvenire anche nel giorno non festivo successivo all’entrata in vigore del decreto. Cosa si interpreta qui? Questa è una disposizione nuova che introduce una proroga dei termini.

Cos’è precisamente una norma interpretativa?
È uno strumento che interviene quando c’è un contrasto e il governo sente la necessità di chiarire. Diceva il professor Pugiotto che il decreto-legge interpretativo si rivela un formidabile cavallo di Troia: consente l’intromissione dell’esecutivo nelle definizioni di cause pendenti, condizionate nel loro procedere dall’interpretazione comandata retroattivamente. Queste norme di solito vengono emanate con forma di legge non di decreto e si pensa possano essere retroattive proprio perché non introducono nuove disposizioni ma illuminano su una legge già esistente. Però nel sancire una proroga di termini non c’è nessuna esegesi: abbiamo a tutti gli effetti una norma nuova e retroattiva in materia elettorale.

Il Consiglio dei ministri può con un decreto introdurre nuove regole elettorali?
La legge 400 dell’88 elenca alcune materie sottratte ai decreti legge, tra cui quella elettorale. Qual è l’obiezione un po’ squallida dei sostenitori dei decreti legge a ogni costo? Che la legge 400 è una legge ordinaria quindi ha la stessa forza di un decreto. Ma il mio discorso è più radicale. La legge 400 non è nuova, rende semplicemente più chiari i principi costituzionali. C’è una riserva di legge: le norme elettorali – cioè le regole del gioco – non possono essere fatte dal governo, devono essere definite dal Parlamento. In quelle materie – è mia ferma convinzione e l’ho sostenuto anche in sede scientifica – il decreto legge dev’essere escluso.

Il primo profilo di illegittimità riguarda la proroga del termine per la presentazione delle liste. Ce ne sono altri?
La maggioranza vuole orientare l’interpretazione che il Tar deve dare a una legge. Il governo non può suggerire, anzi imporre, ai giudici come interpretare la legge: è inammissibile. Ma non è finita.

Cioè?
C’è il contenuto di questo decreto. Si spiega che “il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale”. Ora, l’ingresso nei locali del tribunale è un fatto giuridicamente privo di significato. Entrare non vuol dire avere la documentazione. Io posso entrare e avere buste vuote. Poi c’è la questione delle firme. Il decreto dice: “La regolarità dell’autenticazione delle firme non è inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro dell’autorità autenticante, dell’indicazione del luogo di autenticazione, dell’indicazione della qualificazione dell’autorità autenticante, purché autorizzata”. E’ chiaro che non si tratta di formalità: può addirittura mancare il timbro o la certezza dell’autorità autenticante. Il presidente Napolitano ha firmato proprio perché si trattava di una norma interpretativa.

Era obbligato a farlo?
Probabilmente il capo dello Stato si è fatto carico del problema di mandare i cittadini alle urne senza una parte politica. Ma bisogna andare a ritroso per capire. C’è una assoluta e continua mancanza di rispetto per le regole da parte della maggioranza.

Il governo ha detto: la sostanza deve prevalere sulla forma. Cosa ne pensa?
Nel diritto la forma quasi sempre è sostanza. Facciamo un esempio: se lei deve presentarsi a un concorso e non arriva in tempo perché si fa male per la strada, anche in questo caso noi potremmo dire che la sostanza deve prevalere sulla forma. L’esercizio di qualsiasi diritto o potere ha delle modalità tra cui c’è sempre un termine temporale. E questi sono tutti termini perentori. Perché non stiamo parlando di dettagli: avere o no la certezza che la firma sulle schede sia di una determinata persona, un cittadino elettore in possesso dei diritti per farlo, non è una minuzia burocratica .

Il decreto legge deve essere convertito in legge. E se non succede?
E’ difficile che accada. Queste Camere sono obbedienti, lo ha detto anche il premier in campagna elettorale parlando di un “parlamento di figuranti”. Che quindi convertirà il decreto. Ma se non dovesse essere così, tutto perderebbe efficacia. Le elezioni però ci sarebbero già state.

Che effetto avrebbe sul voto?
Noi insegniamo questo: il decreto legge, lo dice l’articolo 77 della Carta, se non convertito perde efficacia dall’inizio. Ed è come se non fosse mai sorto. Ma forse sbagliamo noi: ho l’impressione che i costituzionalisti è meglio che tacciano sempre.
 

(da ilsussidiario.net)
Opinione del costituzionalista Nicolò Zanon.

Professore, il decreto legge è incostituzionale?
L’unico aspetto problematico è la norma ritagliata sul caso concreto della lista Pdl non presentata per la provincia di Roma. Il primo comma dell’articolo 1, in collegamento col quarto comma, quello in cui si dice che coloro (i delegati incaricati della presentazione delle liste) che «abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale» hanno tempo dalle 8 alle 20 del giorno successivo all’entrata in vigore del decreto per presentare di nuovo la lista, ripercorre esattamente la vicenda concreta di quel che è successo il 28 febbraio scorso. E per questo può suscitare qualche perplessità.

 
Il presidente Napolitano ha scritto, rispondendo ai cittadini, che la sua preoccupazione è stata quella di «garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici».
Napolitano ha fatto benissimo. È una comunicazione istituzionale in più che spiega in modo discorsivo quello che si trova nelle premesse del decreto legge. Quella lettera dimostra anzi che le premesse del decreto sono frutto della volontà del capo dello Stato, che ha messo sul piatto della bilancia tutti i valori costituzionali che lo hanno indotto a questa scelta, e quindi la tutela dell’elettorato attivo e passivo, gli articoli 1 e 48 della Costituzione, quindi la sovranità popolare e il diritto di voto. Era necessario e urgente provvedere per assicurare una competizione elettorale la più completa e la più genuina possibile.

Cosa pensa del terzo comma, quello relativo all’ammissione di candidati e liste da parte dell’Ufficio centrale regionale di Corte d’Appello? È il caso dei ricorsi che avevano portato all’esclusione dei due listini, di Polverini e Formigoni.
Conferma che sono ammissibili i ricorsi contro le esclusioni da parte degli esclusi, ma non dice assolutamente che sono possibili esposti di terzi contro le ammissioni; cioè quello che è accaduto di fronte alle Corti d’Appello. I Radicali hanno fatto un esposto non per chiedere la propria riammissione, ma per verificare la legittimità anche delle ammissioni altrui, e questo non era già previsto dalla legge. Bene ha fatto il decreto a chiarire questo aspetto, anche se era già desumibile dalla normativa in vigore.

Il decreto renderà ancor più incandescente il clima politico?
Come tutti i decreti dovrà ora essere convertito in legge entro sessanta giorni dal Parlamento. Immagino che sarà convertito con i soli voti della maggioranza e che probabilmente si porterà dietro un carico di polemiche e di tensioni ulteriori.

Che bilancio si sente di fare, allo stato attuale, di tutta questo vicenda?
Di giuridico ci sono dei profili interessanti ma molto limitati, il problema più grosso rimane quello politico-istituzionale: da un lato c’è una classe politica pasticciona, dall’altro siamo in presenza di tensioni fortissime, normalmente latenti ma pronte a riemergere, che percorrono tutto il panorama non solo politico ma anche istituzionale, come si è visto venerdì nel contrasto tra presidente del Consiglio e capo dello Stato. È chiaro che viviamo in una stagione molto complicata, dalla quale non si vede per il momento una via d’uscita.

Cosa la preoccupa di più?
Secondo me c’è il rischio che passi l’idea che la politica per non soggiacere a certe regole se le cambia. Non a caso in questi giorni si contrapponeva ai politici la gente comune, che per fare un qualsiasi certificato deve fare tutto esattamente quanto prescritto, altrimenti non c’è nulla da fare.

Questo sembra in effetti è un argomento molto forte …
Sì, è molto forte, e capisco che l’opposizione lo utilizzi perché l’occasione è troppo ghiotta. Rimane però il fatto che le operazioni elettorali – e per avere conferma basta parlare con chi se ne occupa da anni – sono sempre state un ambito pieno di decisioni contrastanti e contradditorie, anche a seconda del posto in cui si fanno le verifiche. Quindi un intervento chiarificatore, per la parte relativa alle firme e alle autentiche, è un aspetto positivo e andava fatto.

(da Repubblica)
Gustavo Zagrebelsky inizia citando un episodio che, “nel suo piccolo”, indica lo stravolgimento dell’informazione. Al Tg1 di venerdì sera va in onda la foto di Hans Kelsen, uno dei massimi giuristi del secolo scorso. “Gli fanno dire che la sostanza deve prevalere sulla forma: a lui, che ha sempre sostenuto che, in democrazia, le forme sono sostanza. Una disonestà, tra tante. Gli uomini di cultura dovrebbero protestare per l’arroganza di chi crede di potersi permettere di tutto”.

Professore, che succede?
“Apparentemente, un conflitto tra forma e sostanza”.

Apparentemente?
“Se guardiamo più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare insieme uguaglianza e imparzialità”.

Perché? Non si trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?
“Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all’elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L’esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia “offerta elettorale” è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato”.

E con ciò?
“Con ciò si violano l’uguaglianza e l’imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L’uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l’uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del “principale contendente”. Il tarlo sta proprio in quel “principale”. Nelle elezioni non ci sono “principali” a priori. Come devono sentirsi i “secondari”? L’argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti”.

E l’imparzialità?
“Il “principale contendente” è il beneficiario del decreto ch’esso stesso si è fatto. Le pare imparzialità? Forse, penseremmo diversamente se il beneficiario fosse una forza d’opposizione. Ma la politica non è il terreno dell’altruismo. Ci accontenteremmo allora dell’imparzialità”.

Anche lei, come l’ex presidente Onida, considera il dl una legge ad personam?
“Questa vicenda è il degno risultato di un atteggiamento sbagliato che per anni è stato tollerato. Abbiamo perso il significato della legge. Vorrei dire: della Legge con la maiuscola. Le leggi sono state piegate a interessi partigiani perché chi dispone della forza dei numeri ritiene di poter piegare a fini propri, anche privati, il più pubblico di tutti gli atti: la legge, appunto. Si è troppo tollerato e la somma degli abusi ha quasi creato una mentalità: che la legge possa rendere lecito ciò che più ci piace”.

Torniamo al decreto. Si poteva fare?
“La legge 400 dell’88 regola la decretazione d’urgenza. L’articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto “in materia elettorale”. C’è stata innanzitutto la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli interventi d’urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio. Mi pare ovvio”.

Quindi, nel merito, il decreto viola la Costituzione?
“Se fosse stato adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non della “presentazione” delle liste, ma quello della “presenza dei presentatori” nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta nell’interesse di tutti, ma nell’interesse di alcuni, ben noti, e, per di più, a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una “norma fotografia””.

Siamo di fronte a una semplice norma interpretativa?
“Quando si sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non possiamo parlare di interpretazione. È un’innovazione bella e buona”.

E la soluzione trovata per Milano?
“Qui si trattava dell’autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte le possibili pressioni. Nell’attuale clima di tensione, questa pessima legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni”.

Lei boccia del tutto il decreto?
“Primo: un decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente l’innovazione. Quarto: l’innovazione avviene con formule del tutto generiche che espongono l’autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione, all’accusa di partigianeria”.

Di Pietro e Napolitano. È giusta la critica dell’ex pm al Colle?
“Le reazioni di Di Pietro, quando accusa il Capo dello Stato di essere venuto meno ai suoi doveri, mi sembrano del tutto fuori luogo. Ciascuno di noi è libero di preferire un comportamento a un altro. Ma è facile, da fuori, pronunciare sentenze. La politica è l’arte di agire per i giusti principi nelle condizioni politiche date. Queste condizioni non sempre consentono ciò che ci aspetteremmo. Quali sono le condizioni cui alludo? Sono una sorta di violenza latente che talora viene anche minacciata. La violenza è la fine della democrazia. Il Capo dello Stato fa benissimo a operare affinché non abbia mai a scoppiare”.

Ma Di Pietro, nella firma del Presidente, vede un attentato.
“La vita politica non si svolge nel vuoto delle tensioni, ma nel campo del possibile. Il presidente ha agito usando l’etica della responsabilità, mentre evocare iniziative come l’impeachment significa agire secondo l’etica dell’irresponsabilità”.

Lei è preoccupato da tutto questo?
“Sì, è anche molto. Perché vedo il tentativo di far prevalere le ragioni della forza sul quelle del diritto. Bisogna dire basta alla prepotenza dei numeri e chiamare tutte le persone responsabili a riflettere sulla violenza che la mera logica dei numeri porta in sé”.

L’opposizione è in rivolta. Le prossime manifestazioni e le centinaia di messaggi sul web non rischiano di produrre una spirale inarrestabile?
“Ogni forma di mobilitazione contro gli abusi del potere è da approvare. L’unica cautela è far sì che l’obiettivo sia difendere la Costituzione e non alimentare solo la rissa. C’è chi cerca di provocare lo scontro. Per evitarlo non si può rinunciare a difendere i principi fondamentali. Speriamo che ci si riesca. La mobilitazione dell’opposizione responsabile e di quella che si chiama la società civile può servire proprio a far aprire gli occhi ai molti che finora non vedono”.

Written by sistemielettorali

8 marzo 2010 a 13:29

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