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Risorse umane, che brutta espressione: attenti alla trappole del linguaggio

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Michela Marzano, filosofa under 40: ” Risorse umane, che brutta espressione: attenti alla trappole del linguaggio” Fabrizio Buratto (20-07-2009, Il Corriere)

Michela Marzano viene spesso definita, con un’espressione da film dell’orrore, “cervello in fuga”.
Nata a Roma nel 1970, vive a Parigi dal 1999, dove è arrivata dopo un dottorato di ricerca in Filosofia alla Normale di Pisa con Remo Bodei. A 36 anni ha ottenuto l’abilitazione come professoressa universitaria, e attualmente insegna Filosofia morale presso l’università Paris Descartes.
In questa intervista, però, non si parla della fuga del suo encefalo – accompagnato da cuore, gambe, braccia e capelli mossi – ma del suo ultimo libro, edito in Italia da Mondadori: “Estensione del dominio della manipolazione. – Dall’azienda alla vita privata”. Inserita dal “Nouvel Observateur” fra i cinquanta pensatori più influenti di Francia, Michela Marzano pensa e scrive in francese anche se, nel corso dell’intervista via skype, l’accento romano non lascia dubbi riguardo le sue origini. Sulla sua carta d’identità, alla voce professione, c’è scritto professore universitario: “perché ho la nazionalità italiana; se avessi la nazionalità francese, potrei scrivere “filosofo”, ma in Italia non si può”. “Dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei”. E’ d’accordo?
Sì e no, nel senso che, da un certo punto di vista il lavoro contribuisce a strutturare la nostra identità e riflette alcune nostre caratteristiche, passioni e capacità, ma non si può credere che nel lavoro ci sia tutto l’essere. Per molte persone, in realtà, il lavoro serve per il sostentamento. Oggi lo si cerca di trasformare nello specchio dell’anima, ma è riduttivo.
Lei è molto critica nei confronti di quelli che chiama “nuovi profeti”: consulenti di management e di comunicazione, coach. Eppure è provato che, con un buon coach aziendale, la produttività aumenta, e molti manager rimasti disoccupati a causa della crisi si affidano a queste figure.
E’ una professione alla moda. Le persone che ricorrono ai coach, ai consulenti, sperano di avere una serie di strumenti per trovare lavoro e rafforzare delle competenze. Il problema è che, spesso, questi coach vendono fumo, ovvero ricette stabilite una volta per tutti, che certo possono servire in alcuni momenti specifici ma non risolvono i problemi. Non c’è più il “perché”, ma solo il “come”. Non c’è nemmeno la possibilità di rimettersi in questione, è come se gli obiettivi fossero fissati dall’esterno.
Anche sulla figura del leader come colui “che ha una visione del mondo ed è in grado di stimolare le motivazione personali del suo pubblico” lei è molto scettica. Un’azienda come Apple, però, è così identificata con il suo guru-fondatore, da emanare continui comunicati di rassicurazione sulla malattia di Steve Jobs.
Bisogna vedere cosa c’è dietro al leader, qual è la dipendenza da questo leader capace di cambiare il mondo, di trovare la soluzione. C’è il rischio di perdere lo spirito critico. Questo non significa che non ci debbano essere i leader, ma occorre difendersi dalla retorica che è stata costruita intorno al leader come colui che risolve i problemi, colui che crea. Kenneth Lay, il Ceo della Enron, era stato mitizzato, e abbiamo visto com’è finita la Enron. Max Weber osservava che i leader carismatici nascono soprattutto nei momenti di crisi – economica ed etica – quando si spera nell’uomo della provvidenza.
Anche Obama corre il rischio di essere preso per l’uomo della provvidenza?
Obama ha una parte di carisma ed è un leader, ma con Obama finora non c”è una frattura fra i discorsi e le azioni. Le promesse sono state tutte mantenute, finora. Il problema è quando alcuni personaggi non mantengono le promesse che fanno.
Alain de Botton, nel recente “Lavorare piace”, nota come “la rassicurazione borghese secondo cui chiunque può trovare la felicità grazie al lavoro e all’amore” sia crudele. Ma ci potrebbe essere un diverso paradigma di felicità nella società capitalistica?
Questa è un’idea che viene da Freud, che individuò nell’amore e nel lavoro gli aspetti fondamentali per determinare lo stato di salute dell’uomo. Il problema è quando ci si concentra unicamente nel lavoro, e allora diventa una dipendenza. Penso ai workhaolics, per i quali non esiste altro; è una questione di misura e di equilibrio. Lo stato permanente di felicità è un’illusione. Ci possono essere momenti di soddisfazione, di gioia, che è ancora più importante della felicità. La gioia sono gli attimi felici, sono quelli che rimangono nei ricordi e danno senso alla vita.
Perché il termine “risorsa umana” non le piace?
Non mi piace perché è un ossimoro, nel senso che si vogliono mettere insieme due concetti che in realtà non vanno bene insieme. Le risorse rimandano al mondo delle cose, e devono esser utilizzate; l’essere umano, invece, non può essere utilizzato allo stesso modo, merita rispetto. Kant ha operato una differenza essenziale fra il mondo delle cose, che hanno un prezzo, e il mondo degli esser umani, che hanno una dignità, un valore.
Lei definisce “le trappole del linguaggio”, l’accostamento di termini che dovrebbero essere in contraddizione fra loro quali realizzazione personale/eccellenza, impegno/flessibilità, impiegabilità/fiducia, autonomia/conformismo. Spesso tali caratteristiche sono richieste tutte insieme ad un lavoratore. Questo cosa comporta?
Quando si chiede una cosa e il suo contrario, l’individuo non sa più bene come posizionarsi, a cosa dare più importanza. Il binomio flessibilità/impegno è l’esempio più eclatante. Bisogna poter esser flessibili perché ci sono evoluzioni che devono essere messe in conto, ma quando si unisce la flessibilità alla velocità, allora c’è una contraddizione, perché per impegnarsi su un progetto ci vuole tempo. In questo paradosso, come dice Richard Sennet, c’è “una corruzione del carattere”. L’individuo viene disorientato.
Quale di queste tre asserzioni la disturba di più? “Quando il lavoro non c’è, bisogna inventarselo”. “Cercare lavoro è già un lavoro”. “Ormai ognuno è imprenditore di se stesso”.
L’ultima. Perché non ha molto senso come frase. Si può essere imprenditori, si possono cambiare aspetti della propria vita, ma non tutto è controllabile. Dietro questa asserzione c’è l’idea che basta volere per potere, ma è un’idea completamente falsa: c’è la realtà con i suoi ostacoli, con le difficoltà oggettive e con la specificità di ognuno di noi, che fa sì che ognuno è diverso, con le sue fragilità. Ma scoprire le proprie fragilità è un arricchimento, perché dalle fragilità si conoscono aspetti del proprio sé prima ignoti.
Cito dal suo saggio: “Il dipendente modello è un individuo impegnato, che deve credere nel suo lavoro e trovarvi motivi di felicità: elastico, flessibile, versatile, deve riuscire a trovare esaltante tutto ciò che è alienante.” Eppure vi sono persone che amano davvero il loro lavoro.
Certo, è possibile, e sarebbe bello che ognuno amasse il proprio lavoro. Il discorso non è amare o no il proprio lavoro, il problema è di accettare tutta una serie di ostacoli e direttive esterne facendo finta che tutto ciò è stato scelto, mentre in realtà ci sono una serie di barriere e di obiettivi che vengono dall’esterno. Io amo il mio lavoro, e ho la grande fortuna di poter scegliere gli argomenti su cui lavorare. Ma domandare a qualcuno di essere entusiasta quando gli obiettivi sono fissati altrove, fa scattare il problema.
Eccoci al punto centrale del suo saggio: “la gabbia dorata”. Anche se abbiamo l’impressione di essere liberi, in realtà non facciamo altro che onorare i ruoli che ci vengono imposti. Questo, però, è vero in ogni società, non solo in quella capitalistica. In cosa consiste, dunque, questa “estensione del dominio della manipolazione”?
Da sempre vi sono state regole da rispettare, imperativi. Quello che è cambiato, a partire dagli anni Settanta, è stato far credere che queste regole sparivano e ognuno poteva scegliere la vita che voleva, mentre si tratta di una libertà solo nominale.
Questa illusione a cosa conduce?
Credo inizi ad esserci una presa di coscienza che la situazione non può continuare così. La crisi, che non si sa bene quando finirà, permette anche di avere uno sguardo critico rispetto all’ideologia degli ultimi trent’anni, di poter prendere atto di limiti e contraddizioni, e di stabilire un nuovo patto di fiducia a livello sociale. E’ importante poter costruire nuovamente la fiducia, e per farlo bisogna avere da un lato un discorso di verità e dall’altro cercare soluzioni senza credere che tutto è possibile.
Il “dominio della manipolazione” è opera dell’economia, della politica o è un processo culturale riconducibile alla globalizzazione?
E’ un fenomeno globale che ha potuto diffondersi perché il linguaggio strutturato del management, che è un linguaggio particolare, è stato efficace con la crisi economica degli anni Settanta, quando è stato cambiato il paradigma e si è arrivati al management partecipativo. Però era un’efficacia a corto termine, non ci si è voluti rendere conto che c’era differenza fra corto e lungo termine. E poi si è creduto che, con questo linguaggio, si poteva gestire non solo la vita nell’azienda, ma la vita in generale. Per questo parlo di estensione del dominio della manipolazione, poiché si è portato questo linguaggio nella sfera privata.
A proposito di Berlusconi, scrive: “Grazie alla sua capacità di sviluppare un impero prospero, Berlusconi è diventato il simbolo del successo, l’individuo capace di fare miracoli e salvare un intero paese come si salva un’azienda.” Poterlo affermare in un libro edito dalla Mondadori di Marina Berlusconi, significa: che siamo in democrazia, che il potere non teme i libri o che il business scavalca la politica?
La risposta non ce l’ho. Avrei la tendenza a dire che, forse, il libro non è stato letto fino in fondo, ma è una risposta banale. Credo invece che, indipendentemente da tutto, non si può fermare il pensiero, le idee sono sempre più forti rispetto al potere politico ed economico. Hanno una forza tale che riescono a trovare il modo di esprimersi.
Secondo Richard Florida, ogni periodo di crisi è accompagnato da un momento di creatività e, una volta finita la crisi, al posto di guida avremo una nuova classe creativa. Lei ci crede?
Sarebbe bello, nel migliore dei mondi possibili. Ma, come ha dimostrato Voltaire criticando Leibniz, non siamo nel migliore dei mondi possibili, dunque non sono i più creativi ad affermarsi, mai più abili. E la creatività non coincide con l’abilità.

Written by sistemielettorali

22 luglio 2009 a 18:03

Una Risposta

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  1. l’uso illimitato -e naturale- dell’ossimoro scaturisce dalla sudditanza del linguaggio al sistema tecnico del mondo del lavoro, e non solo del lavoro. La struttura tecnica, che risponde solo a sè stessa, al proprio potenziamento e alla propria verifica attraverso i suoi propri strumenti, non necessita senso nè genera espressione; rimanda esclusivamente, in maniera assolutamente mimetica, al conformarsi a sè stessa.

    da

    23 agosto 2009 at 10:29


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