Sistemi elettorali

Sistema elettorale regionale: formazione delle maggioranze e frammentazione

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Allarghiamo l’orizzonte dalla nostra regione all’Italia intera. Il sistema elettorale regionale come sta funzionando nel complesso?
Prendiamo i dati delle elezioni del 2000: da una prima analisi potremmo dire tutto sommato bene.
Questo sistema misto, votato per garantire governabilità e rappresentatività ha spesso prodotto aggregazioni importanti.
Dal punto di vista della stabilità della maggioranza, possiamo dire che l’esito positivo è raggiunto per legge. Il legislatore ha stabilito che il presidente di regione viene eletto direttamente dai cittadini a maggioranza semplice e che la coalizione che lo sostiene dovrà avere almeno il 55% dei seggi in Consiglio.
Detto questo, occorre allora verifica se questo sistema abbia incoraggiato la competizione tra due poli e se vi sia un’accettabile distorsione tra percentuale di voti e seggi delle singole liste.
La tabella seguente ci offre alcuni dati interessanti.

Osserviamo che:
– in quasi tutte le regioni (Toscana esclusa, ma di poco) la somma dei voti dei candidati presidenti delle due coalizioni maggiori è stata superiore al 90%, mentre in 12 regioni su 15 queste stesse coalizioni hanno conquistato tutti i seggi a disposizione.
– in 10 regioni su 15 il presidente è stato eletto con più del 50% dei voti. In altre 4 regioni, il vincitore ha ottenuto almeno il 49% dei voti.
– in 13 regioni la coalizione vincente ha avuto a livello proporzionale la maggioranza assoluta dei voti. Solo in Abruzzo e Molise la maggioranza è stata raggiunta grazie al premio. Nelle altre regioni lo era già di fatto. Importante notare che comunque nessuna coalizione vincitrice ha ottenuto meno del 40% dei voti.
– guardando la sovra e sottorappresentazione, la differenza tra voti proporzionali e seggi totali vede il caso della Toscana con una sovrarappresentazione di circa il 22%, mentre all’opposto la Lombardia vede una sottorappresentazione di circa il l’1%. In tutti gli altri casi, assistiamo ad una sovrarappresentazione.
– il premio di maggioranza è stato assegnato per il suo valore massimo (20%) in tutte le regioni meno Lombardia, Veneto e Basilicata. Come già segnalato nel post precedente, in Piemonte la coalizione vincente col 46,7% si vede attribuire il 66% dei seggi scavalcando così la coalizione lombarda che aveva già la maggioranza assoluta richiest nella quota proporzionale.
– il premio dei seggi “aggiuntivi” è scattato solo in due regioni: Abruzzo e Calabria, non avendo esse raggiunto il 60% dei voti. Ciò significa che spesso questa seconda ripartizione è nei fatti inutile.

Il bipolarismo che desumiamo da questa tabella è stato quindi raggiunto grazie ad incentivi importanti:
– l’elezione diretta del presidente
– il premio di maggioranza
– la soglia si sbarramento del 3% (5% per le coalizioni)

Osserviamo ora la frammentazione. I dati sono quelli del 1995 e del 2000.


Qui i dati si leggono da soli. A preoccupare è la maggiore frammentazione del 2000 rispetto al 1995, con l’unica eccezione della Lombardia che passa da 15 a 14 liste. Per tutte le altre regioni vi è un aumento, anche consistente, come nei casi di Molise (da 9 a 17), Lazio (da 14 a 20), Puglia (da 14 a 20), Emilia (da 11 a 19), Toscana (da 11 a 18).
Mediamente, si passa da 12,6 liste nel 1995 a 17,8 nel 2000.
Le liste che superano il 3% dei voti sono aumentate in modo particolare in Umbria (da 6 a 9), Campania (da 7 e 10) e Toscana (da 5 a 7). Sopratutto, quelle non oltrepassano il 3% dei voti sono aumentate esponenzialmente in Veneto (da 3 a 10), Emilia (da 3 a 11), Abruzzo (da 3 a 9), Molise (da 1 a 7).
Dal punto di vista della presenza in Consiglio, troviamo anche in questo caso un aumento della frammentazione, e non di poco conto, in tutte le regioni italiane. In particolar modo segnaliamo i casi di Campania (da 10 a 15 liste), Puglia (da 9 a 13), Lazio (da 7 a 12). La media passa da 8,6 a 11,6.
Altro dato interessante è il numero di liste coalizzate che, con meno del 3% dei voti, hanno ottenuto almeno un seggio. Come per gli altri fattori appena analizzati, notiamo un generale aumento dei piccoli partiti presenti in Consiglio. Veneto, Liguria, Lazio, Puglia e Piemonte i casi più eclatanti.
Se vogliamo misurare questa frammentazione partitica, possiamo utilizzare l’indice di Laakso e Taagepera (proposto nel 1979).
Questo indice misura il numero “effettivo” di partiti tenendo conto dei voti che questi riescono a raccogliere alle elezioni o i seggi che essi ottengono. Quando troviamo n partiti con stessa forza elettorale allora tale indice è uguale a n, mentre esso è pari a 0 nel caso di partito unico. Per cui, più alto è l’indice, maggiore risulta essere la frammentazione dell’assemblea. Abbiamo comunque già visto questo indice nel post dedicato agli indici di proporzionalità.

Nel nostro caso, notiamo che la frammentazione è elevata in particolar modo nelle regioni del sud. Più in generale dal 1995 al 2000 assistiamo ad un aumento della stessa, sia in termini di voti che di seggi. Va da sè che mantenendo la soglia di sbarramento del 3% anche per le liste coalizzate vedremmo una generale diminuzione di tale indice.

Written by sistemielettorali

20 gennaio 2010 a 14:54

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