Sistemi elettorali

All’origine della manipolazione manageriale

with 3 comments


Siamo passati troppo in fretta per accettarlo; dalla religione del lavoro alla flessibilità del lavoratore, oggi a libro paga, domani non si sa. Superati gli astratti furori della fine del lavoro e dell’ozio creativo, siamo ripiombati nel lavoro necessario alla sopravvivenza, che sottutilizza le competenze, la scolarità, il potenziale delle persone e discrimina per appartenenza, sesso, etnia, luogo di nascita, facendo balenare ai sempre meno e peggio occupati l’illusione che sia necessario lavorare di più per stare meglio e che stiamo costruendo la società dell’iperindividualismo.
Infelici e scontenti, quelli che il lavoro ce l’hanno scoprono presto la realtà dei discorsi manageriali, le incoerenze e le incompatibilità interne, il comportamento di chi propugna l’autonomia del lavoro, ma fissa obiettivi da raggiungere, chiede l’allineamento dei dipendenti fino sui valori, valuta le prestazioni in rapporto alla produttività collettiva, pretende trasparenza e non comunica. 
Queste contraddizioni hanno cause e conseguenze diverse, che si prestano a differenti interpretazioni. Michela Marzano, ricercatrice del CNRS e professore di filosofia, compie un’analisi deconstruzionista del linguaggio manageriale e trova che la sostanza della vita in azienda non è cambiata con l’evoluzione del taylorismo, che è stata compiuta più al servizio dei dividendi degli azionisti che del benessere dei lavoratori. Nel libro “Extension du domaine de la manipulation”, Grasset, Paris, 2008, sostiene che «la religione del lavoro è la risposta angosciata dei Moderni alla svalutazione delle virtù, iniziata dai moralisti francesi del XVII° secolo” e segna un approccio economicista del mondo, che uno slogan da manuale di management potrebbe riassumere con “Adam Smith ne ha sognato, i responsabili delle Risorse umane l’hanno fatto!”. 
Il perché, secondo l’autrice, sta nel fatto che le aziende sono sempre state luoghi di abuso del potere, la novità attuale è “la tentazione di mascherare – per mezzo del nuovo linguaggio manageriale – i nuovi abusi”. Il riferimento economicistico, i modelli aziendali e le politiche delle Risorse umane si sono estese a più ampi terreni di manipolazione, che riconoscono il compimento di sé nel lavoro e la subordinazione di tutto il resto a quello che è il valore aggiunto dato dall’attività umana nella produzione.
Il lavoratore ha il benessere a portata di mano, dei successi e delle sconfitte, che ottiene in attività dotate di autonomia e libertà professionale, è il solo responsabile. Chi si realizza nel lavoro è il nuovo eroe riconosciuto dalla società, è il senso della manipolazione manageriale. 
Il peggio di questa manipolazione per Michela Marzano sono quelle conciliazioni tra autonomia e conformismo in azienda, tra vita lavorativa e vita sociale, che tecniche come il coaching vorrebbero realizzare. 
“Colpevolizzati dalle chiacchiere alla moda, che cercano di renderli responsabili delle proprie ’carenze’, sempre più persone credono di trovare nel coach qualcuno capace di aprire le porte del successo”. 
I manager finiscono con l’essere artefici e vittime di questa manipolazione e dei suoi misfatti: la visione monocentrica dei problemi, il coinvolgimento totale e senza valvole di sfogo negli obiettivi, le crisi familiari e identitarie frequenti sono i prezzi che pagano e che la crisi può aiutare a comprendere. 
Il libro della Marzano è una bella argomentazione filosofica, che affascina.  E’ un’utile occasione per riconoscere i comportamenti di direzione aziendale all’origine della recessione.

Written by sistemielettorali

8 giugno 2009 a 04:01

Pubblicato su Management, Risorse Umane

3 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Repubblica ieri ha pubblicato un’interessante intervista a Michela Marzano. Vi ripropongo integralmentel’articolo…

    La gabbia d’acciaio
    Come l’azienda manipola la vita
     
    Michela marzano, filosofa italiana che lavora in Francia: “Noi, dominati dalla sofistica manageriale” –
     
    Michela Marzano vive da una decina di anni a Parigi. Trascorre le sue giornate in biblioteca o al Cnrs dove lavora. La sua occupazione principale è pensare e scrivere. Ha 39 anni ed è una delle poche italiane che in Francia, paese dove ha pubblicato tutti i suoi libri, riscuote un credito indiscusso. Si è occupata di tematiche legate al corpo, un monumentale Dictionnaire du corp è apparso per l´editore Puf nel 2007, e tra qualche mese uscirà in traduzione per Mondadori.
    Di lei parlano i settimanali francesi. Le Nouvel Observateur l´ha inserita tra i cinquanta intellettuali più influenti in questo momento in circolazione. Le sue analisi sulla società hanno un peso e una ricaduta in Francia. Ha lavorato sulla pornografia e sul modo in cui oggi possiamo applicare quel difficile concetto che si chiama etica. Recentemente è uscita con un libro dedicato alla paura (Visage de peur). Lo scorso anno era apparso un saggio tradotto e pubblicato in questi giorni da Mondadori con il titolo Estensione del dominio della manipolazione (pagg. 202, euro 18).
    La tesi del libro è che c´è un pensiero manageriale che tende a uscire dall´ambito dell´azienda per invadere ogni parte della vita privata e sociale dell´individuo. A uniformarla. E lo fa in maniera subdola e seduttiva, apparentemente senza costrizione.
    «Lei pensi», osserva la Marzano, «all´immagine della “gabbia d´acciaio” che Max Weber usa per descrivere la condizione dell´uomo moderno. Quella situazione di impossibilità a evadere da una società fondata sul modello disciplinare si è trasformata in questi anni in qualcos´altro, in una gabbia d´acciaio riverniciata e riproposta come “gabbia dorata”».
    Si è passati dall´imposizione alla persuasione. Che cosa accade nella nuova gabbia?
    «Ciascuno è invitato a dare il suo “libero consenso” a ciò che ci si aspetta da lui, a conformarsi alle attese, a privilegiare i comportamenti socialmente condivisi e, se i risultati non arrivano, non può che prendersela con se stesso. È un processo di assimilazione fondato sulla seduzione della retorica. Si tratta di un modello manageriale fondato sulla dissimulazione dei vincoli: non sono io che ti chiedo obbedienza, ma sei tu che “spontaneamente” me la offri. È il prezzo dell´integrazione e del successo».
    Il successo è una componente della nostra società.
    «D´accordo, ma che succede se non ce la fai? Secondo questa ideologia tutti coloro che non riescono a imporsi sono considerati dei “falliti”, dei deboli che resteranno per sempre ai margini della società e del potere».
    Lei sostiene che la mutazione della logica aziendale è avvenuta passando dal fordismo e taylorismo al toyotismo. Cosa ha comportato questo cambio di prospettiva?
    «Il “toyotismo” è solo una tappa di una rivoluzione manageriale che promette ai più devoti felicità e benessere. Poco importa se poi la stragrande maggioranza delle persone si trovano prigioniere di una logica pericolosa che le svuota dall´interno».
    Il “toyotismo” è una nuova filosofia di lavoro, nata in Giappone, che corrisponde all´idea che una società non può essere retta solo da vincoli gerarchici. Lei lega la nuova visione aziendale alla caduta della vecchia società disciplinare. Da che cosa è stata sostituita?
    «Da un nuovo ordine in cui i “diversi” gli “anormali”, tutti coloro che non ottengono il successo sperato, si ritrovano ancora una volta ai margini della società. Dietro la retorica contemporanea che valorizza la libertà e l´autonomia personale, si nascondono nuove regole e nuove norme di comportamento».
    A questo proposito lei descrive l´esperienza del coaching, termine preso in prestito dal linguaggio sportivo. Il coach non è un filosofo né uno psicoanalista. Non è neppure un controllore di anime, è piuttosto un motivatore. È quello che si prende cura del lavoratore, della squadra, in nome della produttività. Cosa vuol dire “prendersi cura”?
    «All´origine il “prendersi cura” era direttamente legato alla pratica della conoscenza: ognuno era invitato a comprendersi e a accettarsi a partire dalla propria specificità e differenza. Oggi si assiste a un obbligo e a una codificazione del prendersi cura: ognuno deve prodursi secondo una serie di ricette per arrivare a gestire le proprie emozioni, rinforzare l´auto-stima, controllare il proprio linguaggio e le proprie immagini. Lo scopo è quello di produrre un uomo conforme alle attese, impeccabile e perfetto».
    Un uomo che potenzialmente abbia le caratteristiche di un leader, anche se sprovvisto di carisma.
    «Non credo che il leader possa fare a meno del carisma. Per essere leader bisogna suscitare un certo entusiasmo. Il problema è semmai legato al tipo di carisma che oggi affascina. Nell´antichità esistevano degli eroi che catalizzavano l´attenzione del popolo e che erano pronti a sacrificarsi di fronte al pericolo. Oggi i leader promettono mari e monti, ma non sono mai disposti a sacrificarsi. Cercano una gloria immediata e quando parlano di sacrifici, si tratta sempre dei sacrifici degli altri. La loro abilità è soprattutto retorica. Gli esseri umani per loro non hanno alcun valore».
    Tra gli effetti dell´ideologia manageriale c´è la sua estensione alla politica. Il partito-azienda ne è un esempio. Non ritiene che l´aziendalizzazione della politica – sondaggi, marketing, eccetera – abbia prodotto indebolimento e banalizzazione della democrazia?
    «Tenderei a invertire il processo, nel senso che è la banalizzazione della democrazia a rendere possibile l´aziendalizzazione della politica. Il vero problema della contemporaneità è che la democrazia si è svuotata dall´interno, riducendosi a una serie di pratiche formali. Non basta ottenere la maggioranza dei voti per parlare di democrazia».
    E cosa dovrebbe fare una democrazia?
    «Dovrebbe avere il compito di garantire un certo numero di diritti e di promuovere una serie di valori. Oggi attraverso i sondaggi, il marketing e più generalmente la manipolazione dell´opinione pubblica e la costruzione del consenso, la democrazia non garantisce più nulla, non promuove più alcun valore».
    Lei si è occupata in un libro del tema della paura. Non ritiene che l´uso strumentale di questo sentimento rilanci un´idea di società disciplinare, costruita sul controllo e la repressione?
    «È un esito più che probabile. La paura, che è un´emozione umana che tutti conosciamo e che può a volte essere salutare, soprattutto quando ci avverte di un pericolo e ci spinge a mobilitare le nostre risorse interne per superarlo, è oggi completamente strumentalizzata».
    In che modo?
    «La strumentalizzazione comincia quando si cerca un capro espiatorio, quando si dice alla gente che per superare la paura bisogna cacciare gli stranieri, accettare le milizie armate nelle città, o ancora considerare normale il fatto che le persone siano schedate in base al loro Dna. È allora che la paura diventa una forma di panico e che tutti coloro che non sono conformi sono guardati come pericolosi: non si ha più fiducia in nessuno e la società non si fonda più sul dialogo e l´accoglienza ma sul controllo e la repressione».
    Cosa c´è dopo la manipolazione?
    «Se non si riesce a uscirne, il rischio è il ritorno di forme di totalitarismo. Come lo spiegava bene il nipote di Freud, Edward Bernays, nel suo libro sulla propaganda, coloro che riescono a manipolare l´opinione pubblica, creano progressivamente una forma di governo invisibile che dirige un paese. E il passaggio dal governo invisibile al totalitarismo è breve».
    Lei ha una formazione filosofica, ha studiato a Pisa con Remo Bodei. Colpisce una sua affermazione per cui la filosofia avrebbe trascurato l´indagine sulla società. La filosofia deve sostituirsi alla sociologia?
    «Anche se in questi ultimi decenni molti filosofi si sono trincerati nella loro torre d´avorio, dietro un sapere ultra-specialistico e lontano dalle preoccupazioni della gente, la vocazione della filosofia resta sempre la stessa: analizzare in modo critico l´epoca in cui si vive, cercando di fornire una serie di strumenti per ragionare e per decostruire i linguaggi e le immagini e i codici culturali e sociali che ci circondano. Lo scopo di un filosofo, per me, non è quello di “fotografare” la società come fanno i sociologi, né di dare delle ricette di vita, come fanno molti coach, ma di permettere alla gente di acquistare una distanza critica di fronte ai nuovi sofismi, per esempio quelli del management aziendale o del linguaggio dei media, e quindi di non essere più succubi delle ambiguità della lingua che rappresenta un´arma nella mani di coloro che hanno il potere politico, dei media, dei soldi».

    ANTONIO GNOLI, la Repubblica 25/6/2009

    sistemielettorali

    26 giugno 2009 at 15:33

  2. da L’Espresso.

    Marzano: «Non è vero che il lavoro rende felici»

    Roberto Bertinetti

    La studiosa italiana è stata inserita dal “Nouvel Observateur” tra i pensatori più importanti di Francia Neppure quarantenne, Michela Marzano insegna a Parigi dove è arrivata nel 1998 con una laurea conseguita alla Normale di Pisa e di recente è stata inserita dal Nouvel Observateur tra i pensatori più importanti di Francia. Il suo ultimo libro è dedicato ai mutamenti avvenuti nell’intero Occidente, in particolare nel mondo del lavoro, dopo che si è imposto un modello che lei giudica estremamente pericoloso. Si intitola “Estensione del dominio della manipolazione” (Mondadori, pagg. 202, euro 18,00) e propone un’analisi lucidissima di una contemporaneità in cui il pensiero manageriale esce dall’ambito che gli è proprio (quello delle aziende) per invadere ogni parte dell’esistenza. «Il modello che trionfa è quello del perfetto imprenditore capace di riuscire nella vita esattamente come riesce nel lavoro. Ma si tratta di un modello fittizio che ha come unico fine il trionfo del conformismo. Se a volte sono feroce è perché questo modello impedisce alle persone di accettare la propria specificità, la propria differenza, la propria fragilità», spiega.
    Quando ha cominciato a manifestarsi la rivoluzione del senso del lavoro che lei esamina?
    «Si tratta di un’ideologia globale che inizia a diffondersi nell’intera Europa durante gli anni Ottanta, quando i nuovi metodi di gestione che arrivano dagli Stati Uniti impongono la mitologia del self made man. In altre parole, ognuno è chiamato a diventare imprenditore della propria vita secondo la massima: basta volere per potere. L’idea che trionfa è che per riuscire ad essere un ‘winner’ bisogna prima di tutto riuscire nel proprio lavoro, imponendosi agli altri, a qualunque prezzo. Tutti coloro che non riescono ad imporsi sono considerati dei falliti, dei deboli che resteranno per sempre ai margini della società e del potere».
    Attraverso quali strategie le imprese sono riuscite a saldare ambito lavorativo e vita privata?
    «Oggi il lavoro da semplice mezzo diventa un fine, il fine della vita di ognuno di noi, viene presentato come il principale traguardo per la realizzazione personale, un concetto che va ben oltre la dimensione professionale e include il benessere della parte più intima del sé. Sono significative in proposito le parole pronunciate da Christine Lagarde, ministro francese dell’economia, nel luglio del 2007, al momento della sua investitura davanti all’Assemblée Nazionale: ‘Il lavoro è essenziale all’uomo per condurre una vita equilibrata, indispensabile all’individuo per sentirsi realizzato e per sviluppare al meglio le sue potenzialità’, ha detto. In questo senso, il lavoro è stato progressivamente presentato come ciò che dà un senso alla vita. E così non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare».
    Il discorso manipolatorio dei manager, scrive, è sempre “accattivante e menzognero”. Ci può spiegare perché e come funziona?
    «La stragrande maggioranza delle persone si trovano prigioniere di una logica pericolosa che le svuota dall’interno: la separazione tra la sfera privata e la sfera pubblica è sempre più sottile; la ‘privatizzazione dello spazio pubblico’ e la contemporanea “pubblicizzazione della sfera privata” sembrano dare ragione a Hannah Arendt quando la filosofa opponeva l’opera al lavoro e definiva il secondo come ciò che ‘gira indefinitamente nel vortice sempre uguale dei processi biologici degli organismi viventi, dove fatica e dolore hanno fine solo con la morte degli organismi medesimi’. In questo senso il discorso è accattivante perché promette il benessere e la felicità unicamente grazie al lavoro, ma è menzognero perché in realtà quando tutto si riduce al lavoro non esiste più alcuno spazio di libertà, alcun margine di manovra, alcuna possibilità di realizzarsi personalmente».
    È la ricerca esasperata del profitto, a suo giudizio, la molla che ha fatto scattare il cambiamento di strategia?
    «Il problema non è la ricerca del profitto. Senza profitto, un’azienda soccombe. Il problema interviene nel momento in cui per massimizzare i profitti, si cerca di ottenere l’adesione dei lavoratori agli obiettivi dell’azienda attraverso una retorica che non ha più niente a che vedere con il lavoro. Oggi i dipendenti sono spinti non soltanto a essere efficienti, ma anche a credere nella propria mission, e a avere la certezza di potersi realizzare unicamente grazie al lavoro».
    Come si esce dalla trappola della finta autonomia dei dipendenti che non possono certo mettere in discussione gli obiettivi da raggiungere decisi dall’azienda?
    «Bisognerebbe avere l’onestà di chiamare le cose col loro nome. Che gli obiettivi vengano decisi dall’azienda, mi sembra normale. Il problema è quello di voler assolutamente parlare di autonomia solo perché oggi l’autonomia è valorizzata ed è alla moda, quando invece l’autonomia è assente. Ma probabilmente si insiste sull’autonomia per poi rendere responsabili i dipendenti di ogni eventuale problema, indipendentemente dalle difficoltà oggettive che caratterizzano il mondo del lavoro, come mostra bene l’attuale crisi economica che evidenzia anche i limiti dell’ideologia del libero mercato. Per invertire la rotta c’è bisogno di un ritorno della politica e di una serie di contro-poteri capaci di controllare il funzionamento delle multinazionali e più in generale del sistema finanziario».
    Anche la politica però, lei rileva, è intrisa di spirito manageriale e aggiunge che questo è accaduto a causa dell’indebolimento della democrazia. Che cosa è successo?
    «Diciamo che nel corso degli anni Novanta si assiste a una vera e propria crisi della politica. In Italia, come in Francia, scoppiano una serie di scandali legati alla corruzione e al finanziamento dei partiti. La gente si sente tradita. Le promesse fatte alla fine della seconda guerra mondiale sono state lentamente abbandonate. È allora che alcuni leader di partito scelgono la carta dell’antipolitica e sposano il linguaggio manageriale che si presenta come un discorso capace di creare nuovi ‘significati’, non soltanto di ‘dire qualcosa’ ma di ‘fare’ e di ‘far fare’. Lo scopo di questo linguaggio, infatti, è quello di persuadere che l’azione richiesta ha a che fare direttamente con la creazione di senso: senso della vita, senso dell’essere al mondo. Ma finiti i discorsi, cosa resta poi delle azioni di governo?».
    Ci sono antidoti per fermare questo processo e restituire forza alla democrazia o stiamo andando verso una società sempre più basata sul controllo e sulla repressione?
    «Credo che il solo antidoto per fermare questo processo e restituire forza alla democrazia sia quello di ritornare ai valori democratici: il rispetto, la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza. La politica non può svuotarsi dall’interno e rifiutare la riflessione e il pensiero critico per trincerarsi dietro le menzogne. Come spiega bene Hannah Arendt, un bugiardo dice ‘ciò che non è’ perché vorrebbe che le cose fossero diverse da come sono. Il suo scopo è cambiare radicalmente il mondo. Per questo, si avvale di quella misteriosa capacità umana che ci permette di dire che ‘splende il sole’ anche se piove a dirotto. Ma quando la menzogna si istituzionalizza, aggiunge Arendt, la fiducia della gente viene meno e il passo verso nuove forme di totalitarismo è breve».

    sistemielettorali

    14 luglio 2009 at 11:38


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: