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Siberia paranoica, intervista a Giovanni Lindo Ferretti

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Siberia paranoica (Giovanni Lindo, la nonna e la Mongolia)

Giovanni_Lindo_Ferretti

Qui di seguito trovate la trascrizione integrale di oltre due ore di chiacchiere con Giovanni Lindo Ferretti – ex cantante di CCCP e dei Csi – dentro un cucinino a Reggio Emilia, una bella mattina di Luglio di alcuni anni fa. Giovanni parla della sua infanzia a Cerreto Alpi, allevato dalla nonna. Parla della “solitudine” dei paesi di montagna che può rappresentare anche un’opportunità per le giovani generazioni. Discorre anche del sui viaggio in Mongolia, paese lontano e sognato. L’intervista è datata anni ’90, ma a mio avviso è sempre utile riproporla per l’attualità dei suoi contenuti. Buona lettura…

A quando risalgono i pezzi inediti che avete inserito nella colonna sonora di Tutti giù per terra?

Sono stati i primi ad essere registrati nelle stesse session di Tabula Rasa Elettrificata. Solo che dopo aver finito di registrare l’album era evidente che non c’entravano nulla, il disco andava da tutt’altra parte e volerceli mettere per forza sarebbe stata una forzatura.

Conoscevi già il libro di Culicchia prima che diventasse un film?

No, a dire il vero no. Sono un gran divoratore di libri però non leggo molto la letteratura moderna. Lo conoscevo “di fama”… Il libro l’ho letto dopo che Davide Ferrario mi ha fatto leggere la sceneggiatura del film.

E ti è piaciuto…?

Si e no, non lo so. Ho delle idee molto più precise nel campo della letteratura che non nel campo della musica: il mio orecchio è molto più libero che non il mio cervello di lettore. E quindi… no, non mi riconosco molto nella letteratura degli ultimi dieci/vent’anni. Sono pochissimi gli autori che seguo, dei “nuovi scrittori” in genere non me ne frega granchè…

Mi chiedevo infatti se e come ti sei ritrovato in questo mondo di “piccole cose”, di passioni minime e di quotidianità minuscola raccontato da Culicchia e ripreso quindi anche da Ferrario…

In realtà le storie che preferisco sono proprio quelle “piccole”; nel cinema poi, ciò che mi piace in assoluto di più è la commedia inglese. Non sopporto i tedeschi ed il loro bisogno di far sempre i conti col mondo, che è un’abitudine anche di molto del cinema italiano. Sul film mi è difficile avere opinioni perchè sono troppo parte in causa pur senza centrarci quasi niente. La prima volta che ho visto la versione pre-montata mi è sembrato un unico lungo videoclip del Consorzio… che è comunque divertente, come idea. Davide ha costruito una sceneggiatura in cui la musica funziona come un rimando, e la storia va avanti proprio seguendo la musica che c’è sotto: CCCP, Csi, tutti gli altri del Consorzio… Così tutti noi ci siamo ritrovati senza volerlo ad essere parte in causa nel film, ed a questo punto giudicarlo con obiettività è molto più difficile. A me il film piace molto perchè mi sembra un film poco “italiano”: è una commedia leggera e sottile che ha la capacità di farti ridere senza usare il ridicolo, solo con la sottigliezza delle situazioni. Però quella è un’adolescenza che non mi appartiene, sono storie che non ho vissuto…

È un “gap” che ritrovi anche quando sei sul palco? Perchè in realtà è curioso quanto tu riesca a risultare estremamente “significativo” come artista per fasce di pubblico che – proprio per ragioni anagrafiche – hanno un retroterra diversissimo dal tuo…

Si, infatti è strano. Ma è un paradosso che incontro spesso nella mia vita: ci sono persone che conosco e frequento che sono in realtà figli di miei coetanei, e quindi in teoria è con i loro genitori più che con loro che dovrei andare in giro ed avere qualcosa in comune… Ho quarantatre anni, quasi quarantaquattro, però succede spesso che i ragazzini non mi vedano come una persona “grande”, ma come una persona con la quale riescono a rapportarsi facilmente.

Anche tu con loro, però…

Si, certo… Beh, c’è in realtà uno stacco tra la dimensione pubblica e quella privata, perchè com’è ovvio e com’è giusto anch’io i miei anni li ho tutti e va benissimo così, non me ne toglierei nemmeno uno. Fra l’altro non ho mai avuto il mito della giovinezza. Piuttosto quello della maturità, forse. Però sin da quando ho cominciato a fare il cantante dei CCCP mi sono sempre rapportato con persone molto più giovani di me, e alla fine questa apparente anormalità è diventata la normalità. Però si è sempre trattato di un rapporto molto equilibrato, perchè il pubblico a cui noi riusciamo a parlare spazia in effetti tra limiti di età molto diversi, dai ragazzini ad alcuni quasi “anziani”.

Come immagini Giovanni Lindo Ferretti, “il cantante dei CCCP”, da vecchio?…

Mah, più o meno come da giovane. Faccio fatica a vedere i miei cambiamenti: li noto perchè ci sono persone che me li fanno notare, e sono anche cambiamenti rilevanti. Io però tendo a non vedere la mia vita come una serie di fratture; la percepisco in maniera abbastanza lineare, senza grosse discontinuità. Spero di avere una lunga vecchiaia, questo si. La vecchiaia è la dimensione conclusiva dell’esperienza umana, per certi versi quella che dá il senso all’intera esistenza. Io stesso sono stato allevato da una anziana nonna che sembrava dovesse morire prima che nascessi: poi sono nato io, e a quel punto lei ha deciso che il suo compito era di portarmi fin dentro la vita. È morta quando io ho compiuto i diciotto anni, probabilmente quando ha ritenuto che il suo compito fosse finito. Questo per dire che la dimensione della vecchiaia è in realtà una cosa che mi appartiene da sempre; forse addirittura il mio approccio alla vita è un approccio “da vecchio”. E questo – lo comincio a notare oggi – fa la differenza, perchè un bimbo che viene allevato da una anziana nonna si ritrova in un mondo che ha molti meno limiti “fissi”: le vecchie signore sono sempre un po’ più eteree ed aeree rispetto al mondo “reale”…

Non so se è solo una delle leggende che vi circondano, ma qualcuno mi ha raccontato che nel paese in cui abiti sei in pratica la persona incaricata di scrivere i testamenti dei vecchini e delle vecchine…

Beh, è successo due volte in tutto. Il fatto è che rispetto all’eta media degli altri abitanti del paese io sono un ragazzino, e quindi faccio un po’ da assistente sociale: accompagno le persone dal dottore, vado a prendergli le medicine… Due volte è capitato anche che due miei vicini di casa mi chiedessero di redigergli una scrittura privata sull’eredità…

Evidentemente hai la loro fiducia…

Non è solo quello; io a Cerreto Alpi ci sono nato, mi conoscono da sempre. Appartengo all’ultima generazione di quelli “nati in casa”, con la levatrice, che nel mio caso aveva una novantina d’anni e probabilmente io ero uno degli ultimi bambini che ha aiutato a far nascere. Allora in paese c’erano sette/ottocento persone, tutti contadini, pastori o allevatori. Poi è cominciata la fuga verso la città e se ne sono andati via tutti; sono rimasti un po’ di vecchi ed un paio di famiglie, sempre meno numerose. Siamo andati via anche noi, quando io avevo sei anni, per venire a vivere a Reggio Emilia, ed a Cerreto ci tornavamo solo nei mesi estivi. Adesso Cerreto all’anagrafe fa 120 persone, ma non sono nemmeno tutte residenti: specie d’inverno, quando viverci è particolarmente faticoso a causa della neve che dura diversi mesi, un buon terzo dei suoi abitanti più anziani si trasferisce in città dai figli e nipoti. Tra me e gli abitanti di lì c’è un rapporto molto strano perchè di fatto io sono l’unico ad essere “tornato in paese”, circa dieci/undici anni fa, una volta finita la storia dei CCCP. Per dirti: appena sono tornato mi hanno subito eletto nel consiglio pastorale, che è una cosa che mi ha lasciato un po’ perplesso ma che al tempo stesso era un segno inconfutabile di “accettazione” del mio ritorno da parte della comunità.

Ma le vecchine del paese sanno che tu sei un “cantante rock”?

Si si, assolutamente. Negli ultimi mesi, fino a dieci giorni fa, avevo i capelli blu, eppure al paese nessuno faceva una piega. Ma non facevano una piega solo perchè ero io: sono abituati a me, ad ogni modo anche da ragazzino ero una persona stralunata e strana. Il fatto che invecchiando non sia cambiato sotto il profilo dell’impatto visivo è una cosa che per loro è assolutamente normale, rassicurante. È molto stupita, invece, la gente che arriva in paese da fuori: i venditori occasionali, i turisti di passaggio, i fornitori dell’unica bottega che abbiamo in paese. Vedere una persona con i capelli blu che si rapporta in maniera assolutamente normale con la vita del paese li lascia senza parole. Per quelli del paese, invece, sono una specie di colpo di vita: è un po’ come avessi portato un piacevole tocco di modernità non traumatica alle loro vite. Io sono legittimo, lì in paese, non devo dimostrare niente a nessuno ed è questo il bello; tra me è gli altri abitanti c’è una confidenza antica, quasi genetica.

Il tuo è un caso abbastanza atipico di ritorno “felice” alle origini. In genere i ragazzi che crescono in provincia o nei paesini isolati non vedono l’ora di andarsene via…

È una discussione che si ripresenta ogni anno ad agosto, quando molti di quelli che sono andati via dal paese ritornano improvvisamente per le vacanze e per venti giorni Cerreto fa 2.500 abitanti ed è uno sterminato parcheggio di auto e moto… Beh, tutti loro per le prime due settimane non fanno altro che dire quanto è meraviglioso vivere in paese, quanto sia trasparente l’aria e quanto vorrebbero anche loro assolutamente tornare lì se solo potessero. Poi, al quindicesimo giorno, cominciano a non poterne più ed a chiedermi come cazzo faccio a stare in quel buco di paese senza cinema, teatri, mostre e attività culturali. Io allora gli chiedo quante volte siano andati al cinema nell’ultimo anno, ed in genere viene fuori che ci sono andato più spesso io – ed anche a teatro ed alle mostre – che ogni volta mi devo fare cento kilometri di stradine di montagna, che non loro che stanno in città… In realtà gli abitanti di questi piccoli borghi di montagna sono molto più abituati di quello che si pensi a rapportarsi con la grandezza del mondo. Mia nonna è sempre vissuta a Cerreto Alpi, almeno fino a quando ci siamo trasferiti a Reggio perchè io ho cominciato a frequentare le scuole elementari, ed anche allora ha sempre vissuto la città come una prigione e rifioriva solo nei quattro mesi d’estate quando tornavamo in montagna. Eppure mia nonna aveva una sua precisa idea del mondo, costruita sulla base dei racconti degli uomini della sua famiglia partiti emigranti per l’estero. Mio nonno ed i fratelli di mio nonno sono emigrati in Inghilterra e poi ancora in Australia, hanno fatto la corsa all’oro, hanno visto i cow-boys… Nella loro vita hanno visto molto più mondo di quanto capiti in media di vedere ad una persona nata e cresciuta in città, e quel che è più incredibile è che con i loro racconti delle cose che avevano visto ampliavano gli orizzonti anche di chi rimaneva. È il paradosso di questi piccoli paesi: li pensi chiusi e invece sono estremamente proiettati verso l’esterno. Quando ero un bambino e mi sono ritrovato a vivere a Reggio Emilia, i miei coetanei di città si sentivano molto progrediti rispetto a me che ero un montanaro; eppure loro erano molto più chiusi di me in quel ghetto che era la città, non riuscivano ad immaginarsi fuori di lì. Per me invece l’idea di “altrove”, di “grande viaggio” era qualcosa che già apparteneva alla mia esperienza quotidiana. Quando abiti in un paese, qualunque evento, fosse anche solo comperare un paio di pantaloni nuovi, diventa un “viaggio”: devi muoverti, andare a Reggio, a Massa Carrara, a La Spezia… Tra i miei amici di lì che ho conosciuto dopo che ho cominciato a fare il cantante dei CCCP – per dire – ora uno abita in Malesia dove ha sposato una malesiana, un altro abita nelle isole spagnole di fronte al Marocco ed ha messo su un negozio, un’altra ancora gestisce un ristorante in Guatemala… In realtà la dimensione è assolutamente cosmopolita, e tutt’altro che sprovveduta. La prima volta che mi hanno portato una piantina di marijuana ed io zitto zitto l’ho piantata alle due di notte in mezzo ad altre piantine nel vaso del terrazzo, al mattino mi alzo e trovo mia nonna che mi dice tranquillissima «oh guarda, c’è una piantina di canapa sul terrazzo, chi è che te l’ha portata?»… Oppure la prima volta che ho portato a casa un mio amico di liceo con un orecchino, uno che per questo a Reggio ha fatto scandalo, beh appena è entrato mia nonna ha detto subito «oh che bello rivedere un uomo con gli orecchini; lo zio Paolo però li portava più grossi…». Dai, come si fa…

Qual’era il luogo attorno al quale fantasticavi più spesso, in mezzo a tutti i racconti di viaggio che hai sentito da bambino?

Da bambino fantasticavo moltissimo, perchè fai conto che da quando sono nato fino a sei anni ho vissuto da solo con mia nonna in questa casa molto molto grande; eravamo soli, io e lei, perchè mia madre lavorava in città per mantenerci, mio padre era morto, mio fratello stava in collegio e mio zio era in ospedale. Mia nonna era molto piccola, molto “ristretta” per l’età e le sofferenze, ed il mondo in cui io e lei vivevamo era realmente un mondo a parte rispetto al mondo reale, però allo stesso tempo era anche un mondo che viveva di tutti quei contatti con quelle parti della famiglia emigrate in giro per il mondo. Avevamo gli indirizzi, avevamo le lettere che ci arrivavano e che spedivamo agli “americani”, ai “canadesi”, agli “australiani”… E poi per due anni abbiamo avuto in casa un giovane tedesco, uno studente berlinese che si stava laureando sulla geologia dell’appennino; e lì è stato il fascino di un posto che invece non faceva parte della “storia” della nostra famiglia è che però era lì, con noi, ed era presente anche in maniera molto forte perchè questo tedesco era ovviamente l’essere più alto, biondo e con gli occhi chiari che si fosse mai visto a Cerreto Alpi… Quand’è arrivato ha portato un po’ di subbuglio anche perchè era protestante, e mia nonna i protestanti sapeva che esistevano ma averne uno in casa per lei è stato uno sforzo incredibile… Era molto taciturno, molto “tedesco”; poi in realtà dopo i due anni passati con noi si è totalmente italianizzato, ha sposato un’italiana… però allora portava con sé tutto il fascino di Berlino, tra l’altro la sua famiglia era di Pankow e dopo la divisione era rimasta al di là del muro… Il mondo mio e di mia nonna quindi era composto di tutti questi luoghi: l’America, il Canada, l’Argentina, l’Australia, Berlino… Tutti posti di cui sapevo tantissime cose attraverso le lettere dei parenti, e che nella mia percezione erano estremamente “vicini”. Per me Baltimora era un po’ come la Maremma, dove la mia famiglia da sempre andava con le bestie, cioè un posto in cui non ero mai stato ma di cui sapevo tantissime cose; paradossalmente mi era più estranea Reggio Emilia, di cui non sapevo quasi nulla.

Una dimensione straordinariamente moderna…

Non so… Ad esempio a Cerreto adesso non ci sono più bambini piccoli. I più giovani, che sono tre, hanno attorno ai dieci anni. Io certe volte li guardo e mi rendo conto che vivono in qualche modo su una lama, nel senso che potrebbero vivere la loro condizione sia come molto triste – perchè si tratta in definitiva di una condizione di solitudine – o al tempo stesso estremamente privilegiata… Dipenderà da loro, dal loro colpo d’occhio sul mondo; potrebbero essere gli ultimi del paese, cioè quelli che hanno avuto meno chances, oppure i primi del mondo, cioè gente che proprio perchè è partita da un piccolo paese è riuscita a non sentirsi inchiodata a nessun luogo…

Quindi una dimensione di “solitudine” che serve anche a responsabilizzarti, laddove nei gruppi più estesi di coetanei cittadini l’identità del singolo tende sempre a stemperarsi nella “compagnia”…

C’è anche il rovescio della medaglia: al mio paese i bambini sono costretti a passare dei lunghissimi periodi in cui giocano da soli. Può essere una maledizione ma può essere anche una benedizione, perchè allarga i tuoi orizzonti, i tuoi spazi interiori… In genere è la scuola, poi, la grande mannaia che taglia il collo ai ragazzini montanari. La scuola fatica a seguire i ritmi dei singoli, e se qualcuno ha nella testa degli spazi un po’ più grandi la scuola provvede subito a limitarglieli. Certo, ci sono dei ragazzini che restano più “montanari” di altri, e sono quelli che avranno sempre bisogno di grandi spazi di solitudine, di andare per lunghe ore a camminare nei boschi a cacciare gli animali, di fare quelle cose che si sono sempre fatte lontano dalla città. Con loro mi rapporto benissimo, sono assolutamente in grado di capirli ed anche di sostenerli. Io sono grande e loro sono bimbi, però ci si capisce molto bene…

Leggevo in una tua recente intervista su L’Unità che il viaggio in Mongolia è stato «un viaggio di quelli che da bambino ti immagini sempre che sarà il viaggio della tua vita»…

Si, la Mongolia era un posto che non apparteneva al mondo famigliare… Ci è entrato perchè era, di tutto il mondo, proprio ciò che noi non conoscevamo, e poi perchè… dunque, io ho da sempre questa passione per gli animali ed in particolare per i cavalli; la mia famiglia abita in quella che adesso è casa mia da almeno mille anni, e da probabilmente altrettanti alleva animali. È una questione genetica: quando si è conclusa la storia dei CCCP e ci siamo per così dire “divisi la cassa”, io con i tre milioni e mezzo a testa che ci sono toccati mi sono comperato un cavallo. Sono andato in giro finchè non ho trovato la cavallina che mi piaceva, ed una volta trovata mi sono reso conto che – forse proprio per una memoria storica trasmessa geneticamente – senza averlo mai studiato già sapevo tutto quello che c’era da sapere sull’allevamento dei cavalli, su come domarli… Io e mio fratello siamo i primi della nostra famiglia ad essere nati nel mondo moderno, cioè senza doversi rapportare all’allevamento degli animali come questione di sopravvivenza: lui ha sette anni più di me e ce l’ha fatta, è completamente nella modernità, è un perito industriale e non ha nessun rapporto con il mondo degli animali. Io invece non ce l’ho fatta; a me la mancanza della vicinanza degli animali mi impedisce di godermi la vita. Ecco, da bambino la Mongolia era per me uno spazio di fantasia totalmente mio, diverso dagli altri spazi da cui ci arrivavano le lettere dei parenti. Avevo scelto la Mongolia perchè il sussidiario di scuola la descriveva come l’ultimo luogo al mondo dove c’erano ancora i nomadi, dove gli uomini sono tutti pastori, allevatori e cacciatori, dove il cielo è pieno di aquile e la terra è piena di animali…

Com’è stato il confronto con la realtà?

Siamo arrivati in Mongolia con la Transiberiana, 5.700 chilometri di ferrovia, che è stato un viaggio di avvicinamento assolutamente necessario. In genere non mi piace piombare in un posto di colpo, dal cielo; secondo me metà di ogni viaggio consiste nell’avvicinamento alla meta e solo il resto è esplorazione. Avevamo un piccolo appartamento in centro a Ulan Bator: io sono entrato in casa, mi sono spogliato, mi sono lavato perchè erano cinque giorni che stavo in treno dove non c’era che un filo d’acqua per ogni vagone, quindi sono uscito sul terrazzo. Ho alzato gli occhi al cielo e la prima cosa che ho visto è stata… un’aquila che stava planando su di me.

L’aquila del sussidiario!

Infatti la prima cosa che mi sono detto è stata: «ma allora è vero, è assolutamente vero!»… Poi, la prima sera che siamo usciti dopo aver dormito un’intera giornata per riprenderci dal viaggio, appena siamo arrivati nella piazza centrale di Ulan Bator insieme a noi è arrivata una mandria di cavalli al galoppo che hanno attraversato la piazza in diagonale uscendo da un viale di circonvallazione e disperdendosi quindi per le vie interne della città.

Regia perfetta…

Così la prima sensazione che mi ha trasmesso la Mongolia è stata che tutte quelle cose che stavo vedendo per la prima volta io in realtà già le conoscevo dai miei sogni di bimbo. Sotto questo punto di vista il viaggio in Mongolia ha mostrato di essere arrivato esattamente al momento giusto: a metà della mia vita, quando avevo bisogno di liberarmi di tutta una serie di scorie accumulate negli ultimi vent’anni. Scorie che erano significative nel momento in cui le avevo accumulate come esperienze, ma che erano state incapaci di produrre qualcosa di duraturo, e dunque al momento erano veramente scorie e basta. Come un computer in cui hai il 99% della memoria occupato ed hai ancora un sacco di cose da metterci dentro; a quel punto o scarichi qualcosa e fai spazio oppure sei finito… Ecco, visto che io in quel momento anzichè finito mi sentivo assolutamente agli esordi, allora ho dovuto fare pulizia nel mio hard-disc per potere di lì in avanti cominciare a caricare nuovi dati. Il viaggio in Mongolia è stato esattamente questo. Tra l’altro, per una serie di coincidenze assolutamente casuali e non volute, per arrivare in Mongolia che era il luogo mitico della mia infanzia sono dovuto passare proprio attraverso la Russia, che è stato il luogo mitico della mia adolescenza, il luogo dell’ideologia e dell’impegno. Adesso che il viaggio all’indietro si è concluso posso dire che l’infanzia ha vinto sull’adolescenza dieci a uno… Io sono tornato dalla Mongolia con la mente assolutamente svuotata di tutto tranne che delle quattro verità fondamentali che mi aveva insegnato mia nonna durante la mia infanzia a Cerreto: quelle hanno retto tutta la traversata della Siberia, l’arrivo in Mongolia, tutte le esperienze inebrianti avute laggiù fino al ritorno in Italia. I quattro insegnamenti di mia nonna sono rimasti, ed anzi adesso valgono ancora di più. Tutto il resto si è perso per strada.

Ad esempio?

Mia nonna mi ha insegnato a non fregarmi. Mia nonna era un essere molto religioso, ma in maniera estremamente laica, incapace di essere bigotta perchè l’essere bigotti era una cosa che non apparteneva alle nostre terre. I paesi di quello che si chiama il “crinale” appenninico sono paesi di antica tradizione cristiana, ma è un Cristianesimo molto strano, visto che in tutte le montagne non esiste neanche un crocefisso. Noi siamo legati ad un’idea religiosa che è tutta giocata sull’iconografia della Madonna e del bambino: il crocefisso sta in chiesa ma non lo guarda nessuno, tutti vanno a pregare davanti alla Madonna, tutto il paese è pieno di madonne, ogni casa ha la sua Madonna. Anche se siamo emiliani veneriamo la Madonna toscana, la Madonna dei pastori e dei montanari. Quindi c’è questo forte senso religioso, ma tendente quasi più al paganesimo che al cattolicesimo; e in tutto ciò quello che mia nonna mi ha insegnato è stato di fare, ogni sera, l’esame di coscienza, cioè prima di dormire uno si mette là, pensa alle cose successe durante la giornata, cerca di scusare gli altri, si prende le proprie responsabilità e soprattutto non si frega. Uno può fregarsi quando va a scuola, con gli amici al bar, perfino di sotto in cucina; ma fregarti quando sei a letto da solo prima di addormentarti non si può… Questo per me è rimasto fino ad oggi l’approccio fondamentale alla vita, l’ho imparato a due anni e rimane ancora valido: io non mi posso fregare… L’altro insegnamento fondamentale di mia nonna sono stati gli affetti familiari. La nostra famiglia, emiliana con influenze toscane, ha sempre rispecchiato un modello patriarcale su base femminile: il patriarca, cioè, è la nonna, secondo una concezione assolutamente matrilineare dell’esistenza… In questa concezione è l’idea stessa di famiglia ad essere molto spuria, cioè il contrario esatto della classica famiglia nucleare padre-madre-un-figlio. Famiglia per me vuol dire avere degli zii e dei cugini molto alla lontana che però sono parte integrante del cuore della famiglia. Io ho una mia cuginetta che se dovessimo metterci a definire la parentela penso che saremmo al dodicesimo livello, e forse non riusciremmo neppure più a ricostruirla, però anche lei è assolutamente parte del cuore della nostra famiglia, come fosse mia nipote figlia di mio fratello. La famiglia è un’entità molto molto vasta; la famiglia è piena di zii, di zie, di parenti alla lontana, di gente che ritorna, di gente che s’era persa; di gente occasionale che passa e si ferma per un certo periodo dentro la famiglia e poi, visto che siamo tutti di passaggio, va da un’altra parte e dopo rimangono le lettere e i ricordi. Tutta la polemica anni Settanta sulla famiglia che uccide, sulla necessità di reinventarsi una vita secondo ideali più comunitari, a me sempre sembrata un paradosso perchè per me la famiglia è esattamente quello, un misto tra una famiglia ed una comune, in cui ci sono dei legami determinati dal sangue ed altri determinati dalla occasionalità più sfacciata che possono diventare altrettanto saldi. Lo stesso Consorzio nasce da un’idea di famiglia patriarcale basata sulle donne…

Chi è, allora, la “grande matriarca” del Consorzio?

Mmh, non esiste… o meglio, per certi versi potrebbe essere la Daniela, la moglie di Massimo [Zamboni]. Le cose più importanti del Consorzio compresa la nascita dei Csi sono nate a tavola, in cucina, con la Daniela che fa da mangiare. La Daniela è l’unica in grado di risolvere tutti i problemi che si creano all’interno dei Csi, dove ci sono personalità fortissime a volte in contrasto che è difficile mediare. I primi dischi dei Csi li abbiamo fatti con la Daniela che si occupava della cucina, che vuol dire il benessere psichico oltre che fisico di tutti quanti. La Mara [Redeghieri, degli Ustmamò] ad esempio sta acquisendo all’interno del Consorzio un ruolo molto forte, matriarcale…

La sua storia è per certi versi molto simile alla tua, anche lei è l’unica giovane che ha scelto di vivere in un paese di vecchi…

Si, anche lei è tornata a vivere nella casa dei suoi nonni…

Siamo al terzo insegnamento…

La terza cosa che mi ha insegnato mia nonna è che una casa non è una casa se non hai attorno a te degli animali. Gli animali sono fondamentali al benessere dell’uomo. Allevare animali insegna ad allevare gli uomini: se tu non sei in grado di allevare dei cavalli non sei in grado di crescere dei bambini. I genitori tendono a costringere i figli a fare quello che loro non hanno fatto. Un allevatore invece alleva il suo animale secondo le capacità dell’animale stesso; il colpo d’occhio dell’allevatore è in grado di dire se quel cavallo è più adatto alla corsa piuttosto che ad un’altra cosa, e quella sarà la cosa per la quale lo addestrerà. La mia vita da quando dieci anni fa ho ricominciato ad avere animali in casa è assolutamente migliorata, ed anche in questo mia nonna aveva ragione. La capacità di avere rapporti più soddisfacenti con gli umani passa da una stalla; se sei attento con gli animali lo sarai anche con gli uomini.

In conclusione, quindi, nel grande spazio vuoto che hai trovato tutto attorno a te a Ulan Bator hai fatto quello che potremmo chiamare un grande “esame di coscienza”?

Più durante il viaggio attraverso la Siberia che durante la permanenza in Mongolia. Anzi, l’esame di coscienza è stato obbligatorio nel momento stesso in cui sono sceso dalla scaletta dell’aereo a Mosca, dove tra l’altro i CCCP fecero il loro ultimi concerti, ed è durato per tutto il viaggio in treno. La Siberia da questo punto di vista è in grado di macinare tranquillamente il negativo di un’intera vita. Lo spazio è talmente abnorme… entri in una dimensione in cui la quantità delle cose è di per sé qualità. C’è tanto cielo, tanta aria, tanta terra, tanta acqua… ma questo “tanto”, che nel mondo occidentale io tendo sempre ad identificare con un carattere negativo, con il “troppo”, là invece rimane il tanto, che è il qualcosa da cui puoi sempre attingere senza che te ne manchi mai…
Arrivato a Ulan Bator ero quindi già “svuotato” delle cose inutili, e pronto a ricaricarmi. La cosa strana è che lì, a quel punto, ho rivissuto uno dopo l’altro tutti gli scenari della mia infanzia. Dal primo giorno che sono entrato in una casa di mongoli per fare colazione, beh… la vecchia signora era esattamente mia nonna, il bambino di casa ero io, i cani di casa erano i miei cani… Questo insieme di vissuti umani per me sorprendenti ha avuto la sua apoteosi nell’incontro con una signora mongola madre di due figli con la quale ci siamo intrattenuti a chiacchierare raccontandoci storie e facendoci anche dei regali, e che dopo tutto un pomeriggio che parlavamo mi ha detto «l’insegnamento della vita che io ti lascio è questo: occorre essere attenti per essere padroni di sé stessi», che è stata una bella stilettata al cuore visto che mi stava citando pari pari una delle canzoni a cui tenevo di più… Capisci? da una vecchia signora mongola che poteva essere mia nonna…
Comunque il viaggio in Mongolia mi ha fatto tornare quella voglia di viaggiare che negli ultimi dieci anni avevo un po’ perso, una voglia di conoscere meglio tutto il Centro Asia, verso cui provo una grande affinità. So che da quelle parti ci sono ancora molte sorprese, per me, da scoprire. Sono paesi che prima del crollo dell’Unione Sovietica era addirittura impossibile vedere, se non attraverso percorsi obbligati, molto turistici ed esterni. Ora invece è tutto possibile: può essere pericoloso, può essere difficile, ma è possibile. Non c’è più un’autorità totale che ti dice quello che puoi e quello che non puoi fare. È un mondo “vuoto”, anche nel senso che lo spazio è abnorme rispetto alla quantità di gente che lo abita: la Mongolia ha due milioni e mezzo di persone ed è grande quattro volte l’Italia, il che vuol dire che una famiglia di medi allevatori ha a disposizione uno spazio pari all’intera provincia di Reggio Emilia per far pascolare settanta cavalli, trecento yak, duecento pecore e un po’ di cammelli. C’è un’abitudine a vivere nel vuoto, il vuoto degli spazi ma anche quel “vuoto” che per qualcuno ha significato la mancanza di sicurezza successiva al crollo del potere politico centrale. È comunque una cosa che senti nell’aria, ed ancora una volta sono le donne quelle che hanno reagito meglio al cambiamento, ad esempio organizzando tutta quella rete di commerci legali e semi-legali che oggi è alla base della sopravvivenza di tutto il Centro Asia.

Com’era Mosca rivista oggi?

Al ritorno dalla Mongolia avevamo in programma di fermarci una settimana a Mosca; in realtà dopo due giorni abbiamo scoperto che quarantott’ore erano più che sufficienti… Mosca adesso è veramente una tristezza infinita. A Mosca ho subito lo choc più forte di tutta la mia vita nel vedere le signore di mezza età che per fare qualche soldo vendono per strada e alle fermate del metrò le loro piccole cose fatte a mano: i centrini, i sottobicchieri… Donne assolutamente uguali a mia madre o a mia zia; donne che hanno lavorato tutta una vita facendo l’operaia o l’astronauta e che si ritrovano, per una cambiata situazione politica, con una pensione che non basta nemmeno per fare la spesa un giorno. Eppure le guardi e vedi che sono vestite con una loro dignitosa eleganza, che non hanno nessuno dei “segni” che siamo abituato ad attribuire alla povertà. Per questo mi hanno sconvolto perfino più di quando ho visto la povertà del Sahara ed i bambini con le pance gonfie e le mosche attorno agli angoli della bocca. Perchè quella è una situazione che per quanto terribile riesci almeno a spiegartela in termini di economia globale: sappiamo che la nostra è una fascia privilegiata, e sappiamo che invece c’è tutta una fascia che vive facendo i conti con la fame. Quelle donne di Mosca invece sono spaventosamente “simili” a noi… E l’altra cosa che mi ha sconvolto di Mosca è stata la commistione tra il residuo della politica comunista e l’affacciarsi della politica organizzata, il peggio dell’uno e dell’altro, e genera situazioni che ti fanno veramente voglia di essere il Punitore…

E le giovani generazioni?

Metà gioventù è assolutamente spaesata, e io credo che sia la parte migliore, quella che fa più fatica ad orientarsi ed a creare nuove strade, e che per questo talvolta finisce nei giri della criminalità. L’altra parte, quella che si dá da fare nelle situazioni “ufficiali”, ti intristisce perchè vedi che alla fine sono ragazzi che si riducono a fare i commessi della Coca Cola o di McDonald’s, e l’idea che un paese come l’Unione Sovietica lasci come unica chance ai propri giovani di andare a vendere hamburger e pollo fritto è di nuovo una tristezza infinita… Per cui poi disprezzi i malavitosi, ma nello stesso tempo ti rendi conto che loro sono i più forti, i più infami, ma sono anche quelli che hanno reagito meglio ad una situazione di collasso assoluto. In Siberia arrivi nelle stazioni delle città che sono state le grandi città industriali dell’Unione Sovietica e ti sembra di entrare in una zona archeologica. Le città industriali del Comunismo sono ripiombate nei problemi di prima di settant’anni fa e sono dei fantastici reperti archeologici fantasma. Le fabbriche sono chiuse e cadenti, la gente sopravvive perchè tutti hanno imparato a rifarsi l’orto e a seminarsi le patate, e paradossalmente circolano perfino più soldi di quanti se ne riescano a spendere, visto che laggiù non arriva assolutamente nessun tipo di merce. Quando la Transiberiana entra nelle stazioni sembra di vedere una scena del Dottor Zivago: i marciapiedi sono pieni di gente con in mano pacchi di soldi che aspetta solo di comprare qualunque cosa i contrabbandieri mongoli gli offrano dai finestrini del treno, dai catini di plastica agli impermeabili. Perchè, come diceva la nostra guida mongola, «quando i russi hanno scoperto la perestrojka si sono dimenticati della Siberia». E ancora una volta queste persone che aspettano in stazione non sono assolutamente dei pezzenti, è gente di grandissima dignità, che ha lavorato tutta la vita, potrebbero essere i nostri genitori.

C’è un titolo nel vostro nuovo disco che dice M’importa ‘na sega e che io, non so perchè, immagino pronunciato da Ugo Tognazzi in una delle sue interpretazioni “toscane” tipo il conte Mascetti di Amici Miei. Dopo tutto quello che mi hai raccontato presumo non sia esattamente un inno al “disinteressarsi di tutto”…

Beh, è la traccia finale del disco, è un po’ la “morale” di tutto il lavoro… M’importa na sega è una scritta che abbiamo visto io e Zamboni diciassette anni fa a Firenze, ed era il nome di un gruppo, un gruppo di ragazzini che è esistito per tre o quattro mesi: «m’importa ‘na sega», detto proprio alla toscana. Noi siamo rimasti affascinati a occhi sbarrati di fronte a questa scritta e ci siamo detti «cazzo, ci vorrebbe davvero un gruppo di ragazzini che fa musica moderna e si chiama i M’importa ‘na sega!», ma al di lá del nome, ovviamente, la sostanza, cioè l’approccio al mondo da ragazzino che dice “m’importa ‘na sega” e su questo costruisce il suo modo e il suo mondo.

Che non significa però fregarsene di tutto e di tutti…

Assolutamente. Dal mio punto di vista M’importa ‘na sega è una canzone piena di buoni sentimenti positivi, che invita alla tolleranza: nel senso che è come se tu dicessi «le cose che mi stanno realmente a cuore, quelle su cui mi sento di essere intransigente, sono pochissime; le altre, quelle su cui posso accettare dei compromessi, sono milioni di più e – a conti fatti – m’importa ‘na sega»… Se uno riesce a farsi un esame di coscienza ed a scoprire quali sono le tre cose irrinunciabili della vita, di tutte le altre potrà ben dire m’importa ‘na sega… Quindi non è il “me ne frego”, è l’esatto contrario, è qualcosa di estremamente partecipato e voglioso di bene. È venuta fuori perchè dopo aver aspettato quindici anni che venisse fuori un altro gruppetto punkettone come i CCCP – che erano veramente e visceralmente m’importa ‘na sega – abbiamo dovuto concludere che l’unico gruppo realmente m’importa ‘na sega che abbiamo conosciuto in questi anni sono state le mondine di Correggio, che ad oltre ottant’anni di età ciascuna sono una grande esemplificazione del senso positivo di m’importa ‘na sega. Quando ci siamo messi a lavorare al Tabula Rasa Elettrificata, per come stavano procedendo le cose ad un certo punto io mi sono alzato e ho detto agli altri: «oh, ho il titolo di una canzone, si chiama M’importa ‘na sega, tiratemi fuori la musica». Alla fine è stata l’ultima canzone ad essere stesa, scritta e registrata, però già dal terzo giorno che eravamo in studio tutti sapevano che nel disco ci sarebbe stata una canzone che si intitolava M’importa ‘na sega… Zamboni giustamente, a posteriori, ha detto che il “gruppetto punkettone quindici anni dopo i CCCP” siamo noi, e ciascuno di noi deve prendersi la sua parte di responsabilità in merito; è inutile che aspettiamo che arrivino i ragazzini a cantarla per noi, M’importa ‘na sega la urlo io, sul palcoscenico, a 44 anni, e son contento e ringrazio Dio. Il concerto del Primo Maggio a Bologna e quello a Milano l’abbiamo aperto con M’importa ‘na sega e Matrilineare.

Che sono un po’ i binari-guida lungo i quali scorre l’album?

Al contrario. Musicalmente sono le due cose più di cattivo gusto dell’intero disco, quelle più vicine ai CCCP e più lontane dai Csi; quelle più “energia pura” e più verso l’esterno. Sono anche le ultime due canzoni dell’album, e quindi in qualche modo sono quelle con le quali si tirano le somme dell’intero lavoro. Il disco racconta il viaggio in Mongolia, ma in realtà è un viaggio molto più psichico che geografico. La canzone di apertura ad esempio è dedicata a Mosca, ma a sentirla così non è che la cosa venga fuori per forza, non è così ovvio.

Tu hai tenuto un tuo diario di viaggio?

Si, si…

Però non pensi di farne un libro, un memoriale…

No, ne useremo dei pezzi piccolissimi in un libro fotografico di Alex, che era anche lui con noi in Mongolia ed ha fatto degli scatti bellissimi, in bianco e nero.

Non ti vedi come “scrittore”?

Per quindici anni mi sono tremendamente vergognato a dire che facevo il cantante; adesso che in Mongolia ho finalmente deciso che io «faccio il cantante» voglio approfittarne per un po’… Almeno finchè ho ancora l’energia per stare su un palco e cantare dentro un microfono. Quando comincerò ad avere problemi fisici probabilmente smetterò di cantare e forse mi metterò a scrivere. L’idea di scrivere dei libri è un’idea che trovo affascinante, ma ho deciso di relegarla ad una fase più matura della mia vita, alla vecchiaia.

Com’è entrata invece la Mongolia nel disco nuovo?

La Mongolia in realtà è una storia antica. Quando nel 1991 Gianni Maroccolo ci ha convinto, dopo tre anni di intense proposte, a ritornare sul palcoscenico come Csi, per qualche strano motivo io e Zamboni abbiamo posto come condizione che allora in cambio lui una volta o l’altra ci avrebbe dovuto aiutare ad andare a fare un viaggio in Mongolia. Alla fine in Mongolia ci siamo andati, la scorsa estate, e a questo punto non c’era dubbio che avremmo dovuto fare un disco sulla Mongolia. La questione però era che in Mongolia c’eravamo andati solo io e Zamboni, quindi si poneva il problema di dover raccontare quello che avevamo visto e vissuto in Mongolia agli altri Csi che invece non c’erano stati, e tra l’altro si trattava di esperienze difficilmente “raccontabili”, perchè se ti metti a raccontare fai un reportage, e quello che avevamo in mente noi era invece qualcosa di diverso. Bene: alla fine noi agli altri della Mongolia non abbiamo raccontato niente, assolutamente niente. Si è verificato ancora una volta quella specie di stato di grazia che accompagna spesso le cose dei Csi… uno stato di grazia che fa sì che le cose vadano a posto da sole, nonostante per i dischi si sia sempre litigato molto, perchè siamo persone tutte di forte personalità e al di là del fatto di volerci molto bene e di stimarci moltissimo siamo veramente molto diversi tra noi.
Il disco è cominciato a nascere una notte dopo le tre serate fatte al Cencio’s di Prato, a dicembre, con tutti i gruppi del Consorzio. L’ultima sera, dopo il concerto dei Csi, eravamo tutti insolitamente contentissimi; tra l’altro quelle tre serate erano una cosa che io non volevo assolutamente fare, sono stati Gianni Maroccolo e Giovanni Gasparini che si sono sbattuti per organizzarle. Insomma, lì al Cencio’s c’erano due palchi, uno molto grande e molto bello ed uno piccolino; noi Csi da veri signori l’ultima sera abbiamo lasciato il palco grande ai ragazzi ed abbiamo suonato su quello piccolo, che era veramente piccolo, ed anche un po’ sfigato. Fai conto che davanti c’eravamo io, Giorgio, la Gingi [Ginevra Di Marco] e Massimo in quattro con due spie; io a un certo punto sono salito su uno sgabello per ballare perchè era l’unico posto dove potevo farlo e sono subito caduto giù e lo sgabello si è rovesciato addosso a Massimo. Avevamo due fari celesti, due fari bianchi e uno rosso; una situazione da sala prove all’oratorio… Ma alla fine… non so come ma ci siamo divertiti come dei matti, come non ci succedeva da anni. Così, dopo due tourneé nei teatri classici con un pianoforte a mezza coda sul palco, ci è venuta la voglia di tornare a frequentare la sfiga, la dimensione “parrocchiale”, da ragazzini…

Qualcuno la chiamerebbe lo-fi, “bassa fedeltà”…

Ma non è stata una decisione a tavolino, è semplicemente successo: ci siamo trovati in mezzo, in quella serata al Cencio’s, e ci è piaciuto, ci ha dato un’energia nuova. Quando la mattina dopo ci siamo trovati a casa di Maroccolo a berci il caffé prima di andare a letto – e cinque giorni dopo saremmo entrati in studio per registrate il disco – ci siamo resi conto che dal concerto era già uscito un segnale fondamentale: cioè che il disco sarebbe dovuto essere di grande impatto, immediato, diretto e “povero” come era stata povera l’esibizione al Cencio’s. Il disco l’abbiamo registrato in un agriturismo ad una quarantina di chilometri da Reggio Emilia, vicono a dove abita Massimo e a dove abbiamo l’ufficio dei Dischi Del Mulo. Lo studio era allestito nel bar dell’agriturismo, e quando è stato pronto gli altri hanno subito cominciato a giocare con un paio di giri di basso, chitarra, batteria… Io per due o tre giorni non mi sono interessato a niente, li ho lasciati fare; poi una sera sono arrivato e c’era Maroccolo che suonava il basso IN PIEDI; lui, che da quando lo conosco l’ho sempre visto suonare seduto o meglio ancora sdraiato su un divano! E poi un basso che tirava, non un basso intellettuale, un basso vero! E poi Gigi che pestava sulla batteria, Giorgino che suonava la chitarra in maniera compatta, proprio “la chitarra”… Mi sono bloccato un attimo e poi ho detto: «cazzo, ragazzi, ma cosa volete? che mi metta ad urlare Emilia Paranoica? Ma va bene!!!». Mi sono attaccato al microfono e ho cominciato a cantare sovratono e urlato; ma così, per ridere. E invece non era solo per ridere…

Era un bisogno che si manifestava…

Esatto, era un bisogno che si manifestava. Poi poco per volta sono arrivate anche le atmosfere… però l’idea che è rimasta è quella di un disco di grande energia, un disco sul quale ti viene voglia di cantarci sopra “urlato”…

È curioso che un disco partito per raccontare un viaggio in Mongolia – e quindi grandi spazi, atmosfere un po’ sospese – esca fuori alla fine come un disco assolutamente… boom, un treno…

Si, ma ancora una volta non è stata una scelta determinata, è il disco ad essersi mostrato ingovernabile! E riguardo la Mongolia ricorda che c’era sempre il problema che in Mongolia c’eravamo stati io e Massimo, e gli altri no, e il disco doveva comunque uscire da un lavoro collettivo, tanto più che né io né Massimo a quel punto avevamo ancora “raccontato” agli altri cosa volevamo venisse fuori della nostra esperienza in Mongolia. Ascoltando i primi giorni di “giri” musicali provati in studio io ho cominciato a mettere giù delle parole che derivavano dai miei appunti di viaggio, e di fatto ho scritto “i testi”. Una sera poi sono arrivato in studio, mi sono messo al microfono e ho letto agli altri tutto quello che avevo scritto. Sono rimasti spiazzati; al punto che io temevo seriamente di aver bloccato qualunque sviluppo possibile del disco. Tra l’altro avevo anche chiesto che nel disco ci fosse, assolutamente, una cover dell’Om Mani Padme Om, perchè non esiste fare un disco sulla Mongolia senza metterci l’Om Mani Padme Om. Quindi ho lasciato sul tavolo il mio quadernetto con i testi scritti in bella calligrafia, me ne sono andato, e la notte successiva Giorgio, Ginevra e Gianni l’hanno passata in studio a cantare e montare l’Om Mani Padme Om. Massimo, che era rimasto a dormire lì per cercare di chiarirsi le idee sul da farsi, dopo tre ore che sentiva gli altri tre che cantavano l’Om Mani Padme Om ha capito che il problema di dover “raccontare” loro la Mongolia forse era un problema superato, che qualcosa era successo, e da quel momento in avanti il disco ha cominciato a nascere. Tra l’altro senza quasi litigare, che è una cosa stranissima perchè in genere lavoriamo sempre di mediazioni e di compromessi tra le opinioni di ognuno. Per esempio in Ko De Mondo ci sono un paio di canzoni che a me fanno cagare, ed altrettante Massimo; con Linea Gotica abbiamo litigato a bestia. Stavolta invece tutto è fluito talmente bene che non sono nemmeno avanzate canzoni “escluse” dal disco; io un paio di volte sono andato giù in studio proprio con il bisogno di litigare, con gli altri che mi guardavano con sufficienza come a dirmi «eh, ti capiamo, ma non contare su di noi per litigare»… E allora ho capito che, per stavolta, non avremmo litigato. Mai. È strano a dirsi, ma è stato facile. Anche quest’idea di svuotamento per la quale io e Massimo abbiamo fatto il viaggio in Mongolia: l’hanno recepita senza nemmeno dovergliela spiegare.

La tabula rasa del titolo è ovviamente un indice di questo “svuotamento” interiore…

Si, ma da solo non sarebbe bastato; elettrificata era necessario perchè questo è un disco elettrico, suonato…

Il disco con il quale tra l’altro incontrerete il pubblico di Jovanotti…

Di certo senza un disco come questo non ci sarebbe stato né il motivo né la voglia né il piacere di imbarcarci in un operazione del genere. Con Linea Gotica o con In Quiete non ce lo saremmo potuti permettere. Questo disco invece ha cambiato le carte in tavola; ci sta M’importa ‘na sega, ha veramente un’energia da gruppo di ragazzini punkettoni… Per Jovanotti ho una grande simpatia che è maturata attraverso gli anni. Lui in realtà l’ho conosciuto perchè ad un certo punto ai concerti dei CCCP il pubblico dei CCCP, mentre aspettava che uscissimo, era solito maledire Jovanotti con urla belluine. Non sapevo neanche cosa facesse, ma sapevo che stava sul cazzo al nostro pubblico… L’anno che ha partecipato al Festival di Sanremo l’ho visto per la prima volta intervistato al Telegiornale, che alla domanda “come ti senti il giorno prima di partecipare al Festival?” rispondeva dicendo «Mah, è molto bello, un po’ come la sera prima della Prima Comunione». Mi è sembrata un’affermazione grandiosa, enorme, talmente fuori dal mondo da essere assolutamente vera…
Dopodichè ho sentito la canzone che portava al Festival, Vasco, ma non mi è piaciuta; l’estate dopo però, quando sono andato a prendere la mia nipotina ed una sua cuginetta per portarle in montagna, lungo tutto il viaggio in macchina loro non hanno fatto che cantare per tutto il tempo «no Vasco no Vasco, io non ci casco», e sentita cantare da due bambine era veramente qualcosa di meraviglioso… Dopo lui ha fatto questo cambiamento radicale con Lorenzo, che io ho regalato subito alla mia nipotina, ed a quel punto è cominciato a piacere anche a me. Quello che gli riconosco è soprattutto una grande autenticità, che per chi fa il suo mestiere è probabilmente il pregio più grande; nel senso che stupido o intelligente, bello o brutto, simpatico o antipatico lui è sempre stato sé stesso. Ho cominciato a rispettarlo moltissimo, specie se paragonato al livello medio umano della scena in cui si muove. Jovanotti poi è un grande fan dei Csi. È stato lui, dopo aver ascoltato i provini di Tabula Rasa Elettrificata, a dire in Polygram quanto gli sarebbe piaciuto averci in tour con lui, e solo che non aveva il coraggio di chiedercelo, perchè aveva paura che gli avremmo risposto di no in malo modo. Poi però c’erano troppe cose che puntavano in questa direzione, così alla fine gli “abbiamo fatto sapere” che se a lui faceva piacere averci in tourneé per noi non c’era alcun problema. Ci piaceva l’idea di fargli da supporter, ma proprio da “supporter” e basta, cioè non “collaborazioni” o scambi per cui non avremmo il tempo e che comunque non avrebbero nemmeno molto senso. In definitiva tra noi e Jovanotti sono diversissime le storie, diversissimo l’approccio culturale, diversissimi gli interessi ed anche quello che ti piace del mondo: del mondo Jovanotti ama il Sud, i Csi il Nord, ma è l’approccio al mondo ad essere lo stesso. La sua storia e la nostra storia sono diversissime, però c’è questo punto di contatto che è l’approccio. Probabilmente, ed è una cosa che scopriremo in tourneé, anche lui potrebbe condividere il m’importa ‘na sega dei Csi. Anche lui in fondo – e questa è una cosa che io sento fortissima – è stato costruito da una nonna…

Fabio De Luca

Written by sistemielettorali

13 giugno 2009 a 14:27

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